Lucio Battisti. 18 canzoni per ripercorrere la storia del genio della musica italiana

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Oggi Lucio Battisti avrebbe compiuto 74 anni. E invece se ne andò il 9 settembre del ’98, in una clinica milanese, portando con sé uno dei più grandi talenti (per chi scrive, il più grande in assoluto) che la nostra musica abbia mai conosciuto. Genio, artista sempre all’avanguardia e precursore: massimo rappresentante della musica leggera italiana con Mogol, ebbe poi il coraggio di rinnovarsi cimentandosi con i testi ardui e pungenti di Panella, fino ad esplorare il mondo rap e dance. E adesso è inutile interrogarsi su quanti altri capolavori ci avrebbe regalato se fosse ancora in vita: preferiamo ricordarlo con le sue canzoni, una per ogni album pubblicato.
Buon ascolto.

Per una lira. Dolce di giorno/Per un lira, del ’66, fu il primo 45 giri di Lucio Battisti. Le vendite registrate furono assai basse, ma i due brani destarono grande interesse tra gli “addetti ai lavori” intorno alla figura del musicista di Poggio Bustone. Entrambi i pezzi, comunque, arrivarono al grande pubblico: grazie ai Dik Dik, Dolce di giorno, e grazie ai Ribelli di Demetrio Stratos, Per una lira. Quest’ultima canzone, che fu oggetto di forti critiche per il suo testo da alcuni considerato misogino, fu inserita nel primo album di Battisti nel ’69, in una nuova versione.

Il tempo di morire. Contenuto nel secondo disco di Battisti, datato 1970, si tratta di uno dei brani più celebri della sua produzione. Storia di un disperato che, per una notte d’amore con una donna, è disposto a cederle la sua motocicletta e tutto quello che ha. Un mezzo di grande valore, secondo gli intenti di Mogol, che tuttavia scrisse di una motocicletta 10 hp, accorgendosi solo a cose fatte che 10 cavalli rappresentano una potenza piuttosto modesta. Il tempo di morire è anche una delle canzoni più “coverizzate” di Battisti: tra le versioni più celebri, quella dei Litfiba, contenuta nella raccolta Sogno ribelle, nell’antologia Innocenti evasioni 2006 ed eseguita dal vivo nel Pirata Tour ’90, e quella di Vasco Rossi, suonata nel ’96 al Mugello durante il tour di Nessun pericolo per te e inserita nell’album del 2009 Tracks – Inediti & rarità.

Dio mio no. Contenuto nell’album Amore e non amore del ’71, è decisamente uno dei pezzi che rappresentano una situazione di “non amore”. Racconta Mogol: «Il protagonista è un uomo ad alto contenuto di testosterone, o almeno così pensa lui, e i miei versi lo dipingono come un cacciatore di femmina in attesa della sua preda. La tana è perfetta, il nostro macho ha pensato proprio a tutto […]. Solo un dubbio lo assale […]: la paura che per qualche motivo la donna non si presenti più, che possa sfuggire al suo sacrificio predestinato. Ma lei non solo arriva ma sconvolge anche tutta la storia; prende in mano la situazione, con calma e sicurezza mangia, poi chiede dov’è il letto, si spoglia e si mette in pigiama. A questo punto il nostro maschio pappagallo “panica” in quanto preso in contropiede e, defraudato delle mostrine di Casanova grida: Dio mio no. È una specie di caricatura del dominio femminile sull’uomo e già ipotizzavo un cambio di sudditanza tra i due sessi». Il brano, lo avete capito, è ad alto contenuto erotico e, proprio per questa ragione, fu vittima della censura della Rai. Censura sfidata dallo stesso Battisti che, il 31 dicembre ’71, ospite della trasmissione di Capodanno Cento di queste notti, ne accennò alcune note con la chitarra acustica prima di cantare La canzone del sole.

Pensieri e parole. Prima traccia del lato B di Lucio Battisti Vol. 4, datato 1971. Uno dei pezzi più belli del musicista di Poggio Bustone, caratterizzato dall’intreccio vocale di due melodie distinte. Il brano conosce una seconda versione, contenuta nelle antologie Tutto Battisti del ’75, Profili musicali nº 21 dell’82 e Il meglio di Lucio Battisti dell’84 e oggi non più in commercio, dalla durata di 5 minuti e 14 secondi, contro i 3 minuti e 55 secondi originali, con una lunga coda strumentale composta dallo stesso Battisti insieme all’arrangiatore Gian Piero Reverberi.

