Fabio Ilacqua. Il contadino senza telefono che ha scritto “Occidentali’s Karma”

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Fabio Ilacqua è un atipico cantautore di Varese. Scrive canzoni per gli altri, e fin qui nulla di strano. Il bello di Fabio è che lui non vive per la musica, che scrive per altri perché vuole evitare a tutti i costi i riflettori. Vive pure senza un cellulare e appena finisce di scrivere va a lavorare in campagna con il padre. Per poi ricominciare a comporre. Con una mano sporca di terra e l’altra di fantasia.

La tua collaborazione con Gabbani ha funzionato. Avete vinto l’anno scorso con “Amen” e quest’anno, tra i big, con “Occidentali’s karma”. Due canzoni lontanissime dalle tipiche sonorità sanremesi.  Sta cambiando qualcosa nella percezione del pubblico?
Sicuramente è strano, soprattutto per noi. A questo giro non ci aspettavamo di vincere, sinceramente. Sul fatto che stiano cambiando gli ascolti e l’attenzione per i testi, non so. Ho avuto un ottimo riscontro, però. Molti si sono interessati al contenuto e chiaramente per me è un piacere enorme.

La sintesi del successo: una musica forte e immediata e un testo che dice qualcosa. Ha un messaggio, non sono solo parole che accompagnano una base orecchiabile.
Sì, è nient’altro che l’unione delle personalità mie e di Gabbani. La sua è una personalità più pop, la mia un po’ meno. Insieme probabilmente dà come risultato quella cosa che con un brutto nome chiamiamo prodotto discografico.

So che collabori da molto con Francesco. Quando avete deciso di scrivere “Occidentali’s Karma”?
Molto semplicemente Francesco aveva un’idea strumentale di base, sulla quale ho cominciato un anno fa a scrivere i primi appunti. Poi abbiamo limato tutto, abbiamo adattato delle cose. Successivamente è entrato in gioco Luca Chiaravalli e abbiamo chiuso il pezzo. Il tema è sempre lo stesso: la canzone che faccia pensare e che ci faccia capire chi sono gli uomini. Non mi interessa scrivere canzoni d’amore.

“Occidentali’s karma” ha avuto mille interpretazioni. Tu a cosa pensavi quando l’hai scritta?
Il bello delle canzoni è che poi, nel momento in cui vanno per la loro strada, ognuno le legge come meglio crede. Sono molto monotematico, nel senso che mi interessa il sociale. Questo è il mio sguardo su questo pezzo di mondo, l’occidente, che ha il suo percorso e la sua filosofia più o meno distruttiva. Volevo osservare ciò che l’uomo occidentale ha raccolto. Il declino di questa civiltà secondo me c’è e ho provato a raccontarlo così.

C’è molta filosofia dentro.
Amo la filosofia, mi piace leggere. Quando scrivi, ti vengono in mente tutte le cose che hai letto. Questo è stato un pezzo particolarmente laborioso, si voleva mantenere una certa freschezza senza esser pedanti e senza dare lezioni. Volevo che da queste parole si visualizzassero delle immagini.

Vista questa tua passione per la lettura, hai mai pensato di fissare la tua scrittura lontano dalla musica? Scrivere un libro, per esempio.
Sì, ho pensato di scrivere racconti. Mi fa paura l’idea, perché non so se ne sarei all’altezza. Ma non ti nego che ci penso spesso.

Un disco e un libro.
Non ho un libro preferito in particolare. Lo Straniero di Camus è uno dei libri che mi piace di più, ma adoro altri autori come Fante, Pasolini, Hemingway. Il doppio live di De Andrè con la PFM è il disco che mi viene in mente.

Quando decidi di iniziare a scrivere per gli altri?
Non lo decido (ride n.d.r.). Un amico tre anni fa mi chiede di scrivere pezzi sulle sue musiche. Da lì ho iniziato a farlo con tanta leggerezza. Grazie a Patrizio Simonini e Francesca Barone i brani hanno iniziato a girare. Scrivere per altri l’ho trovato interessante. Mi incuriosisce sapere cosa fa la gente, cosa accade nelle loro case. Sentire le mie canzoni cantate dagli altri mi dà grande soddisfazione. Se le cantassi io, ne avrei di meno forse.

Però accade che scrivi per Mina e Celentano e poi non li conosci. Non hai un contatto diretto. Non diventa un lavoro troppo distaccato così? Insomma, con Gabbani ci lavori a stretto contatto. Penso sia diverso.
Sarei felice di incontrare gli interpreti dei brani, semplicemente per poter discutere della canzone e poterli conoscere. Ci sono personaggi difficili da raggiungere e a quel punto non vado a cercarli. Se non li conosco, fa niente. Non ho mai amato le star.

Hai scritto canzoni per grandi interpreti che hanno riscosso grande successo. Chi scrive canzoni solitamente è molto esibizionista: non ti secca dare grandi pezzi ad altri e restare nell’ombra?
Gaber dice che un uomo solo è un uomo in grande compagnia. Non mi provoca fastidio scrivere per altri, anzi! Ne sono contento perché mi evita la fatica di esibirmi. Apparire non mi piace. Preferisco la mia routine solitudine, la mia vita. Fortunatamente la mia vita non è solo la musica. Ho notato che è una vita spesso senza privato, alienante. No, io non ci riuscirei mai.

E dunque ami lavorare nelle campagne.
Ho un pezzo di terra, una volta si diceva mezzadria. Lo lavoro con mio padre in una zona bellissima con un microclima fantastico dovuto al lago. Sembrerà facile retorica, ma quello è il lavoro vero secondo me. C’è anche la musica, però la campagna non puoi abbandonarla. E a me regala grandi soddisfazioni.

Dodici anni fa Cremonini scrisse Maggese. Diceva che ogni tanto anche noi dobbiamo metterci a maggese, lasciarci a riposo, come si lasciano a riposo i campi. Tu ne sai qualcosa.
Certo, ci sono persone che scrivono tutto il giorno tutti i giorni. Secondo me è impossibile. Le canzoni nascono lontane dalle canzoni. Non ha senso parlarsi addosso. Devi vivere per poter scrivere le canzoni. Scrivere le canzoni a tavolino non mi riesce.

A tal proposito, che ne pensi del fenomeno-Rovazzi?
Non mi permetto di giudicare e non lo conosco. So che ha fatto questi due brani di grande successo. È il mercato discografico. Sono brani che per come sono costruiti e per come si propongono hanno un grande appeal. Ma non è il mio target e purtroppo non è musica che mi emoziona. Non è il mio modo di concepire la scrittura. Ma ci sta anche quella leggerezza lì, non bisogna scrivere per forza canzoni impegnate. Sono solo gusti.

Gabbani è uno dei pochi sanremesi a cui manca la data di uscita del disco. Hai collaborato con lui per la prossima uscita o solo per il singolo sanremese?
Stiamo collaborando anche per il disco. Alcuni brani li ha fatti lui da solo, ma tendenzialmente è un lavoro fatto insieme. La collaborazione tra me, lui e Luca riguarda tutto il disco. Non sappiamo ancora la data di uscita, ci stiamo lavorando.

Occidentali’s Karma riassume il senso del disco o dobbiamo aspettarci tutt’altro?
La cifra è più o meno quella. Ci sarà sicuramente qualcosa che si discosterà, ma non si allontanerà molto.

So che non hai nemmeno un telefono. Strano e allo stesso tempo affascinante nell’epoca in cui siamo invasi dai social.
Non sono snob nei confronti dei cellulari, anche se noto che l’uso che se ne fa è estraniante. Non mi piace l’idea di essere reperibile sempre e comunque. Dunque non lo voglio. Me ne hanno regalati vari, ma li ho restituiti tutti. Ci hanno fatto credere che usare il telefono sia necessario. Beh, io non ne sento affatto il bisogno e riesco a fare le mie cose anche senza.

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Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell’anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.

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