Ritorno a scrivere su questo blog a distanza di mesi dopo quei 200 km percorsi sulla via Francigena ad agosto 2016 per raccontarvi di un fortunato incontro avvenuto qualche giorno fa.

Questo incontro ha un antefatto di cui non vi ho mai detto nulla: per mettersi in cammino bisogna avere un desiderio o, quantomeno, averne uno rende le cose più facili. Il mio desiderio per il viaggio era quello di incontrare Niccolò Fabi a Campagnano lungo il percorso e offrirgli un caffè, fare quattro chiacchiere con lui, scambiarci qualche idea, dirgli “grazie”, spiegargli come le sue canzoni fossero state la colonna sonora del mio cammino e quanto avessero significato per me.

Quando sono partito non sapevo se lo avrei trovato da quelle parti (“chissà, magari è lì in vacanza” continuavo a ripetermi passo dopo passo), ho incrociato le dita, ho cercato di mettermi in contatto con lui, le persone che incontravo speravano con me. Però ci vuole anche un po’ di realismo nella vita: eravamo in vacanza tutti e due, non aveva senso andargli a rompere le scatole: così ho aspettato.

Quando ho saputo che Niccolò sarebbe passato da Bergamo con il suo tour mi sono riattivato: proviamoci. E ha funzionato. Stavolta l’incontro è andato in porto grazie a delle persone meravigliose che non smetterò mai di ringraziare. Venerdì 3 febbraio 2017, siamo al Teatro Creberg, mi fanno entrare verso le 18.30. A sorpresa mi fanno assistere in platea al soundcheck a teatro vuoto, e già questa cosa mi mette emotivamente in difficoltà: prima una jam session, poi “Una somma di piccole cose”, “Elementare” ed “Evaporare”. Poco dopo vengono a prendermi, passiamo sul palco, e poi nei camerini: ci salutiamo.

Finalmente.

Racconto a Niccolò del mio viaggio, del blog che ho scritto lungo il cammino e che ho dedicato al suo ultimo disco “Una somma di piccole cose”. La chiacchierata inizia dal luogo in cui speravo ci saremmo incrociati quest’estate:

Sapevi che il posto che hai scelto per registrare “Una somma di piccole cose” si trova proprio lungo il percorso della Via Francigena?

«Beh, certo, lì è risaputo, ci sono anche diversi alloggi dedicati ai pellegrini proprio nelle vicinanze di casa mia. Li ho visti spesso, mi è capitato di incontrarli durante le registrazioni perché alcuni di loro salgono in paese passando lì vicino, dipende dalla strada che scelgono di fare. Come avrai visto anche tu, la via Francigena ha diverse varianti, è quasi tentacolare.»

Sì, alcune persone che ho conosciuto lungo il cammino le ho perse di vista proprio per questo motivo. Durante il percorso mi sono trovato spesso a camminare da solo, anzi, sono pure partito da solo, con le difficoltà del caso, ma anche con i suoi aspetti positivi. In “Evaporare” affronti il tema della solitudine come necessità: qual è il tuo rapporto con lei? La ritieni ancora “necessaria come un vizio”?

«È un ottimo rapporto, ormai oserei dire di amicizia… In realtà ora non sono più neanche da solo. Comunque non è che io sia contrario o avverso alla collettività o alla condivisione, però credo che entrambi siano due momenti fondamentali. Da un punto di vista creativo poi, a maggior ragione, è proprio necessaria come condizione. Inoltre, la solitudine a me dà un certo godimento, non la trovo semplicemente come una fuga dagli altri o una rinuncia, penso sia una scelta importantissima, devo molto a quei momenti.»

Il filo conduttore di tante tue canzoni è il viaggio: tra un impegno e l’altro riesci a ritagliarti delle occasioni per vedere il mondo? Quando scegli la tua meta cerchi qualcosa in particolare o segui l’istinto del momento?

«In realtà non sono un viaggiatore compulsivo, ho diversi amici miei che viaggiano molto di più rispetto a me se consideri il numero di posti che hanno visto in vita loro. Generalmente credo di essere più fanatico del movimento: ad esempio, prendere la macchina e andare ad Assisi, a Pescara, a Pompei… la mia meta non dev’essere necessariamente un luogo lontano o esotico. Poi è evidente che quello che scopri lontano in altri continenti è ovviamente ancora più sconvolgente, e quindi quando posso cerco di farlo, però non è tanto quella la differenza: alla fine uno può fare anche tantissimi viaggi intercontinentali, ma senza avere lo sguardo del viaggiatore, dell’osservatore, no? Quindi i miei viaggi sono un modo di soddisfare l’esigenza del movimento, motivo per cui i viaggi in aereo li amo di meno perché non mi danno la percezione del movimento. I viaggi in pullman, in treno, in macchina o in moto sono più stimolanti dal punto di vista dell’osservazione. Certo, mi rendo conto che l’aereo sia fondamentale per raggiungere in tempi decenti alcuni luoghi, però non sono uno che guarda il mappamondo e dice “Domani voglio andare lì”, anche se ovviamente ci sono infinite località del mondo che non ho visto, e so anche che non farò mai in tempo a vederle. Il principio fondamentale non è tanto la destinazione in sé, ma il movimento.»