I giardini di marzo. Un altro tra i brani più belli (e più celebri) di Battisti, contenuto in un disco, Umanamente uomo: il sogno, zeppo di successi: Innocenti evasioni, E penso a te, Comunque bella. Pezzo autoobiografico in cui Mogol racconta la sua infanzia nel dopoguerra, tra la povertà (Al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti) e la voglia di continuare a sognare (Che anno è, che giorno è? / Questo è il tempo di vivere con te / Le mie mani, come vedi, non tremano più / E ho nell’anima… / In fondo all’anima cieli immensi e immenso amore / E poi ancora, ancora amore, amor per te / Fiumi azzurri e colline e praterie / Dove corrono dolcissime le mie malinconie / L’universo trova spazio dentro me), ma con la necessità poi di tornare con i piedi per terra (Ma il coraggio di vivere, quello, ancora non c’è).

Il mio canto libero. Proseguiamo sulla scia dei successi di Lucio Battisti con uno dei grandi classici della musica leggera italiana. Altra canzone autobiografica, in cui Mogol racconta l’inizio della storia con la pittrice e poetessa Gabriella Marazzi, l’acquisto del celebre mulino poi adibito a studio di registrazione e di un cascinale ricoperto dalle rose selvatiche, in cui la coppia andò a vivere.
Il pezzo ottenne un successo tale da indurre Battisti a inciderne altre tre versioni: in inglese (A song to feel alive), in spagnolo (Mi libre canción) e in tedesco (Unser Freies Lied).

Il nostro caro angelo. Inserita nell’ottavo disco di Battisti, si tratta di una canzone di denuncia contro la Chiesta cattolica, e a spiegarlo è lo stesso Mogol in un’intervista a Claudio Bernieri: «Il nostro caro angelo è un discorso contro la Chiesa! L’hai sentita? Il nostro caro angelo è l’ideale. Effettivamente è un testo un po’ difficile, però è autentico. Guarda che è semplicissimo, te lo posso spiegare in tre parole: voglio dire che l’ideale dell’uomo è distrutto man mano che si vive, perché è chiaro che chi vive con le ali viene ferito. Allora si mettono i remi in barca e si comincia a fare il discorso del compromesso; qui c’è proprio il tentativo di difendere questo ideale, le ali bianche non servono più. L’uomo condannato da questa Chiesa, visto come un peccatore, oscura sempre di più: è un discorso contro la Chiesa fatto con mezzo milione di copie, è un discorso sociale, assolutamente».

Abbracciala abbracciali abbracciati. Prima traccia di Anima latina, disco del ’74 tra i più belli di Battisti e in cui il musicista di Poggio Bustone fa le sue prime, vere sperimentazioni nel prog. Il pezzo di apertura dell’album ne è un esempio lampante, trasformandosi presto in una “jam session” in cui la voce di Battisti è essa stessa strumento musicale che cerca di farsi spazio tra gli intrecci di suoni.

La compagnia. Pezzo (bruttino, va detto) contenuto in un disco, Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera, tutt’altro che indimenticabile. La canzone fu scritta da Mogol e Carlo Donida per Marisa Sannia, che la pubblicò nel ’69, mentre Battisti la reincise nel ’76, in una versione “rallentata”. Del brano di Battisti fu anche girato un videoclip (esperienza più unica che rara) che vedeva lo stesso musicista girare in bicicletta tra i prati e riparare una ruota bucata. Il video, tuttavia, non è mai stato trasmesso in televisione. Molti, gli artisti che nel corso degli anni hanno registrato delle cover del pezzo: Mina nell’88, i Tazenda nel ’94 e Vasco Rossi nel 2007.

Amarsi un po’. Altro brano non certo indimenticabile, contenuto in Io tu noi tutti, disco del ’77. Del pezzo, come già successo con Il mio canto libero, fu registrata anche una versione in inglese, To feel in love, che fu la prima canzone di Battisti per il mercato statunitense. Il brano fu poi inserito nell’album Images, del ’77, contenente 7 versioni in inglese del suo repertorio. Nell’84, inoltre, Carlo Vanzina girò un film dal titolo Amarsi un po’, con colonna sonora quasi interamente di Mario Lavezzi. Una piccola curiosità: su YouTube è presente una versione live acustica per la televisione tedesca che potete vedere a questo link.

Prendila così. Canzone di apertura di Una donna per amico: tra le più famose del disco, nonostante non sia mai stata scelta come singolo. Brano che conta un numero piuttosto elevato di cover: le principali, quelle di Anna Oxa, Paolo Vallesi, Petra Magoni e Delta V.

