Blackberry Smoke sabato a Milano, poi doppietta Blues Pills

Il quintetto di Atlanta apre una serie di imperdibili appuntamenti, targati Barley Arts, all’insegna del sounthern e del rock blues. La prossima settimana toccherà al nuovo tour italiano della band svedese, impegnata martedì 14 marzo al Bronson di Madonna dell’Albero e il giorno successivo al teatro Miela di Trieste. Il favoloso trittico di marzo si chiuderà con la Tedeschi Trucks Band (il 19 a Milano), in attesa della Markus King Band (3 maggio) con gli italianissimi The Cyborgs sempre ‘on the road’. E, il 4 luglio, anche i Vintage Trouble tornano a Milano insieme ai Lucky Chops

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Blackberry Smoke sabato a Milano

Sabato sera, a Milano, i Blackberry Smoke; la prossima settimana, invece, i Blues Pills a Ravenna e Trieste; domenica 19 marzo, infine, la Tedeschi Trucks Band nuovamente all’ombra della Madonnina. Quindi, dopo questa tripletta esaltante all’insegna del southern rock blues vintage da copertina, basta un salto temporale di un mesetto e mezzo (il 3 maggio) per tornare ancora una volta nel capoluogo lombardo e assistere all’unica data nostrana dell’emergente Markus King Band, mentre gli italianissimi The Cyborgs (originali e misteriosi paladini del blues industriale) proseguono sempre nel loro intenso tour nazionale prima di prendere, a fine giugno, la strada per la Spagna. E il 4 luglio, news di giornata, anche i favolosi Vintage Trouble (affiancati dagli originali Lucky Chops) tornano al CarroPonte di Sesto San Giovanni (biglietti disponibili sul circuito ufficiale TicketOne dalle 11 di venerdì 10 marzo) per recuperare, in un certo senso, lo show saltato in extremis l’estate scorsa causa nubifragio.

Che non si dica, dunque, che nella penisola non c’è spazio per gli eventi di estrema qualità e fuori dai redditizi, ma spesso artisticamente aridi, giri degli stadi e dei palasport. O che, magari, ‘tutti’ i grandi organizzatori snobbino per principio e avidità gli artisti di alto livello ma scarsa popolarità, poco manipolabili e poco elastici nel farsi ‘vendere’. O forse troppo poco fotogenici per ottenere l’attenzione sui media che contano. Ne sa qualcosa in proposito la Barley Arts di Claudio Trotta: uno che, oltre a organizzare con leale passione da decenni e ora anche a lottare coraggiosamente a viso aperto contro gli sciacalli del secondary ticketing, è abituato ad “ascoltare” e promuovere “tutta” la musica con altrettanto e dedito scrupolo. Andando a caccia di artisti che, sulla carta e in teoria, smuovono soltanto pochi appassionati («Che, tanto – borbottano ridacchiando molti dei suoi colleghi – sono disposti ad andare anche all’estero per questi carneadi e, quindi, non vale neppure la pena di rischiare nel portarli qui») e che, sempre secondo molti altri presunti mecenati, rappresentano solo «eccellenti perdite di tempo che – benchè regalino prestigio e facciano curriculum, ne sanno qualcosa i piccoli e coraggiosi promoter di provincia – non rendono».

Ordunque, andando per gradi in questa sorta di mini festival frazionato targato Barley e auspicando che il pubblico ripaghi queste scommesse come meritano, il battesimo di fuoco è fissato per sabato 11 marzo al Fabrique di Milano (apertura porte alle 20, fischio d’inizio alle 21) per l’unica data italiana invernale dei Blackberry Smoke dopo i ‘sould out’ fatti registrare in estate a Roma e nuovamente a Milano. Sempre a cavallo tra southern e blues sguaiato, il quintetto di Atlanta si avvia a toccare i 20 anni di carriera con quel look da bifolchi civilizzati che paiono usciti da un film di Rob Zombie e influenzati assai più da Blackfoot, 38 Special, Outlaws e Molly Hatchet, piuttosto che da Lynyrd Skynyrd, ZZ Top e Black Crowes ai quali sono stati spesso accostati con eccessi di faciloneria. Il nuovo album, Like an arrow, li ripropone a livelli di eccellenza assoluta e sembrano tornati i tempi degli esordi quando a promuoverli era il grande Zac Brown con la sua Souther Ground. «Non potremmo mai incidere sempre lo stesso album, nonostante alcuni fan lo apprezzerebbero: sarebbe troppo scontato – spiega il frontman Charlie Starr – Se Beatles o Led Zeppelin l’avessero pensata in questo modo, oggi non li ameremmo così tanto». Con cinque album in studio, due live e tre ep già archiviati, i BB continuano a vagabondare al ritmo frenetico di 250 concerti all’anno e, proseguendo il percorso iniziato con The whippoorwill (2012) e Holding all the roses (2015), si sono progressivamente induriti unendo alle loro origini, che uniscono anche soul e flower power style, una robusta dose di British Invasion e di influenze degne di Muscle Shoals che emergono soprattutto nelle ballatone da autentica Brotherhood. Al fianco di Starr, si schiereranno anche Paul Jackson (chitarra), Brandon Still (tastiere), Brit Turner (batteria) e Richard Turner (basso).

