Arte e Visione. Di necessità virtù

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Jean-Baptiste-Siméon Chardin

Che la maturità possa portare – oltre a innumerevoli scocciature di ogni genere – anche un minimo di saggezza è cosa tutt’altro che sicura. Ho conosciuto tanti giovani cretini che, dal passare degli anni non hanno tratto alcun beneficio, se non quello di trasformarsi in vecchi cretini.
L’unica consapevolezza che mi ha regalato il trascorrere del tempo, è che la vita ha un senso dell’umorismo incredibilmente cinico e bastardo. Tutto ciò che ci si aspetterebbe, lo nega inevitabilmente – nel bene e nel male – per dispensarci invece quello che mai si sarebbe immaginato.
Ereditarietà, genetica, stili di vita, vanno a farsi fottere rispetto a ciò che la vita è capace di serbarci. Tuo padre è morto d’infarto? Non ci sperare pure tu, probabilmente sarai afflitto da innumerevoli altre malattie fuorché quella.
L’unica arma a nostra disposizione è quella di fare di necessità virtù. Proprio come hanno fatto gli artisti di cui parlerò questa volta. L’idea, come sempre, nasce da un’esperienza personale. Recentemente, dopo che ho fatto della vista il mio principale strumento di lavoro, mi è capitato di ritrovarmi affetto da una maculopatia, spero transitoria.
“È tutta causa dello stress” dice l’oculista che mi ha fotografato il fondo oculare con una macchina che qualche decina d’anni fa era impensabile solo immaginare. “E in pratica, non esiste una cura definitiva” ha aggiunto. In fondo sono fortunato, mi resta sempre l’altro occhio.
Ma come avranno fatto quegli artisti affetti da disturbi visivi di vario genere a continuare la loro attività? Forse hanno fatto di necessità virtù, e tanti di quei capolavori che non ci stanchiamo mai di guardare, non sono altro che il frutto delle loro patologie.
Ecco allora una selezione di opere e artisti che, la curiosità e la comunanza dei disturbi, mi hanno portato a cercare. E se tutti più o meno sanno che Monet dipingeva quelle meravigliose ninfee proprio perché affetto da cataratta, non tutti forse conosceranno la storia di tanti altri artisti che hanno saputo fare di necessità virtù. In fondo, un inno all’ottimismo.

Secondo il professor Andrea Cusumano, docente di oftalmologia all’università di Tor Vergata nonché alla Cornell University di New York, uno che soffriva di corioretinopatia sierosa centrale è stato Vincent Van Gogh (1853-1890). A riprova di ciò, porta a esempio il dipinto della chiesa di Auvers-sur-Oise, nel quale riconosce nelle forme sinuose e i colori, i sintomi inconfondibili di una maculopatia da stress. Un’opera diversa dalle precedenti, dipinta in un periodo nel quale il pittore era sottoposto a un fortissimo stress dovuto ai continui soggiorni in una sorta di manicomio nel quale si era volontariamente fatto internare. Una distorsione delle immagini che invece scompare nei quadri successivi, a conferma del fatto che la maculopatia dovuta a stress spesso regredisce spontaneamente. A me viene anche in mente il cielo stellato, nel quale luna e stelle sono attorniate da un alone tipico della miopia o dell’astigmatismo. Ma mi rendo conto che questa ipotesi è soltanto una forzatura.

Vincent Van Gogh

La stessa forzatura, secondo la quale molti (Richard Liebreich, David Katz) anche senza alcuna prova certa, attribuiscono un grave astigmatismo a El Greco (1841-1614). Proprio a causa di quelle figure spesso estremamente allungate – che però potrebbero essere anche un retaggio delle sue origini bizantine – e i tratti di pennello che tanto sembrano precorrere l’Espressionismo, benché si stia parlando di un pittore che ha vissuto in pieno Rinascimento. Un’ipotesi anche questa, che si trascina ormai da molti anni senza che si sia mai giunti a conclusioni certe.

El Greco

Che invece Claude Monet (1840-1926) fosse afflitto da cataratta è un dato di fatto, testimoniato addirittura da fotografie che documentano la lunga convalescenza dopo l’operazione. Questo lo portò a una visione dei colori completamente diversa, tanto che scriveva: “ Vedo il blu e non vedo più il rosso; ciò mi fa arrabbiare terribilmente perché so che questi colori esistono, perché so che sulla mia tavolozza c’è il rosso, il giallo, un verde speciale, un violetto particolare; non li vedo più come li vedevo un tempo”.
Alla fine della convalescenza finalmente questi problemi si risolsero, anzi, pare che riuscisse a vedere anche i colori nello spettro dell’ultravioletto. E forse proprio grazie a ciò oggi possiamo ammirare quelle incredibili ninfee dai colori così particolari, immerse in un’atmosfera quasi aliena e carica di mistero. Una progressione della malattia talmente chiara, rispetto alle opere in cui vedeva normalmente, che viene quasi da pensare che nel suo caso la cataratta e la sua rocambolesca risoluzione chirurgica, siano state un dono per l’umanità intera.

Claude Monet

Ma sarebbe un errore pensare che l’Impressionismo nasca da pittori con disturbi visivi, benché molti fossero gli esponenti di questa corrente che soffrivano di patologie dell’occhio. Come per esempio Edgar Degas (1834-1917). Sono note le sue difficoltà visive già dai trent’anni d’età, anche se non è ben chiara quale fosse la sua patologia. In una lettera del 1871 scrive: “…i miei occhi vanno meglio… lavoro poco, è vero… soltanto ritratti di famiglia che dipingo secondo il gusto di chi me lo chiede, talora in condizioni impossibili di luce”. Probabilmente soffriva di fotofobia e di una maculopatia degenerativa, visto che in altre lettere si lamenta della luce troppo violenta che i suoi occhi non riescono a sopportare. Forse è per questo che i soggetti che Degas predilige sono quasi sempre interni: teatri, caffè o sale da concerti. Soggetti particolari, che ben presto fu costretto a ritrarre usando il pastello, visto che i colori a olio erano troppo complessi da utilizzare per la sua vista. Fino a che non si dedicò alla scultura, utilizzando le mani a compendio della vista e realizzando tra l’altro quella meraviglia della Danzatrice, che vestì con un vero tutù di tulle e il corpetto e le scarpette di raso. Un capolavoro che forse, in assenza dei suoi disturbi visivi, non avremmo mai potuto ammirare.

Edgard Degas

Camille Pissarro (1830-1903) soffriva di ostruzione delle vie lacrimali con infiammazione cronica. Ciò gli causava una lacrimazione costante, aggravata dal vento e dal freddo. Per questo motivo, lui che amava così tanto la luce e i paesaggi, fu costretto a scegliere altri soggetti: le vie della città, che dipingeva dall’alto di una camera d’albergo. l’Hotel Garnier per la Gare Saint-Lazare, L’Hotel de Russie per i boulevard eccetera. Il motivo di quei punti di vista così particolari su Parigi.

Camille Pissarro

Mary Stevenson Cassatt (1844-1926) entra a far parte del gruppo dei pittori impressionisti grazie a Edgar Degas. A mio parere, non sarà mai all’altezza degli altri impressionisti, nemmeno dell’amica Berthe Morisot, l’unica donna – insieme a Mary – a far parte del gruppo. Un po’ troppo “americana”, troppo accurata e troppo specializzata in ritratti di madri con figlio per suscitare le emozioni dei suoi colleghi. L’unica opera che davvero apprezzo è Little Girl in a Blue Armchair (1878), il resto purtroppo non mi entusiasma. La sua vista ha cominciato a declinare verso il 1900 e, una decina d’anni più tardi, il famoso oculista Edmond Landolt – lo stesso che precedentemente trattò anche Degas – le diagnosticò una cataratta. Fu afflitta anche da una retinopatia. Nel suo caso però, non è possibile affermare che le opere siano state influenzate dai disturbi visivi e questo forse è un peccato…

Mary Stevenson Cassatt

E per chiudere con gli impressionisti, non resta che Paul Cézanne (1839-1906) che pare sfruttasse la visuale sfuocata indotta dalla miopia per realizzare le sue opere. Sembra addirittura che quando gli offrissero degli occhiali, lui rispondesse stizzito: “Levatemi di torno questi oggetti volgari!”. Quindi è logico ritenere che nel suo caso il difetto diventasse consciamente virtù. E di questo gliene saremo eternamente grati.

Paul Cézanne

Charles Meryon (1821-1868) era clamorosamente daltonico. Tanto che, dopo aver tentato di dipingere alcuni acquarelli e pastelli (non male il Vascello fantasma) si dedicò con successo all’incisione. Così, uno dei suoi amici – Philippe Burty – descrive il disturbo di Meryon: “Nelle rare pitture o nei pastelli di monsieur Meryon che abbiamo visto, abbiamo creduto di osservare che, se egli possiede in alto grado il senso dei valori relativi di ombra e luce, i suoi occhi non sembrano sempre colpiti dal valore corretto dei toni di colore. Non può distinguere le fragole mature dalle foglie. Sulla sua tavolozza, usa il rosso in luogo del giallo, il rosa per il verde, mentre distingue altri colori come il carminio puro, l’oro, il cobalto, il lapislazzuli, con estrema precisione”.

Charles Meryon

Una cosa di cui invece non mi sono accorto quando ho parlato di autoritratti e, in particolare, di Rembrandt (1606-1669), è che fosse chiaramente strabico. Difetto che appare nella maggior parte dei suoi autoritratti. Ma in che modo questo potrebbe aver influenzato la sua maniera di dipingere? Non certo come Monet, nella percezione dei colori, ma piuttosto in una maggiore facilità nel trasporre scene tridimensionali sulla bidimensionalità della tela. Un vantaggio pratico insomma. Un po’ come quando ci insegnavano a chiudere un occhio per cogliere meglio forme e particolari durante le lezioni di figura al liceo artistico. Queste le conclusioni che trae la neurobiologa Margaret Livingstone, che ha analizzato numerose opere dell’artista.

Rembrandt

Tutti pensano che le figure e i colori di Edvard Munch (1863-1944) siano dovute esclusivamente alle innumerevoli nevrosi di cui soffriva, ma pochi sanno che fu afflitto anche da gravi problemi agli occhi. Quanto però gli incubi del pittore siano determinati da problemi mentali o da disturbi visivi – probabilmente ipercromatismo, oltre ad aver perso (nel 1930) la vista dall’occhio destro – non possiamo immaginarlo. Non credo, come molti pensano, che quei colori così densi e forti fossero dovuti al daltonismo; troppo semplice, e non sarebbero presenti in modo così costante il rosso o l’arancione che, per un daltonico, sono semplici tonalità di grigio.

Edvard Munch

Georgia O’Keeffe (1887-1986) fu una pittrice statunitense che, per colmo dell’ironia, fece parte della corrente Precisionista o Realismo cubista. Famosi i quadri in cui rappresenta enormi fiori che ricordano i genitali femminili. A partire dal 1968 iniziarono i primi problemi agli occhi e, in pochi anni, la degenerazione maculare le fece perdere quasi completamente la visione centrale.

Georgia O’Keffe