James McMurtry, pochi giorni al via dell’atteso tour italiano “full band”

Il cantautore di Fort Worth, pluripremiato figlio d’arte orgogliosamente emancipato e capace di unire ispirato talento poetico a sincero impegno socio-politico, arriva finalmente in versione vigorosamente elettrica con i suoi Heartless Bastards per quattro tappe (Torino, Chiari, Vicenza e Cantù) in programma dal 24 al 27 febbraio

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Fonte Decord Records

La sua “prima” (e, solo finora, unica…) italiana andò in scena l’estate di due anni fa nella suggestiva, ma in quella giornata torridamente afosa, cornice estiva del lago di Pusiano. Un evento che aveva mandato in brodo di giuggiole cultori e sinceri appassionati, riuniti nel meraviglioso parco di palazzo Beauharnais da una provvidenziale testata specializzata quale evento clou dell’eponimo Buscadero Day (quest’anno la passerella è toccata invece a Lucinda Williams dopo la vetrina conquistata in passato anche da Steve Earle).

Soltanto voce e chitarra per affascinare tutti i presenti con il suo carisma e le sue novelle in versi musicati ora con durezza, ora con sussurrante confidenzialità, che, parecchi anni or sono, avevano fatto gridare al miracolo persino Stephen King. E, detto tra noi, uno che considera Michael McDermott il suo cantautore preferito va sempre preso in parola, proprio come nell’occasione in cui il maestro della suspense ebbe modo di dire che “James McMurtry potrebbe essere il più autentico e feroce cantautore della sua generazione”.

Fonte Shane McCauley – Decor Records

Classe 1962, lungagnone con gli occhiali da intellettuale e il Borsalino sempre calcato sopra i riccioli, ribelli e lunghi ma radi, eccellente chitarrista e sporadico attore, non ha mai cercato agevoli scorciatoie, nonostante l’apparente ruolo di “predestinato” a causa del prestigio (e, naturalmente, anche dei dollaroni…) meritatamente arrivati in casa McMurtry grazie all’illustre genitore, Larry, scrittore e sceneggiatore “saccheggiatissimo” da Hollywood con tanto di premi Pulitzer, BAFTA, Oscar e Golden Globe in bacheca. Qui in Italia giocherebbe a fare l’eterno ribelle per poi prosaicamente andare a monetizzare con furbizia, in barba a talento e creatività, grazie a eterni ma remunerativi tributi al “babbo” di turno tra comparsate televisive e dichiarazioni alla stampa scandalistica. Laggiù negli States, forse perché nato nella stessa città dell’irriducibile Townes Van Zandt, il buon James McMurtry sceglie invece fin dall’inizio la strada del basso profilo e della gavetta faticosa ma coerente tra Texas e Arizona, dividendosi tra showcase improvvisati e pericolosi concorsi da posada per esordienti a caccia di sogni davanti a platee dalla bottigliata facile, affinando progressivamente il suo songwriting, modellando il cantato cupo e sabbioso, perfezionando il contatto con ogni genere di pubblico.

A John Mellencamp, in quell’epoca pre infarto già non più “Cougar” e proiettato altresì verso recitazione e regia, il compito di produrne il sorprendente esordio targato 1992, Too long in the Wasteland, che fece gridare giustamente al miracolo e subito gli regalò collaborazioni con stelle di prima grandezza come John Prine, Dwight Yoakam e Joe Ely. Figure, queste, capaci di influenzare ulteriormente il suo stile “confinario”, sempre ben equilibrato tra la ricerca dei testi di ispirazione folk, la crudezza del rock chitarristico e la fantasia dell’hobo senza paraocchi o vincoli stilistici.

Difficile ripetersi dopo un simile esordio. Eppure, i successivi dieci album fino a Complicated game del 2015 (compresi due polverosi live) hanno visto un McMurtry in perenne evoluzione, ma sempre schivo e ben poco vicino allo star system, adorato dalla critica specializzata e considerato tra i maggiori ispiratori del filone Americana. Childish things del 2005 conquistò persino gli allori quale “Miglior album” e “Miglior canzone” agli Americana Music Award di Nashville mentre il nostro, rifuggendo da party e sciacquette Mtv style, si esponeva pubblicamente e soprattutto dal palco contro la politica di George W. Bush. Soprattutto nell’album Just us kids del 2008, altra uscita per un artista forse non eccessivamente prolifico, ma sempre oculato e generoso in fatto di qualità e ispirazione con quella voce che pare a metà strada tra il povero Leonard Cohen transitato per caso attraverso Austin  un Bob Weir impegnato a fare bisboccia con Roy Harper sotto la direzione tecnica di John Cambell e Calvin Russell.

La copertina dell’album Complicated game

La copertina regalatagli nel 2015 dal Buscadero gli ha dunque regalato nuova e meritata attenzione su un versante tricolore che, comunque, a livello di platea specializzata gli aveva sempre riservato una certa fiduciosa simpatia. E ora, finalmente, sta per arrivare in Italia in versione “full band” con i suoi fidati e rocciosi Heartless Bastards. Il tutto, per gli amanti dell’attualità, poche settimane soltanto dopo aver nuovamente e polemicamente preso esplicita posizione in vista delle, allora, imminenti elezioni presidenziali americane, “offrendo” gratuitamente una ballata, il singolo Remembrance, dal suo sito web www.jamesmcmurtry.com.

Dalle seminali No more Buffalo e Too long in the Wasteland fino alla produzione più recente, dunque, la setlist da valorizzare sopra i consueti ricami acidi da chitarra elettrica quasi Pasley Underground pare garantire soddisfazione ed entusiasmi per almeno due generazioni di appassionati che troveranno McMurtry e i suoi pard il 24 febbraio a Torino sul palco del Folk Club, il 25 a Chiari (Brescia) al teatro Toscanini, il giorno successivo a Vicenza ospite del Retrò e, infine, il 27 febbraio a Cantù per il commiato dal microfono dell’1e35Circa.

E nessuno si stupisca se alcuni di questi show, quelli di Chiari e Vicenza, saranno aperti da Richard Shindell, garbato e poetico cantautore del Jersey trasferito in Argentina. Un altro omaggio che Pomodori Musica e Andrea Parodi (artista e promoter) regalano quali “importatori” a un bacino di utenza sempre in fermento e ben supportato dalle singole organizzazioni locali. Il tour italiano di Shindell si aprirà sabato 18 febbraio in Liguria a Zoagli (Il Grottino), per proseguire il 20 a Pavia (palazzo del Broletto, con Juan Carlos Biondini, Matteo Dotto e Fabio Tavelli), il giorno successivo a Cantù (1e35Circa, ancora con Biondini), il 23 a Verona (al Cohen), il 24 allo Studio di Bolzano, il 25 e il 26 appunto a Chiari e Vicenza.

Vogliate gradire!

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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.