Sanremo: nostalgia di Festivalbar

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Poche cose come il Festival di Sanremo si gonfiano in maniera inverosimile per poi sgonfiarsi in poche ore. Una settimana di inseguimenti, chiacchiere, ipotesi, rivelazioni, numeri, poi, al lunedì: puff! Tutto si sgonfia. Resta a malapena qualche polemica su possibile copie e plagi che sono di fatto irrilevanti (la denuncia andrebbe fatta dopo le prime prove con l’orchestra) e poi chi ce la fa passa in radio e se no ci sono le colonne sonore dei supermercati.

In realtà Sanremo ha dimostrato una volta di più che qualunque cosa ci metti, comunque lo conduci, qualsiasi sia la qualità delle canzoni, lo zoccolo duro di pubblico resiste: milioni e milioni di spettatori, ascoltatori, commentatori. E non sono necessariamente apprezzatori. No. Sanremo ormai si ascolta per criticarlo, commentarlo sui social, dichiarargli odio profondo o dichiarare di non guardarlo per principio, che è poi comunque una dichiarazione di attenzione.

Il Festival non ha nulla a che vedere con quello nato quasi per scommessa una settantina di anni fa. Erano altri tempi, altri interessi. Altra musica. Dominava la radio nell’etere da riempire, la tv arrivò poco dopo, in bianco e nero, e Sanremo divenne per l’Italia del dopoguerra un po’ quello che per gli americani fu il rock’n’roll e per gli inglesi i Beatles, il coagulante di una società in ricostruzione che doveva aggregarsi attorno a qualcosa. Noi scegliemmo le canzoni d’amore.

Sanremo 2017, la prima conferenza stampa

Oggi il Festival è proprietà Rai su licenza rinnovabile del Comune di Sanremo. E’ un carrozzone immenso su cui si concentrano gli sforzi della tv di Stato perché rende un sacco soldi direttamente e con l’indotto e fa numeri che fanno testo al momento di fissare le tariffe per le inserzioni pubblicitarie. E’ talmente importante per la tv che di fatto i concorrenti hanno smesso di combatterlo e per una settimana sulle altre reti, se non si parla anche lì di Sanremo, è dura trovare anche documentari sui pinguini, sempre che i pinguini non cantino.

Eppure non serve a niente per la musica. A niente per la discografia. Le vendite sono ridicole a parte qualche exploit limitato nelle prime settimane. E’ un programma televisivo con sfruttamento di canzoni. Le novità fanno appena una comparsata in apertura, i big sono talmente diluiti in tre ore che in prima fascia ne passano tre o quattro al massimo, confusi tra ospiti, comici, chiacchiere, collegamenti vari, autopromozioni e il dovuto omaggio agli eroi di Stato o quel che dev’essere.

Quest’anno non ha vinto la Mannoia, per la gioia delle agenzie di scommesse, bruciata sul filo di lana da una improvvida giuria Rai “di qualità”, sono stati premiati due “ragazzi di casa”, entrambi passati dalle selezioni Rai (Gabbani primo tra le nuove proposte 2016, Ermal Meta già al festival due volte con due gruppi diversi, Ameba 4 e La fame di Camilla e poi autore per tanti altri in gara) e non provenienti dai talent, e si sono bruciate le vecchie glorie Ron, D’Alessio, Al Bano nel segno di un rinnovamento che non offre però alcuna garanzia di successo in futuro.

Perché Sanremo non promuove. Brucia. A volte brucia anche se stesso.

Quest’anno, Carlo Conti è riuscito a dare segnali interessanti di rinnovamento, ma una volta di più il Festival non è neppure lontanamente una vetrina attendibile della musica italiana e del panorama internazionale. A massimo può spingere la scimmia nuda di Gabbani all’Eurosong Contest. Oltre, dipenderà da lui.

L’ansia di risparmio avrebbe portato alla Rai un guadagno netto di 1,5 milioni di euro a sera, ma anche alla caduta degli ospiti. E’ sembrata una riedizione del Tale e Quale Show. Le imitazioni di Virginia Raffaele, un Bob Dylan farlocco, canzoni riciclate e perfino cover di cover di cover, come la scelta di riprendere “Ho difeso il mio amore” dei Nomadi, che in realtà era successo prima di tutto dei Profeti ed era cover di “Nights in White Satin” dei Moody Blues che poi aveva avuto perfino una versione dance di Giorgio Moroder (guarda caso presidente di giuria) chiamata “Knights in white satin”.

Altro che Bruce Springsteen che si ispirava a Woody Guthrie che citava Steinbeck dopo aver visto un film di John Ford! Quelli erano tempi di grande musica al Festival, luogo in cui si blandiva il gusto popolare ma si mettevano anche dei paletti di alta musica facendo salire il gusto di massa di almeno un gradino. E non smetterò di dire che i migliori Festival dell’era moderna sono stati i primi di Fabio Fazio, dove la musica tornò al centro e fu fatto un grande lavoro sulla qualità, riportando anche i grandi nomi di attualità sul palco. Non in gara? Ma che importa! La gara in sé è un nonsenso dal 1968 in poi, ma serve a catturare la curiosità della gente, se hai altro da proporre.

Piuttosto mai come quest’anno ci si è accorti che il re è nudo. Sanremo è nudo. Spogliato dei grandi nomi, dei grandi ospiti, dei grandi vecchi, delle vallette, della scala, di ogni rituale, il festival non ha più identità. Ha messo in gara tanti figli di talent, di tutti i talent, senza che ne avessero titolo o fossero noti al grande pubblico. E questo è un rischio. Perchè Sanremo è una grande vetrina, non un talent show. E’ cultura popolare, non un talent show. E’ un tritacarne vero, non un talent show. E qualcuno si è fatto male.

A Sanremo, a conti fatti manca il Festivalbar. Manca un vero Castrocaro. Manca un appuntamento dove i ragazzi da talent possano confrontarsi, osare, crescere e farsi conoscere fuori dalla loro scatola di fan deliranti ed effimeri, prima di andare al Festival. E questo poteva essere il Castrocaro di una volta, quello che portò alla ribalta i Ramazzotti e le Pausini, oppure una manifestazione ex novo. E manca un grande appuntamento con la realtà musicale e discografica a 360 gradi com’era quello di Vittorio Salvetti e che Mediaset fece soccombere preferendogli i Wind Awards. Ma i grandi premi della discografia ospitano il passato. Il Festivalbar invece promuoveva il futuro. Era l’occasione per fare il punto della situazione e mostrare il nuovo, italiano e internazionale, di ogni genere, una fiera vetrina popolare che faceva da contraltare estivo a Sanremo (premiando subito un Vasco Rossi appena bruciato al Festival) e dava visibilità al mondo discografico che magari avrebbe trovato qui i suoi artisti da festival già rodati e digeriti dalla folla senza dover sottostare alle regole dei talent (interpreti generici, grandi voci urlanti, faccino carino).

Ma anche il Festivalbar era figlio del suo tempo. Vedremo da qui a un anno cos’altro nascerà, perchè fra un anno, ricordiamocelo, c’è Sanremo!

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Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.