Fabrizio Moro: «Il nuovo disco racconta la mia intimità più profonda»

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Foto di Fabrizio Cestari

Fabrizio Moro mi aspetta negli uffici dell’ICompany, la società romana che ormai da anni si occupa dei suoi live e che organizzerà i concerti del  26 e 27 maggio al Palalottomatica di Roma (gli ultimi biglietti sono in vendita su Ticketone.it). «I due concerti saranno un’occasione per presentare il nuovo disco e per celebrare l’anniversario di Pensa», mi spiega Fabrizio.
L’occasione dell’incontro è la pubblicazione di Pace, il suo nuovo lavoro in studio che uscirà in tutta Italia venerdì prossimo per Sony Music. Un disco nato tra Milano, Roma e Cuba che «racconta la mia intimità più profonda. È un disco esistenziale e inciderlo è stato per me molto terapeutico. Alla fine, quando ho riascoltato tutti i pezzi in fila, mi sono accorto che ci sono delle parole che ritornano un po’ in ogni brano. Credo di non essermi mai scavato dentro in questa maniera, forse ho iniziato a farlo con Via delle girandole 10, ma in questo disco in modo ancora più significativo. È un disco egocentrico rispetto agli altri», ci tiene a precisare Moro.

Sei entrato in studio già con le idee chiare?
Quando entro in studio entro sempre con le idee chiare anche se per questo disco c’è stata un po’ di confusione. La produzione è durata due anni e mezzo. Solo nel primo anno ho scritto più di cinquanta canzoni e quindi ho fatto molta fatica a dare una linea omogenea al disco: due anni fa c’era un tipo di lavoro, poi ancora un altro e ora c’è questo. Dal punto di vista del sound e degli arrangiamenti sono entrato in studio abbastanza determinato e proprio per questo posso dire che è stato il disco che mi ha fatto soffrire meno in studio. Volevo un disco epico, grande… un disco che potesse suonare in grandi spazi, a differenza di Via delle girandole 10 che invece è un disco più intimo, quasi folk. Non a caso per quel disco è stata fatta la scelta di presentarlo nei teatri. Pace invece è nato per essere suonato in spazi più grandi…

Nel disco ci sono delle linee guida a livello di sound ben chiare e sempre definite: come sei arrivato a questa ricetta così vincente?
Questo disco, dal punto di vista del sound, è il migliore che ho realizzato ad oggi. Sul piano concettuale è probabilmente il più maturo, grazie anche all’apporto di Antonio Filippelli e Fabrizio Ferraguzzo (ndr. i produttori). Con loro si è creata una simbiosi che ha dato dei risultati molto soddisfacenti. Per quanto riguarda le registrazioni io ho portato in studio la mia band che ha registrato in presa diretta l’ossatura di tutti i brani. Poi Fabrizio e Antonio li hanno “superprodotti” .

Portami via è il brano che hai portato al Festival di Sanremo. Tu stesso hai dichiarato di aver trovato molta difficoltà ad interpretarlo, questo è dovuto all’intimità del pezzo?
Un po’ sicuramente la paura di salire su quel palco, soprattutto per me che vivo questo genere di situazioni con molta intensità e con un’ansia da prestazione non indifferente. Poi comunque è un brano in cui mi sono messo completamente a nudo. Un brano in cui chiedo aiuto… e per me non è mai stato facile chiederlo. Ci sono riuscito solo a 42 anni (ride). Durante le prove del pomeriggio mi sono reso conto che sarebbe stata veramente dura cantare quelle cose davanti a 15 milioni di spettatori. Infatti la prima sera non ho fatto una delle mie performance migliori. Credo sia arrivata più verità che tecnica.

In una recente intervista alla domanda “Cosa ti commuove?” hai risposto “I giocattoli di mio figlio”. Il brano Giocattoli nasce da quel sentimento?
In parte sì. Principalmente però parla dei miei giocattoli di quando ero piccolo. Da bambino ero molto chiuso e invece di rapportarmi con i miei coetanei parlavo con Jeeg Robot e Mazinga. Diciamo che i giocattoli sono state le prime “persone” a cui mi sono legato. (ndr. Giocattoli li guardo e ci rivedo ogni passo che ho compiuto / Fra le ali di un robot e un alieno mai cresciuto / I giocattoli hanno un’anima e ti aspettano per sempre / Hanno vinto coi cattivi e ogni paura della mente”, canta Fabrizio in Giocattoli). Poi in realtà a me fanno emozionare tutti quegli oggetti che sono impregnati di vita…

Sono anni che ti aspetto è un racconto di tutte le paure di un uomo. Quali sono le tue paure quotidiane?
La paura più grande che ho e che non riesco a superare è quella di ammalarmi. L’ipocondria è una paura che mi limita nella vita e anche nel mio lavoro. Ci sono stati dei momenti che non sono riuscito a portare a termine dei progetti perché la paura di stare male mi bloccava letteralmente dentro casa. Devi pensare che ogni due o tre mesi vado in ospedale e mi faccio fare ogni genere di controllo. Sembra una cosa semplice ma non lo è…

Qualche tempo fa ho letto un’intervista di Vasco dove affermava che uno degli aspetti peggiori del suo lavoro è la solitudine post-concerto. Tu come lo vivi?
Sì, confermo… ed è così per molti artisti. Durante il concerto ti arriva una botta di amore e adrenalina pazzesca. Ti senti completo. Quando finisce tutto e torni a casa, ti senti solo. Ti senti ancora più solo di come ti sentiresti se non avessi fatto il concerto.

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Nasce a Viterbo nel marzo di un anno dispari. Il primo album che acquista è... Sqérez? dei Lunapop. Il suo sogno? Vedere i fratelli Gallagher ancora una volta insieme su un palco.