Cammarata, Dimartino e il misticismo di Chavela Vargas [Intervista]

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Cammarata e Dimartino

Fabrizio Cammarata e Antonio Dimartino sono due giovani cantautori palermitani. Il primo scrive e canta in inglese, il secondo compone in italiano. Li accomuna una profonda amicizia e la passione per il Sud America, trasmessa da Cammarata all’amico. Il loro progetto Un Mondo Raro è tutto dedicato a Chavela Vargas, icona messicana. Il viaggio in Messico li ha portati a registrare con i chitarristi di Chavela, Juan Carlos Allende e Miguel Peña, detti Los Macorinos, e a scoprire il particolare mondo della Vargas: mistico e tormentato. Da questa avventura nasce Un mondo raro, un disco con dieci tracce reinterpretate dal duo, e un libro omonino, il primo in Italia sulla vita della Vargas.

Come nasce la passione per il Messico?
Cammarata: Nasce tanti anni fa, dopo la musica la mia passione più forte è per il viaggio. Ho fatto in modo che la mia carriera fosse quasi un pretesto per poter girare più posti possibili. Il Messico per certi aspetti è simile a Palermo, alla Sicilia. Ci sono tante culture e hanno una forte tradizione musicale. E’ un’epifania continua, ogni volta che vai via hai l’impressione di averne capito sempre meno, eppure il desiderio di tornare aumenta. E’ il posto in cui sono venuto a conoscere la Llorona, che è diventata un ossessione. Quella canzone è più potente di qualsiasi cosa abbia mai ascoltato, è un rito, è magia, trascende qualsiasi cosa umana. Poi quasi subito ho scoperto l’interpretazione di Chavela Vargas.

Dimartino: Fabrizio suonava la Llorona ai concerti e mi ha incuriosito la sua provenienza. Poi mi ha parlato di Chavela Vargas, così mi sono unito a lui che stava partendo per il Messico. Abbiamo ripercorso i luoghi della Vargas e ci è venuta l’dea di tradurre le sue canzoni. Tornati a Palermo abbiamo scritto un libro, con gli aneddoti raccolti.

Com’era il mondo di Chavela Vargas?
Dimartino: Da quel tipo di misticismo è difficile rimanere immune, così mi sono lasciato trasportare dallo spirito libero di Chavela e dall’approccio quasi ingenuo alla musica. Del Messico mi ha colpito l’approccio immediato nei confronti dell’arte, della musica. Il livello artistico è alto perché le opere arrivano dalla gente.

Cammarata: Chavela Vargas non è nata in Messico ma in Costarica, nel 1919. Decide di emanciparsi dalla famiglia che non accetta la sua omosessualità e parte per Città del Messico. Tutta quella terra è permeata dalla sua voce, questo l’ho notato fin dai miei primi viaggi. Ho provato varie volte a incontrarla: nel 2011 sono arrivato nel paese dove abitava e ho chiesto a tutte le persone dove potesse essere la sua abitazione. Mi portano in un posto in aperta campagna dove mi accoglie la sua badante:«Chavela è a casa e riceve con piacere le visite, ma oggi non si sente bene». Non ho potuto riprovare, perché l’indomani avevo un concerto a Città del Messico. Pensavo ci fosse una seconda possibilità ma purtroppo un anno dopo Chavela ci ha lasciati. Sono poi ritornato con Dimartino e ho respirato l’aria magica di quel posto. Negli ultimi anni della sua vita è stata molto esoterica, mistica. Diceva di avere un contatto diretto nei sogni con Federico García Lorca, al quale dedicò il suo ultimo album. 

Perché è importante non dimenticare la sua opera? Avete anche scritto un romanzo.
Cammarata: Credo che la cosa più gratificante da fare quando si ha una fonte di bellezza è quella di chiamare gli altri per condividerla. Questo la rende più bella anche a noi, ci ripaga degli sforzi. Non  siamo mai stati convinti che potesse avere un valore commerciale, ma che non si potesse prescindere dalla sua grandezza artistica mondiale, che non fosse legata folkloristicamente solo al Messico. E’ qualcosa che trascende tutti i possibili muri, culturalmente parlando.

Dimartino:  Sicuramente è un personaggio che potrebbe incidere sulla vita delle persone. Ha espresso la libertà assoluta dell’artista, della persona, era omosessuale, diventata poi simbolo del Messico. E’ molto attuale e per questo era necessario raccontare la sua storia.

Nel romanzo avete lasciato venti pagine annerite, che corrispondono ai vent’anni in cui lei è scomparsa.
Cammarata: Dopo un primo momento di quasi successo negli anni ‘50 e ’60 (parliamo di piccole tournée nei teatri in America latina), cade in depressione totale. Il suo migliore amico, nonché autore delle sue più belle canzoni, muore di cirrosi epatica giovanissimo e lei viene mangiata dalla solitudine e dal vizio dell’alcool. Entra in un inferno di Tequila, che diventa un tunnel senza uscita, cade in oblio e la gente si dimentica di lei. Tutti davano per scontato che fosse morta. Mercedes Sosa in quegli anni dichiara: «Vorrei poter tanto andare alla tomba di Chavela Vargas e portarle un fiore».

Ci sono testimonianze dirette che raccontano quel periodo?
Cammarata: La Vargas è sempre stata molto cronica di racconti e aneddotiche, ma di quel periodo oscuro ne ha sempre parlato in maniera vaga ed evasiva. Diceva semplicemente che erano stati vent’anni in cui non ha fatto altro che bere Tequila, indica un paio di posti in cui ha vissuto ma non va oltre quello.

Cosa vi ha lasciato questa esperienza?
Dimartino: Mi ha arricchito di storia, è come se mi sentissi pieno di cose da raccontare. E’ come se avessi vissuto un’altra vita, come se fossi stato lì con lei.

Cammarata: La cosa bella è entrare in comunione con uno spirito, quando ti cali così tanto nella vita di una persona, quando parli con le persone che le hanno voluto bene, inizi a pensare a come lei penserebbe. La cosa bella è stato il sentirsi protetti durante questo viaggio, sono successe cose talmente improbabili e tutto è andato così liscio che mi viene difficile pensare che non ci sia stato un piccolo aiuto, sentivo la forza di questa cosa.

Come avete operato su testi e musica?
Cammarata: Abbiamo cominciato a fare una cernita delle canzoni che amavano di più, abbiamo preso quelle che più si prestavano. Molte erano intraducibile ma ci siamo fatti guidare dal principio della semplicità: quando riusciva troppo difficile non era la canzone giusta. Quando una canzone, un libro, è traducibile vuol dire che deve esserlo in maniera abbastanza naturale. Una canzone bella deve rimanere tale, senza troppo sforzo.

Porterete questo progetto live?
Dimartino: Stiamo pensando ad uno spettacolo teatrale. Vogliamo cercare di inserire nello spettacolo anche la vita, con aneddoti e racconti. Con i nostri limiti di non essere di non attori.

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Matilde Ferrero
Vent'anni e un corso di studi a Milano. Soffro di Londonite da quando ho passato tre mesi nella capitale britannica e poi ho dovuto lasciarla. Una volta ho incontrato Paul McCartney, ma non l’ho riconosciuto.