Paola Zukar racconta la storia del rap in Italia

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Paola Zukar nasce a Genova, si appassiona al rap e da fan passa ad essere una delle voci più autorevoli del rap in Italia. Se siete appassionati di rap italiano non potete non conoscere o non averla mai sentita nominare. Nel bene e nel male ne hanno parlato tutti. Una donna che ha avuto il coraggio di portare il rap italiano dove non aveva mai avuto la forza di stare, almeno fino al 2006, grazie alla sua passione e a quella dei suoi artisti.

Paola ricorda il suo primo incontro con il rap che avvenne alla fine degli anni Settanta, quando era ancora una bambina, e lo descrive nel suo libro (Rap, una storia italiana, Rizzoli) paragonandolo ad un rapimento alieno. Il rap, ma tutta la musica in generale, all’epoca, non era di facile fruizione, ergo quando un pezzo come Rapper’s delight ti colpiva e avevi la fortuna di intercettare il video in TV, non ti restava altro da fare che “fotografare” quel momento. Quella fotografia ha avuto il potere di mostrare a Paola il suo futuro.

Ormai sono passati oltre dieci anni ma, nel 2006, Paola Zukar riuscì per la prima volta a far entrare un artista del panorama rap italiano in una major: l’Universal. Questo artista è Fabri Fibra.
Ma l’Italia, quella vera, non vuole il rap, non come potrebbe o dovrebbe essere. Al contrario, lo accetta solo nelle sue forme più presentabili, assimilabili, addolcite. Le sue radici invece sono quelle di essere un genere scomodo, discusso e sempre nuovo, originale.
È assurdo pensare a come, anche nel 2006, quando appunto sono state aperte le porte a Fabri Fibra, oltre all’insistenza e alla caparbietà e tenacia di Paola Zukar, ci sia voluto il campanello di qualcuno da fuori: l’allora neo presidente francese della Universal Italia, Pascal Nègre. Era rimasto sconcertato dal fatto che, l’Italia, fosse l’unico Paese ad avere un colosso come l’Universal, senza che questi investisse sul rap.

 

Agenzia Management di Paola Zukar, nata nel 1984, segue artisti come Fabri Fibra, Marracash e Clementino.

Ma l’approdo in una major, in Italia, è stato sempre visto male da buona parte dei “puristi” dell’hip hop, della scena underground, ma specialmente da quei fan che si definiscono fan più legati alla vecchia scuola, che fanno un vero e proprio distinguo nauseante tra ciò che era old school e ciò che è new school.

«L’hip hop è la cultura, il rap è la musica, ma non occorre preoccuparsi di fare il difensore della cultura hip hop perché non ce n’è bisogno. La cultura hip hop è grande, radicata, forte. Si protegge da sé, trasformandosi e mantenendosi viva. Niente può intaccarla, tantomeno un disco, un singolo artista, un pensiero, una frase. Una cultura trasmette, si sparge come polline al vento e rende ricco il terreno più fertile. Chi ha creato questa cultura, l’ha sempre portata avanti con una libertà assoluta, rendendola forte e inattaccabile: adesso I breakers possono ballare sulla dubstep, ma non si può non capire che sono breakers e che sono partiti trent’anni fa sui breakbeat. La cultura si evolve e il futuro le vs incontro». (Paola Zukar)

Quindi, se da una parte ci sono delle radio che non hanno il coraggio di trasmettere il rap per come è veramente, dall’altra parte c’è un pubblico timoroso del nuovo e dell’evoluzione. Un pubblico che non ha una guida, colpevoli anche i media, i pochissimi addetti ai lavori non  in grado di avere veramente una voce autorevole. Sono veramente pochi i siti che Paola vede di buon occhio (ed ecco forse perché è così scarso il numero di recensioni al suo libro, se consideriamo quante in realtà ne meriterebbe). Il problema oggi è che è tutto gratis, il rovescio della medaglia del web: nessuno deve pagare o viene pagato nei vari blog e portali web, quindi perché qualcuno dovrebbe metterci la faccia?

«Pensare è sempre rischioso, meglio spensierare». Dice Paola nel suo libro e lo spiega davvero molto bene, portando sulla carta esempi empirici delle difficoltà di questo Paese. La dicitura “contiene testi espliciti”, esposta da Fabri Fibra per la prima volta su un disco di rap italiano nel 2006, non ha alcun valore legale perché in Italia non si prende nemmeno in considerazione il fatto che un testo rap contenga testi espliciti. Si arriva persino a portare il rap in tribunale, ad essere offensivi verso il rap e ancor più in generale verso l’hip hop non considerandoli arte, ma etichettandoli come scurrili e oltraggiosi. Poi di contro invece abbiamo le soubrette in TV all’orario di cena, tanta ipocrisia.

Tanta rabbia da parte di Paola che è frutto di tanto amore nei confronti del rap e del suo lavoro come manager di grandi artisti che hanno messo delle radici in questo Paese.

Ma c’è anche tanta speranza oltre alla rabbia, un sottogenere, la trap, che sta riuscendo a mettere insieme, se vogliamo, una parte melodica dei brani, con la durezza e la schiettezza dei veri testi rap, riuscendo, forse, in chiave futura, ad essere il compromesso giusto tra tradizione e novità.

Un’ultima personale considerazione sull’argomento trap: molti fan della vecchia generazione, per intenderci, i fan del rap, hanno giudicato le parole di Sfera Ebbasta irrispettose verso il rap, personalmente credo che quando lui annuncia di essere un’altra cosa dalla scena rap, semplicemente stia affermando un dato oggettivo, ma questo non significa che non riconosca l’importanza del rap, ma vuol dire che si è fatto da solo, che vuole il suo spazio senza doversi sentire parte di qualcosa che già ha scritto una pagina importante della storia. e tuttora ne sta scrivendo, nel panorama musicale italiano.

Un’interpretazione che invece do alla sorta di autolesionismo che c’è da parte della scena underground è questa: la paragonerei a quel dolce-amaro risentimento che una madre ha quando un figlio esce di casa per fare la propria vita. La madre (i sostenitori della vecchia scena) sa che il figlio (la nuova scena) deve diventare grande e quindi lasciare il nido, espandersi, ma non riesce ad accettare tutto ciò, e quindi boicotta ciò che invece dovrebbe amare di più al mondo.

In fine vi consiglierei di leggere Rap – Una storia italiana, un libro pieno di spunti di riflessione, di cultura e soprattutto di amore.

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Tyrone Nigretti
Mi chiamo Tyrone, vivo a Milano ed ho 21 anni. Ho iniziato ad ascoltare il rap perché rispecchiava la mia persona: il rap dice le cose nello stesso modo con cui amo dirle io, in modo pungente ed efficace. Le prime recensioni le ho scritte con il desiderio di spiegare il rap e di dare un'interpretazione che desse peso e importanza ad ogni parola scritta nei testi. Questa passione si è intensificata a tal punto da desiderare di poter lavorare con il rap e per il rap. Grazie al rap, dal quale sono stato in qualche modo ispirato, ho scritto il mio primo libro: Fattore H, edito da Rizzoli.