Federico Poggipollini: «Vi racconto il mio Made in Italy Tour»

3788
0

Federico Poggipollini, conosciuto ai più come Capitan Fede, è senza dubbio uno dei chitarristi italiani più apprezzati e rinomati. Oltre 20 anni sui palchi di tutto il mondo con Ligabue, dall’Arena di Verona a Campovolo, da San Siro al Whisky a Go Go di Los Angeles. Non appena lo incontri nella sua Bologna rimani basito dal sorriso con cui ti accoglie, perché Federico è così, tremendamente gentile ed in grado sempre di metterti a tuo agio. E così quella che dovrebbe nascere come una classica intervista si trasforma in un secondo in una piacevole chiacchierata.

Per iniziare facciamo un passo indietro, parlando del tuo 2016: è iniziato con un’importante partecipazione al lancio di Vinyl, la serie tv prodotta da Mick Jagger e Martin Scorsese, è continuato con un tour in giro per l’Italia con il tuo progetto da solista ed a Settembre sei stato sul palco a Monza per Liga Rock Park, oltre ad aver registrato Made in Italy. Puoi descrivere in parole tue queste esperienze così diverse le une dalle altre?
Sai, per come sono fatto è molto importante che abbia la possibilità di mettermi in gioco con cose diverse tra loro, senza dimenticare però che stiamo parlando sempre di musica e che questa rimane un linguaggio universale.
Vinyl è stato molto divertente perché innanzitutto era molto apprezzabile l’idea musicale di rivedere il rock di un periodo storico molto importante, quello che va dagli anni ’70 agli anni ’80 a New York. I brani erano i classici che ascoltavamo da giovani per cui lo abbiamo vissuto davvero come un gioco. Si è cercato principalmente di riprodurre e di avere l’attitudine adatta a fare quel tipo di suono. In più c’era l’interazione televisiva, ma che riguardava sempre la nostra passione per la musica: dai vinili, ai concerti che abbiamo visto nella nostra vita, a come abbiamo conosciuto determinate canzoni o determinati artisti.
Il mio progetto solista invece è un progetto nel quale ho cercato di sviluppare un’identità musicale che rappresentasse il più possibile il mio Io: come sono fatto, la mia visione musicale e le cose che ho vissuto. Quindi portarlo dal vivo è per me un grande divertimento. È un concerto che vive il suo massimo nei club, perché è lì che quella musica è nata.
Ligabue è l’artista più importante con cui collaboro ed i suoi eventi li vivo sulla mia pelle quasi come se fossero miei: capisco benissimo la sua scrittura, il suo modo di vedere, e soprattutto mi piace tantissimo lavorare con le persone con cui suono sul palco.
Mi sento di dire che, dopo tutto questo tempo, siamo diventati una vera band. Per Monza ad esempio abbiamo lavorato tantissimo per creare una sonorità d’insieme, abbiamo fatto un mese intero di prove, cosa che non facevamo da molto tempo. Questa cosa significa entrare in contatto in maniera viscerale con i miei compagni di viaggio. Siamo molto diversi, ognuno ha le sue particolarità e proprio queste particolarità sono state messe a fuoco nel lavoro fatto in questi anni, valorizzandole.
La cosa interessante nello spettacolo di Luciano è che ognuno di noi ha il proprio spazio e ognuno dà il suo meglio per portare a casa lo show perfetto. Monza credo che sia stato un concerto molto bello in cui abbiamo raggiunto l’apice sotto questo aspetto, tenendo un palco così importante, con una scaletta così lunga, in maniera quasi impeccabile. Ho un bellissimo ricordo di quel concerto. Made in Italy è un disco in cui ho avuto la possibilità di usare la mia creatività a disposizione di qualcosa che già di partenza era molto chiaro. Mi ha subito colpito questo disco perché è un disco molto diverso rispetto a quelli classici di Luciano, un disco che nasce dalla sua necessità di farlo uscire in pochissimo tempo.

Pur essendo uno dei chitarristi più famosi d’Italia il tuo primo amore è stato il basso. Come ti sei avvicinato a questo strumento?
A dir la verità il primo strumento che ho suonato in assoluto è stato il pianoforte, però avendolo studiato in maniera classica, quindi solfeggio, teoria musicale, mi sono presto accorto che non faceva per me perché sentivo che dovevo entrare immediatamente in contatto con lo strumento. Così anni dopo decisi di iniziare con il basso, uno strumento che per me è bellissimo, indispensabile per la ritmica, ma che sa lavorare molto bene anche sulle armonizzazioni. Ci sono generi musicali in cui il basso è fondamentale, uno di questi è il reggae, che io adoro. In Made in Italy tra l’altro abbiamo messo anche del reggae con un basso molto evidente. E poi il mio idolo di sempre, Paul Simonon, è un bassista!

Hai da poco fatto uscire il tuo quarto disco da solista: Nero. Un album al quale hai lavorato a lungo e che ha segnato una svolta nella tua carriera. Cosa rappresenta per te?
È un album che ho fatto con Michael Urbano, il batterista di Luciano. Michael è una persona che stimo molto ed a cui ho dato carta bianca perché ho creduto molto in lui e nella sua capacità di trovare quel suono che per anni ho cercato. Volevo dare una sonorità diversa e riprendere tutto quello che è stato il mio background: dai Beatles ai Clash, dalla New Vawe ai Pink Floyd ai Led Zeppelin. C’è dentro tanto, anche perché una delle prime cose che io e Michael ci siamo detti è che ci piacerebbe ripercorrere i grandi classici del rock, però senza fare delle cover. Posso dire di aver fatto un disco davvero sincero, dove c’è tantissimo impegno e molta esperienza. Ed è una cosa che, attraverso l’ascolto, è arrivata molto. Penso che rappresenti il mio primo vero cambio di passo. Michael è stato il supervisore di tutto il progetto, ruolo che continua tutt’ora a ricoprire perché continuo a confrontarmi con lui sotto diversi aspetti del mio lavoro. Tra l’altro ci ha seguito anche dal vivo perché ha impostato una sonorità “live” che è molto vicina al sapore che ha l’album.

Da 22 anni sei sul palco con Luciano Ligabue. Hai lavorato con produttori come Barbacci, Rustici e Luisi. Hai suonando con la Banda prima ed ora con il Gruppo. Come è cambiato il tuo modo di rapportarti alle sue canzoni?
Sai Luciano è una persona talmente vera che non ti fa mai vivere una cosa in maniera fredda. Io, fin dal primo momento che ho iniziato a suonare con lui non ho mai vissuto la cosa come se fosse un lavoro, quanto piuttosto una collaborazione. Forse l’unico disco dove i musicisti sono stati meno coinvolti è stato Arrivederci mostro, perché eravamo più a disposizione di una cosa che era stata già organizzata e prefissata. Ma anche in tutti gli altri dischi, anche Nome e cognome, nonostante non l’abbia suonato tutto, la mia interazione nei confronti delle canzoni era quella di suggerire la mia visione, cioè proporre qualcosa che aggiungesse un’emozione al brano. Ovviamente non tutto ciò che propongo può funzionare, ma con Luciano ho la fortuna di avere quel genere di sintonia che mi permette di proporre cose che spesso riescono ad essere funzionali al pezzo. Perciò, per rispondere alla tua domanda, in realtà non è mai cambiato nulla, perché il nostro rapporto non è mai stato prettamente lavorativo ma è andato più a fondo.

Qual è stato il momento più intenso, che ancora oggi riesce a farti emozionare, di questi 22 anni con Luciano?
Quando smetterò di fare questo lavoro e mi guarderò indietro non credo che vorrò cambiare nulla. Non sono felice, ma molto di più di tutto quel che mi è successo ed ho fatto. Devo dire che una cosa che mi ha colpito tantissimo è stata la prima Arena di Verona con l’orchestra, nel 2008. Quella situazione mi emozionò in maniera molto diversa rispetto al solito perché era un contesto distante dalla nostra band ed a quel che eravamo abituati. Quando penso a qualcosa di davvero meraviglioso il primo pensiero va a quel tipo di atmosfera lì, cioè legata al poter unire, in un luogo magico come quello dell’Arena, i Professori della musica classica, alla musica di Luciano, con le canzoni ri-arrangiate da Marco Sabiu. E posso dirti che è una cosa che ho riscontrato anche dagli occhi delle tante persone che hanno visto quegli spettacoli: è stato allo stesso tempo empatico ed energico, ma anche con una grande classe ed un grande stile.

Partirà questa sera da Acireale il Made in Italy Tour. Quali sono le tue sensazioni quando ci si approccia ad un tour così lungo?
Io non sono un musicista che, nonostante le ripetizioni, si addormenta, se così si può dire, sul palco. Luciano poi tutte le sere cerca di fare dei cambi, perciò non hai proprio il tempo di «andare col pilota automatico». Che poi non è solo questione di scaletta, perché non avrei problemi a portare tutte le sere sul palco una scaletta uguale, perché le canzoni vengono suonate in maniera sempre diversa ed interpretate non solo da me ma da altri musicisti, quindi si può dare un valore aggiunto tutte le sere e sempre in maniera differente. I brani hanno bisogno di avere un automatismo che possa spingerti a sentirti “protetto” all’interno della canzone, ed è in quei momenti che ti accorgi che le tue mani, la scelta di un pedale od un determinato tocco, regalano al pubblico, a livello fisico, qualcosa di diverso.

Cè un rito che hai prima di un concerto?
Prima di ogni concerto facciamo un saluto liberatorio che mi incoraggia davvero tanto. Se ci penso però non so dirti il motivo di tutta questa emozione, forse perché siamo insieme, come se fossimo un pugno chiuso e questo ci dà molta forza. Io invece, prima di salire sul palco, mi autocarico anche da solo, cercando, soprattutto nei primi show, di non cedermi troppo al pubblico, che non significa ignorare le persone, ma non perdere mai la concentrazione. Il palcoscenico è un arma a doppio taglio, a volte un secondo sembra durare un’eternità, mentre altre volte sembra andare velocissimo. Ecco, quando tutto sembra così veloce è il momento in cui rischi di fare degli errori. Errori che possono essere una partenza in ritardo, un suono non preciso, un tocco sbagliato. Specialmente nelle prime date, quando i movimenti e lo show non sono ancora rodati, se fai questo tipo di errori è perché non stai controllando correttamente la mente. E su un palco simile, con uno show così lungo, se commetti certi errori rischi di non riuscire ad andare correttamente avanti. E quindi, specialmente nelle prime date, cerco di avere un grande autocontrollo, soprattutto nella prima parte dello show. Poi se vedo che tutto funziona, che carburiamo bene, poi ci si riesce anche a rilassare ed a godersi il contesto.

Cosa ti aspetti da questo tour?
Sai, sarà interessante vedere la reazione del pubblico nel capire cosa gli arriverà da questo mondo diverso perché è una cosa che non abbiamo mai fatto prima. Come dicevo Made in Italy è un disco diverso rispetto ai classici di Luciano, ma è un album molto importante per Luciano ed ha intenzione di portarlo in giro il più possibile. Noi dovremo cercare di tenere alta la concentrazione del pubblico per riuscire a far passare la storia raccontata nel concept.
La scelta di non fare gli stadi nasce proprio da questa esigenza: avere degli spazi meno dispersivi per tenere il pubblico sempre sul pezzo. È una cosa diversa, molto stimolante e credo che la nostra performance ed il nostro approccio sul palco, possano dare molto durante il concerto. Sappiamo che lo zoccolo duro dei fan di Luciano il disco lo conosce benissimo, ma sono curioso di vedere come reagiranno le persone che magari per la prima volta assistono ad un suo concerto, o quelli che non lo seguono come i ragazzi del fan club e che per la prima volta si devono rapportare ad un suono diverso ed ad un suo modo di scrivere che ovviamente, trattandosi di un concept, non può essere lo stesso. Ecco, per me sarà importante capire quanto e cosa riusciremo a trasmettere attraverso la nostra performance.

Come ultima domanda ti chiederei un parere sulla musica live a livello italiano.
Fino a 15 anni fa credo di aver visto tutto quel che era possibile vedere, ho fatto una vera e propria overdose di concerti. Negli ultimi anni vedo delle cose un po’ più mirate. Mi piace molto vedere delle band nei club, mi piacciono molto i Marlene Kuntz o gli Afterhours per farti un esempio. Amo andare in piccoli club dove fanno blues, perché ho proprio il bisogno di farmi cullare da quel genere di musica. Mi dispiace molto il fatto che la musica live sia penalizzata. Penalizzata non dai locali che fanno di tutto per tenerla viva, ma dal fatto che secondo me secondo me stiamo assistendo ad un progressivo disinteresse verso quel che non si conosce. Trovo che la gente abbia bisogno di essere pilotata verso cose già sentite. Trovo che sia sparita la curiosità, ed è una cosa che succede anche a me, di andare a scoprire qualcosa di diverso, che non si conosceva. Una volta invece riuscire a portare nella tua compagnia qualcosa che gli altri non avevano mai sentito o non conoscevano era motivo di vanto.

CONDIVIDI
Mattia Luconi
Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.