Moonlight. Vita in blu di un ragazzo nero

Come fu che Chiron, ragazzo Moonlight, passò da Little a Black

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Moonlight
di Barry Jenkins
con Alex R. Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes, Mahershala Ali, Naomie Harris
Voto 7 

C’era una volta un ragazzino nero con la madre drogata. Da piccolo lo chiamavano Little e veniva vessato dai prepotenti. Da adolescente veniva chiamato col suo nome, Chiron, e visse con l’amico del cuore un’esperienza omosessuale e una grande delusione. Da grande divenne Black, e capovolse tutto: mise i muscoli, gli orpelli dello spacciatore e divenne un duro cool e tamarro. E ritrovò l’amico del cuore. Moonlight (il titolo ha una spiegazione nell’opera teatrale di Tarell Alvin McCraney, Moonlight Black Boys Look Blue: al chiaro di luna i ragazzi neri sembrano blu), è un film “da Sundance”, anzi da Festival di Telluride (colto, indipendente, diverso) e ha vinto tutto quello che si può vincere. Ha un inizio in cui materiale trito e ritrito (la vita difficile nei ghetti neri violenti) viene affrontato con un montaggio in apparenza svagato e veloce e poi rallenta e si rannicchia su molte cose già viste, però affrontate in modo nuovo: per esempio, rispetto a un film “tradizionale” nel passaggio dei due protagonisti da bambini ad adolescenti sono stati scelti attori conseguenti (uno smilzo e malinconico, l’altro più muscolare e brioso): nel passaggio all’età adulta c’è come un’inversione (magari è una scelta stilistica): lo smilzo diventa una montagna di muscoli, quello più muscolare sembra ridursi a un fisico medio normale, e nei volti non c’è continuità. C’è nei caratteri. Questo disorienta e insieme caratterizza il film. Insieme poetico e dimenticabile. Candidato a 8 Oscar

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori