James McMurtry, tour italiano full band archiviato con successo

Già applauditissimo a Torino, Chiari e Vicenza, si è concluso ieri sera a Cantù il primo tour italiano elettrico “full band” del cantautore di Fort Worth. Personaggio di poche parole, concreto fino all’eccesso, ha confermato il suo stile roccioso capace di unire poesia, critica socio-politica e liricità avventurosa. Tra il pubblico anche Massimo Bubola

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James McMurtry a Vicenza (Foto Daniele Benvenuti)

James McMurtry, alla fine, è sempre lo stesso scontroso e affascinante cantastorie che, 25 anni or sono, aveva fatto gridare al miracolo la critica più attenta. Tuttavia, quando ad affiancarlo su un palco sono i fidati e rocciosi Heartless Bastards, la prospettiva cambia non poco e gli entusiasmi “rockistici” si dilatano non poco.

Tornato in Italia quasi a furor di popolo in versione “full band” dopo l’applauditissima ed essenziale passerella acustica d’assaggio di due estati fa nella suggestiva cornice del lago di Pusiano (e, per la precisione, nel suggestivo parco di palazzo Beauharnais, evento clou dell’eponimo Buscadero Day), questa volta il lungagnone con gli occhiali da intellettuale e un Borsalino sformato sempre calcato sopra i riccioli ribelli ha riportato nello Stivale il suo carisma e le sue novelle in versi musicati ora con durezza, ora con sussurrante confidenzialità, facendosi guardare le spalle da tre “pards” tanto affiatati quanto adatti a uno show crudo, essenziale e talvolta persino acido.

Classe 1962, eccellente chitarrista e sporadico attore, il pluripremiato figlio d’arte (l’illustre genitore, Larry, è scrittore e sceneggiatore “saccheggiatissimo” da Hollywood con tanto di premi Pulitzer, BAFTA, Oscar e Golden Globe in bacheca), orgogliosamente emancipato e capace di unire ispirato talento poetico a sincero impegno socio-politico, ha chiuso ieri sera a Cantù il mini tour italiano che già lo aveva visto nei giorni scorsi passare con altissimo livello di gradimento e di valutazioni specializzate attraverso piazze dal palato tradizionalmente fine e allenato come quelle di Torino, Chiari e Vicenza.

Ed è proprio nella città berica che il sottoscritto lo ha finalmente intercettato, approfittando anche dell’impeccabile quanto appassionata organizzazione di Musica Intus che ha portato l’emaciato e spigoloso McMurtry sul palco di uno spazio di assoluta eccellenza nazionale come quello del Retrò Music Club. Ex dancing e già cinema parrocchiale nel cuore del quartiere Ferrovieri, negli ultimi anni ha riscoperto nuova ed esaltante palpitazione grazie a una vivace e organizzata scuola di ballo country. Geniale la scelta di approfittarne da parte di “quelli” di Musica Intus che hanno messo a disposizione dell’artista di Forth Worth un palco ampio e confortevole in una sala dall’acustica eccellente e dagli spazi vasti assai. Addirittura sorprendente il colpo d’occhio una volta varcata la tenda in velluto che si apre sulla platea con tanto di enorme banco bar di fronte al palco (drink e food a prezzi inusitatamente popolari e di qualità eccellente, cocktails compresi), qualche fila di seggioline in zona mixer e infine una lunga serie di tavoli con tanto di tovaglia e candela fino a bordo stage. Sembrava di trovarsi in periferia di Nashville (non in un locale per turisti lungo la Broadway, ma uno di quelli per residenti dove puoi trovare Zac Brown e il suo baschetto di lana nel separé accanto o assistere a un’esibizione improvvisata di Vince Gill con il suo look da impiegato) o in una delle centinaia di antiche dancehall sparse per tutto il Delta. Scelta che, in questo caso specifico premiata con un meritato “quasi” sold out, offre comodità, visibilità e pathos a pubblico ed artisti.

E, a beneficiarne per primo nel tardo pomeriggio vicentino (ottima idea anche l’orario d’inizio e la rispettosa scelta di evitare i soliti ritardi accademici…), è stato l’originale Richard Shindell (anche lui impegnato a chiudere il suo tour italiano già passato attraverso Zoagli, Pavia, Cantù, Verona, Bolzano e Chiari) che, proprio come in occasione dello show bresciano, ha aperto i lavori con una quarantina di minuti e sette brani acustici d’assaggio garbato e poetico. Il cantautore del Jersey, da anni trasferito in Argentina, aiutato da una singolare tecnica percussiva alla sei corde argentate, ha proposto curiose storie di vacche (intese come quadrupedi…) e sentimenti, catene di hotel e asini dell’impero romano con un approccio da cantastorie che allontana del tutto sia l’iconografia del r’n’r hero che la polverosità dell’hobo. Dolcevita e sciarpa, occhiali da vista, quasi anonimo, pare un cantastorie che unisce delicatezza e allegorie con un pizzico di follia, unendo in maniera del tutto personale sprazzi di Nick Drake a folate di Sixto Rodriguez e schegge di Kinky Friedman.

L’apparizione di McMurtry, notoriamente pupillo di John Mellencamp e beniamino di Stephen King, avviene quando le 20.45 sono passate solo da una manciata di secondi e alla fine regalerà circa un’ora e trequarti di esibizione solida, senza fronzoli, priva di ruffianerie ma anche un po’ troppo spezzettata tra un brano e l’altro, causa necessità di accordare le chitarre, togliendo un pizzico di robusta e necessaria continuità allo show.

Inizio in classico trio (chitarra, basso e batteria), poi il rinforzo di una seconda chitarra elettrica più fisa a partire dal quinto brano di una scaletta che si chiuderà a quota 18, senza modifiche sostanziali rispetto le esibizioni delle precedenti serate italiane. Solito avvio con Bayou tortous per spezzare il ghiaccio senza troppi convenevoli e ampio spazio all’inconfondibile songwriting del texano, accompagnato dal suo cantato cupo e sabbioso. Poche parole (e anche quelle masticate di brutto con il consueto tono nasale), rari sorrisi, “sguardo sperduto” (come lo ha ben dipinto il cultore e studioso romano Giovanni Sottosanti: “È stato un set sanguinoso e incendiario, vibrante, dolente, strascicato e malinconico come un tramonto texano”, (la sua esperta analisi) e qualche periodico sussulto comunicativo come quando, a metà concerto, invita tutti a ballare davanti al palco prima dell’attesa Choctaw Bingo. Ovviamente, viene subito esaudito con entusiasmo, mentre il busker padovano Caterino Riccardi guida la “transumanza” verso il microfono e si fondono sonorità degne di un JJ Cale occasionalmente al bar insieme a Mark Knopfler, pronte per evolvere in un honky tonk urbano.

Red dress, What’s the matter now? e Just us kids sono inconfondibili: emerge la lezione ben imparata dalle collaborazioni con John Prine, Dwight Yoakam e Joe Ely ma anche dall’ascolto del concittadino Townes Van Zant. Uno stile “confinario”, sempre ben equilibrato tra la ricerca dei testi di ispirazione folk, la crudezza del rock chitarristico e la fantasia del vagabondo senza paraocchi o vincoli stilistici. E una voce che si incastra tra Calvin Russell e John Campbell entrambi buonanima, mentre l’eroe regionale Massimo Bubola e il promoter italiano di McMurtry, Andrea Parodi (entrambi compagni di viaggio insieme a Jono Manson e Massimiliano Larocca con il supergruppo Barnetti Bros. che aveva regalato lo splendido album Chupadero!) assistono spalla a spalla, visibilmente soddisfatti.

È McMurtry stesso a prendersi gran parte degli assoli alla sei corde, molto “neilenonangusyounghiani” per la verità, mentre il roadie che rinforza i Restless Bastards pare uscito da un inquietante mutazione generica con il dna di Massimo Ceccherini e Steve Earle, si tiene stretti i rimanenti. In una serata da greatest hits arrivano anche citazioni da Complicated game (ultima fatica, targata 2015), mentre il band leader dal teschio alla Nando Paone continua nel suo schema con atteggiamento schivo: come un idraulico che arriva, fa il suo lavoro con dedizione e poi se ne va, senza accettare neppure un caffè. Sorprendono le spruzzate funk e addirittura cajun che emergono a metà show, mentre These things I’ve come to know è il momento della pausa acustica e solitaria.

Con il ritorno full band salgono definitivamente i ritmi e la rocciosità di quelle che rimangono sempre e comunque ballate con versi di cruda poesia. Childish things (“Miglior album” e “Miglior canzone” agli Americana Music Award di Nashville nel 2005) punta la prua verso il gran finale e, tra una citazione ben poco amichevole a Donald Trump e l’ennesima laboriosa rotazione di chitarra, si chiude con le immancabili No more buffalo e Too long in the Wasteland. Il commiato di rito, solitario, è affidato come sempre a Lights of Cheyenne.

Vogliate gradire!

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.