Apartheid 2.0? Esistono ingressi solo per le persone di colore?

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Era il primo dicembre 1955 a Montgomery, Alabama. Rosa Parks era seduta sul pullman che la stava riportando a casa, quando il conducente le chiese di alzarsi e di lasciare il suo posto ad una persona bianca, perché lei, nera, secondo la legge segregazionista dell’Alabama, non aveva diritto di sedersi in un posto riservato ad un bianco.

Sono passati più di sessant’anni da quel giorno a Montgomery e molte cose sono cambiate. Ma non fino in fondo. Il pregiudizio verso chi è “diverso” (ma esisteranno mai due persone uguali?) è solo celato, nascosto da frasi ipocrite del tipo “Non sono razzista, ma…”. Perché se pensiamo a quel che è successo ad una festa della bassa modenese sembrerebbe che il segregazionismo esista ancora, anzi, che sia la normalità. Lo racconta Abi Zar, un ragazzo della zona che, che la notte del 13 Gennaio scorso ha “deciso di andare a ballare in compagnia. Eravamo 4 maschi ed una femmina. Il locale in questione contava due ingressi: uno vuoto dove nessuno era in fila e l’altro invece usato dai clienti.
Logicamente il nostro gruppo si avvicina all’ingresso usato da tutti ma al momento di andare a prendere il ticket dalla ragazza fuori, il buttafuori si avvicina a noi e mettendosi davanti mi mette la mano sul petto e mi ferma: ‘Devi usare l’altra entrata’ […] ‘Ma perché?’ chiesi con uno sguardo perplesso e incredulo. ‘Mi dispiace, è la regola’ ribatte di nuovo il buttafuori. […] Dopo i miei e i nostri continui perché, le risposte standard dal buttafuori (a sto punto un po’ in imbarazzo) sempre sul ‘è la regola’, si avvicina il ragazzo che mette i braccialetti all’entrata e gli dice ‘Dai, per questa volta fallo passare’

Non si sono fatte attendere le reazioni degli organizzatori del locale che hanno sminuito il fatto definendolo semplicemente come un malinteso. Anche se, a seguito di questa segnalazione, continuano a spuntare nuove denunce, con quella che sembra sempre di più essere un modus operandi piuttosto che un malinteso. Andando a leggere i commenti di chi ha frequentato quella festa, dopo aver opportunamente scremato quelli contenenti solo degli insulti, sembra emergere un quadro abbastanza definito, secondo il quale la procedura di ingresso al locale sarebbe la seguente: le persone di colore devono entrare da un ingresso secondario per essere maggiormente perquisite perché potrebbero essere spacciatori.

Ecco, se fosse realmente andata così si aprirebbe un quadro ancor più imbarazzante. E’ inutile nascondersi dietro ad un dito, viviamo in un mondo costellato di pregiudizi, siano essi fondati sulla religione, sul colore della pelle, o sugli stili di vita. E questo è solo uno dei tanti esempi che troviamo sfogliando la cronaca. L’associazione diverso=pericoloso è una delle associazioni più pericolose e dannose che possano esserci perché è proprio dalla diversità e dalla differenza che si cresce, che si matura che ci si sviluppa.

Il timore per ciò che non si conosce porta le persone a costruire muri e barriere rimanendo ancorate a stupidi pregiudizi, focalizzandosi sempre sul dito che indica la luna e mai su di essa. Non siamo buonisti, sarebbe da ipocriti dire che nessuna persona di colore abbia mai commesso un reato, o che siano anime pure, ma non è il colore della pelle, la religione o lo stile di vita a determinare la pericolosità di una persona, è la persona singola ad esserlo. Non esiste e non esisterà mai il binomio etnia=pericolo.

Rabbrividisco quando sento delle persone dire “Non ero razzista, ma poi mi hanno derubato”, “Non ero razzista, ma poi sono venuti i ladri”, ecc. Come se il comportamento di pochi potesse determinare il giudizio su molti. Anche perché noi italiani siamo i primi ad avere dei panni sporchi da dover lavare. Non dimentichiamoci mai del nostro passato perché secondo questo ragionamento tutti noi dovremmo essere considerati mafiosi e/o corruttori.

Questa storia può darci una grandissima opportunità: quella di guardarci dentro e di capire che la via per diventare una società migliore, più aperta e sicura non nasce dalle distinzioni e dai muri, ma dal fare, ognuno di noi, un passo verso l’altro.

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Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.