Passa per suicidio la sua morte, avvenuta la notte tra il 26 e il 27 gennaio del 1967. La sua vicenda umana e artistica è però ben più complessa di quanto si sia voluto credere.

Per una sottile ipocrisia assai diffusa, l’auto-annientamento finisce infatti per escludere in qualche modo da una considerazione positiva chi ha compiuto il gesto estremo.

Molte teste pensanti si sono tolte la vita finendo dimenticati. È una lunga lista.

Si insinua che persino la scomparsa di Pasolini si ascriva ad un inconscio e persistente istinto suicida. La sua frequentazione dei limiti, dei bordi umani e sociali, farebbe pensare secondo alcuni ad una volontà di esporsi ad un destino fatale.

Luigi Tenco, invece, il cui pensiero e la cui esistenza sembravano del tutto compatibili con il gesto di togliersi la vita, rientra male in questo elenco: della sua scomparsa si capisce da subito assai poco, mentre è invece chiaro che molte prove circa le circostanze della sua fine siano state manomesse. 

Pare certo che subisse il fascino della rivoltella, al punto da portarne una con sé. Aveva inoltre una stima profonda per Pavese, datosi anni prima la morte a sua volta in una camera d’albergo a Torino.

Conoscitore di cinema e di letteratura in genere, ed incline ad assumere un ruolo di profonda critica sociale e politica rispetto al suo tempo, il ragazzo Tenco era di anni luce sporto verso la ricerca di significato più di tutta la sua contemporaneità.

Un alieno caduto in un tempo di individui disposti a bruciare esistenze di lavoro incollati a uno schermo mentitore e di festival-sagre di paese.

Così, mentre il festival dell’inutile si celebra ogni anno concentrando su di sé l’attenzione di un oceano di buggerati e mentre di Luigi Tenco la maggioranza degli italiani ignora tutto o quasi, la sua morte dopo mezzo secolo rimane incrostata di dubbi inquietanti.

Tali dubbi si agitano tutti in ambiti i cui interessi valgono molto più della vita di un ragazzo, per giunta filosoficamente travagliata e intrisa di malinconia.

Archiviato precipitosamente e tra mille incredibili errori e mancanze come caso di suicidio, il suo (presunto) gesto fu a lungo criticato amaramente in ambito musicale, se non guardato con raccapriccio. E che il clima fosse quello in cui si voleva “non più pensare” lo dimostrarono la fretta con la quale fu rimesso in moto il carrozzone della gara immediatamente dopo la tragedia, così come l’assenza di colleghi ai suoi funerali, eccezion fatta per de Andrè e consorte, Dalla, i fratelli Reverberi, il cantante Michele.

La sua figura, in ragione della sua attitudine ad andare controcorrente e soprattutto della tragica scomparsa, rimane tuttavia in odore di mito. Quello del perdente.

Ma la vita che se ne va per sempre quella notte di gennaio in un paesone del litorale ligure che per via della canzone ha trovato la propria america e non intende mollarla, è assai più complessa di quella malinconica e riservata che si vorrebbe per un uomo come questo.

Qualunque sia stata la causa del suo trapasso, Luigi era un giovane uomo che aveva in animo per sé e per il suo Paese gesti molto più sottilmente innovativi di quanto non desse a pensare la sua immagine schiva.

Una politica di rottura con i persistenti e arcaici sistemi di pensiero era il suo vero segno. In ciò risiede la ragione della sua scomparsa prematura, quali che siano le circostanze vere, non dette, con cui ha lasciato orfano di pensiero tutto lo scenario autoriale a venire. 

Ne erano intrise persino le sue canzoni più dolorose. L’inno per il quale sarà più di altri suoi temi ricordato, Vedrai vedrai, è al contempo un tracciato umano di sconfitta tanto quanto di rivalsa sottile. Un bel giorno cambierà sembra tanto un moto interiore di speranza quanto un richiamo dolente allo scenario retrogrado nel quale è condannato a muoversi.

In tal senso, Tenco risulta un gigante la cui figura oscura la quasi totalità della scena culturale italiana prima ancora che musicale.

Chi volesse ammirarlo nella bellissima pellicola di Luciano Salce “La cuccagna” del 1962, troverebbe risposta non solo a molte domande circa la sua personalità, ma persino conferma dell’eterna meschinità della società italica, cinquanta e più anni fa identica nello spirito a quella attuale. Datori di lavoro truffaldini, ragazze che per per poter lavorare sono chiamate a essere compiacenti con il superiore, furberie e altre specialità che sembrerebbero appartenere al nostro Dna.

Tenco vi impersona con credibilità estrema la figura di un perdente per scelta, un asociale convinto, un disadattato in un mondo costruito male e nel quale non trovano posto la sensibilità e il bisogno di essere se stessi. Così come il diritto di operare delle scelte.

Tra queste può ben figurare anche la scelta di farla finita. Ed è appunto questo il cemento che rende solido il castello della tesi del suicidio.

Ma noi sappiamo bene che non è così.

Noi sappiamo che Luigi Tenco ce l’ha ucciso qualcos’altro, qualche sinistro male che sa di furto e di cancrena di un’intera società basata sul profitto e sull’indifferenza.

Due anni prima di quel film, in un libro intitolato “il vizio assurdo”, Davide Lajolo descriveva l’ossessione di auto-annientamento dello scrittore e amico Cesare Pavese. Quella stessa ossessione di cui sembra affetta a mio avviso la società di cui facciamo parte.

Ripensando a Tenco alla luce di così tanti anni di reiterati errori compiuti dalla collettività a discapito di alcune anime belle, viene da pensare che, invece di essere vigliaccamente omertosi verso i giochi di potere, e critici verso chi dimostra il coraggio del cambiamento, dovremmo guardare con profonda pena al meschino trascinamento di ben altre esistenze prive di senso.

Mio caro ragazzo, ovunque tu sia, un bel giorno cambierà.

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Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.