Con il nastro rosa. Pezzo tra i più amati di Battisti e pezzo che segnerà la fine del suo sodalizio con Mogol. Contiene una frase entrata di diritto nell’immaginario comune: Lo scopriremo solo vivendo.
Ad oggi, è una delle canzoni più suonate del repertorio del musicista, anche grazie al solo finale di chitarra elettrica che porta la firma di Phil Palmer.

E già. Title-track e unico singolo estratto dall’album dell’82, il primo pubblicato dopo la fine del sodalizio con Mogol. Testi scritti dalla moglie di Battisti, Grazia Letizia Veronese, che si firma con lo pseudonimo Velezia, e parentesi discografica tutt’altro che felice. Sia a livello qualitativo che a livello di vendite: il singolo riuscì infatti a piazzarsi appena al 52º posto nella classifica delle canzoni più vendute dell’anno. Curioso notare, inoltre, che l’unico musicista accreditato nel disco fu Greg Walsh, per il suo lavoro a tastiere, synth e batteria elettronica, trattandosi di un album registrato con l’utilizzo quasi esclusivo di computer e strumenti elettronici.

Don Giovanni. Archiviata la parentesi “familiare”, è tempo per Battisti di aria fresca, con l’arrivo di Pasquale Panella. Artista geniale e, di conseguenza, amato follemente o “odiato”. I testi di Panella sono criptici, enigmatici: l’opposto rispetto alla semplicità e linearità che caratterizzava la scrittura di Mogol. Ed è proprio questo cambio di rotta, oggetto di una strofa di Don Giovanni: “Che ozio nella tournée / Di mai più tornare / Nell’intronata routine / Del cantar leggero / L’amore sul serio”.

L’apparenza. Il sodalizio con Panella prosegue a gonfie vele. Se possibile, i pezzi diventano più criptici, complice l’ulteriore maturazione di Battisti in una scrittura capace di rendersi ancora più rarefatta. Come in parte suggerito dal titolo, ne è un esempio L’apparenza: emblema dell’inconsistenza (non certo musicale). L’interlocutore è un donna reale o frutto dell’immaginazione del protagonista? E a questo turbinio di sensazioni si aggiunge una musica intrinsecamente dissonante.

I ritorniSeconda traccia del lato B de La sposa occidentale, terzo brano della coppia Battisti/Panella e capolavoro assoluto del disco. Canzone che parla di ciò di cui trattano la maggior parte delle canzoni: l’amore. Ma Panella lo fa a modo suo, cambiando tutte le carte, stravolgendo i canoni e toccando livelli estremi di poesia.

Cosa succederà alla ragazza. Title-track dell’album del ’92. Ritmi forsennati, che suggeriscono ciò che viene dipinto dalle parole di Panella: uno stupro. Ma, lo dicevamo, musica e testo si limitano a suggerire ciò che sta avvenendo, non menzionando mai la parola. Il basso sintetico su cui poggia il brano è quasi isterico, ed è questa la sensazione che viene trasmessa all’ascoltatore.

La voce del viso. Avendo iniziato con Per una lira, non potevamo non terminare con La voce del viso, ultimo pezzo di Lucio Battisti. E ascoltando i due brani in sequenza risulta difficile credere che siano lavoro dello stesso autore. Non (solo) per la voce, in quest’ultimo pezzo esclusivamente in falsetto. Ma per le musiche, che da accordi più o meno lineari arrivano qui a varcare la soglia della dance. Quasi a voler esorcizzare un testo pregno di significato, che vede l’esaltazione del viso come unica vera forma di manifestazione dell’essere.

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Laura Berlinghieri
Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.
  • Eugenia Moscardi

    Gentile Laura Berlinghieri,
    sono molto felice che per te Lucio Battisti sia il talento più grande in assoluto, perché è lo stesso per me. Vorrei, però, fare un appunto sulla lista delle 18 canzoni sopra riportate: se “La compagnia” è bruttina (come la definisci tu, e si potrebbe essere anche d’accordo) e non è neanche opera di Battisti, perché la riporti fra le sue canzoni per ripercorrere “la storia del genio della musica italiana”? Inoltre vorrei esprimere la mia opinione e dire che (al di là della difficoltà nello stilare una classifica) escludere “Anna” dall’eleco è un’omissione grave, in quanto da un punoto di vista strumentale è un pezzo stratosferico,per me è il “non plus ultra” della musica mondiale Grazie per l’attenzione