Visto che sei un fan del movimento mi viene da chiederti: tra i tuoi tanti viaggi, ne hai mai fatto uno a piedi da solo?

«No, ma quello so già che lo vorrò fare, anzi, lo dovrò fare sicuramente nei prossimi anni anche perché più si va avanti e più diventa complicato tecnicamente. Sono sempre stato lì lì per farlo, ma poi non l’ho mai fatto anche perché per ora preferisco i viaggi in macchina: mi piace avere in macchina tutta una serie di cose a disposizione, tipo la chitarra, i libri, le musiche…»

Un po’ come quel tour che facesti nel 2015 con tanti piccoli secret show in giro per l’Italia caricando i tuoi strumenti in macchina…

«Esatto, quello è il mio ideale. Mi rendo conto che, se andassi a piedi, dovrei rinunciare a tutto quell’aspetto musicale… Per carità, va benissimo, infatti sono sicuro che lo farò, però finora la priorità è sempre stata la musica nei miei viaggi.»

Ecco, appunto, una cosa che ho imparato è che l’essenzialità mette in gioco le proprie priorità e comporta delle rinunce: se domani dovessi partire per un viaggio a piedi da solo, cosa metteresti nel tuo zaino e cosa invece lasceresti a casa?

«Sai, tutto ciò che è immateriale è già dentro di me, quindi quello non me lo dimenticherò mai a casa: è una compagnia di viaggio enorme e ovviamente più anni hai vissuto, più ricordi e più eventi ci sono nella tua vita. Sono dei compagni di viaggio che possono tranquillamente completare il cammino di Santiago de Compostela andata e ritorno se lungo il percorso decidi di ripercorrere la tua vita. Insomma, sono in un’età in cui c’è tanto da riguardare, quindi quelle cose non sono escludibili. Sulle cose pratiche: sicuramente metterei nello zaino un riproduttore di musica perché credo che la musica ascoltata in cuffia in solitudine sia un amplificatore enorme di ogni emozione e di ogni pensiero. Non credo che ci possa essere una situazione più emozionante di una passeggiata da solo con la musica in cuffia, è comunque una cosa che faccio costantemente in ogni luogo in cui vado… Poi magari nello zaino ci metto anche una felpa col cappuccio…» (ride)

Io ti consiglierei anche un k-way, non si sa mai! Tempo fa durante un concerto dicesti che suonare le canzoni del tuo ultimo disco dal vivo per te è come mostrare i tuoi esami del sangue a chi hai davanti, e chiedevi al pubblico di dargli un’occhiata già che c’erano. Un po’ quello che ho scoperto mentre camminavo: per me è stato inaspettatamente semplice aprirmi con chi avevo appena conosciuto. Riesci a fidarti e ad affidarti al tuo pubblico?

«Da questo punto di vista posso dirti che vedo il mio pubblico come il mio compagno di viaggio: molto spesso mi affido di più in queste occasioni rispetto a quanto faccio nella quotidianità con persone che conosco e frequento da una vita. Ho scelto quella forma di espressione per colmare qualcosa che nella vita di tutti i giorni mi riesce meno naturale nel racconto personale. Quindi sì, adesso che sono passati vent’anni so che c’è una conoscenza sufficientemente grande per poterlo fare, per potermi affidare a loro. All’inizio ero ovviamente più timoroso, ora credo di aver guadagnato una certa sicurezza.»

Tempo scaduto. Ho portato con me un regalo per Niccolò: ho pensato di stampare i post di questo blog e rilegarli in un libretto che racconta questa bella storia. È stato bello vederlo sfogliare quelle esperienze cercando nelle foto i posti che conosce (probabilmente lo ha anche incuriosito quell’elefante rosa che faceva capolino in diverse situazioni). Poi, dopo essersi accorto che nel libretto le tappe erano tutte segnate, con i chilometri da fare e con le città da visitare mi ha detto: «Bellissimo. Questo me lo faccio pure io. È perfetto.».

Secondo voi l’ho convinto a partire?

Così si conclude questo blog. Magari se mi verrà voglia di fare un altro viaggio così lo riaprirò, ma per ora mi piace pensare di essere arrivato a questa tappa con il cuore pieno. Grazie a Niccolò per l’ispirazione, la disponibilità e la compagnia. Un grazie speciale a tutti coloro che si sono messi in gioco per realizzare questo sogno e a quelli che lo hanno condiviso con me. Grazie ancora a chi ha camminato accanto a me, e a chi ha sopportato le mie menate lungo il percorso (non necessariamente sul posto). Non faccio nomi per non dimenticare nessuno, ma sarò eternamente grato a questi addendi fondamentali nella mia somma di piccole cose: uno diverso dall’altro, uno più bello dell’altro.

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Riccardo Medana
Non ha ancora capito cosa farà da grande, ma per adesso ha in tasca una laurea magistrale in Ingegneria Informatica, fa lo sviluppatore Web freelance, collabora con il Politecnico di Milano e con varie società di comunicazione. Ama lavorare dietro le quinte e, in generale, "si ripete spesso che è fortunato" (cit.). Appassionato di musica, eventi e fotografia live, adora andare ai concerti e quando può si precipita sotto il palco a scattare. Si (pre)occupa della parte tecnica di Spettakolo.it (quindi se il server crolla è colpa sua).