Due, come detto, le tappe italiane riservate invece dalla Barley agli svedesi Blues Pills che porteranno il loro Lady in Gold Tour 2017 prima al ravennate Bronson di Madonna dell’Albero (martedì 14 marzo) e, 24 ore più tardi, anche sul palco del teatro Miela di Trieste (opening act: i giuliani Concrete Jelly). Un quartetto per forza di cose identificato con la voce e l’immagine straripante della cantante Elin Larrson, sorta di diabolica mutazione genetica capace di fondere carica, potenza, isterismo e sensuale dolcezza come se Janis, Mavis Staples, Dana Fuchs, Stevie Nicks ed Exene Cervenka avessero unito ugole e forze malefiche in un improbabile sabba. Chi era presente all’Alcatraz qualche mese fa sa dunque cosa attendersi da questo combo dal sangue franco-statunitense che, in soli sei anni di attività, ha bruciato tutte le tappe grazie anche al talento di Dorian Sorriaux (chitarra solista), Zack Anderson (basso) e André Kvarnström (batteria). Pensate solo alla copertina di un album dei Cream e dei Beatles più lisergici, aggiungeteci lampi di GFR, Hendrix e Free, nonché schegge incandescenti di Ten Years After e Rory Gallagher, e otterrete uno dei più torridi rock blues act lisergico che, unito a una robusta dose di epica goticità, è possibile trovare in circolazione.

Per rivedere da queste parti la Tedeschi Trucks Band, invece, sarà necessario aspettare domenica 19 marzo sotto il palco milanese dell’Alcatraz (apertura porte alle 19.30, inizio concerto alle 20.30) per l’unica tappa del pluripremiato Let me get by European Tour 2017 insieme ai due biondissimi coniugi, assi della chitarra dal pedigree sterminato. Enfant prodige e nipote d’arte (lo zio, Butch, era stato il batterista fondatore dell’Allman Brothers Band), Derek Trucks vanta infatti otto album a suo nome oltre ai quattro con la ABB che, una volta sciolta, gli ha consentito di far decollare una volta per tutte il prezioso connubio artistico con la moglie Susan Tedeschi (per lei dieci album in bacheca tra nomination ai Grammy Awards e raffiche di riconoscimenti) che, a oggi, vanta già quattro titoli. Dopo Revelator (vincitore di un Grammy Award come Miglior album Blues 2012), Made up mind e il live Everybody’s talkin’, il recente Let me get by ha ulteriormente rilanciato le quotazioni dei due schivi virtuosi della chitarra, sempre in tour accompagnati da numerosi fidati elementi con la loro evoluta miscela di r’n’b, country, southern, rock e Memphis soul.

Chi, invece, in Italia arriverà per la prima volta, sarà la Markus King Band che nei primi giorni maggio sarà di scena al Legend Club di Milano. A sua volta figlio del popolare bluesman Marvin King (una sorta di virtuoso Bob Seger, disordinato e in attesa di urgente dieta), anche lui già bimbo prodigio con la chitarra in mano e buon amico di Derek Trucks, nonché pupillo di Warren Hynes (altro mostro sacro ex ABB, leader dei Gov’t Mule e partner di Dickey Betts e Phil Lesh), il giovane songwrier era già transitato in Europa l’ottobre scorso. Giusto in tempo per ‘aprire’ con successo, davanti all’affascinata platea londinese dell’Indigo at O2, lo show che aveva fatto segnare il ritorno sul palco da band leader di Little Steven con i suoi Disciples of Soul (il 4 luglio prossimo a Pistoia: vedi servizio a parte). Non esattamente un fuscello, mago della sei corde e ottimo cantante dai lineamenti curiosi, il quasi 21enne talento di Greenville, South Carolina, può contare sui brani autografi del suo recentissimo esordio eponimo e su un gruppo di musicisti, fiati compresi, di livello eccellente per promuovere il sorprendente album eponimo uscito nell’autunno scorso, bissando il già promettente e più pisichedelico Soul insight (2015) che già anticipava le forti influenze black tra interventi ritmici serrati e percorsi idiomatici vorticosi.

Ultimi e doverosi cenni per i suggestivi e italianissimi The Cyborgs che, a differenza di alcuni altri colleghi che celano il poco o nulla artistico sotto maschere originali o eclatanti camuffamenti, sono riusciti a ritagliarsi grande credibilità con il loro blues industriale e duramente carismatico senza mai dimenticare il Delta. Show trasversali nei quali tradizione e sperimentazione si fondono come in un melting pot tra Bo Diddley e George Thorogood, passando attraverso Screamin’ Jay Hawkins e persino i Suicide. Sono solo in due ma paiono un esercito di mutanti paludosi e hanno trovato particolare riscontro soprattutto all’estero (Belgio, Olanda, Russia, Polonia, Repubblica Ceca, Germania, Austria, Svizzera, Lussemburgo e Canada) fin dall’esordio datato 2011, per poi  conquistare anche i pubblici tradizionalmente più scettici e difficili aprendo per Bruce Springsteen (primi artisti italiani in assoluto ad aprire una data della E Street Band, seguiti nel 2016 dalla Treves Blues Band), Iggy Pop & The Stooges, Deep Purple, John Mayall, Jeff Beck, Eric Sardinas e Johnny Winter buonanima. Nonostante il look funereo e le ancor più inquietanti maschere da saldatori ben calcate in testa, infatti, Cyborg-0 è sempre pronto a diffondere il verbo con voce filtrata, chitarra e l’immancabile gioco di gambe, mentre Cyborg-1 gestisce la sezione ritmica (basso e batteria), inforca una strana chitarra a tre corde, sfodera due nuove washboards e strani aggeggi elettronici ai piedi, nonché synth e piano, per creare il suono originale, completo e corposo, che ha sorprese platee di tutto il mondo. I due, pur portando avanti carriere parallele nel blues tradizionale e a volto scoperto (con tanto di nomi e cognomi che qui tacciamo…), proseguono nella promozione del loro album Extreme boogie che per ora il 17 marzo li porterà al Deliri NoiseHub di Sora (FR) e il 18 allo Zion Club di Teramo, per poi saltare al 22 aprile (Hortis Festival di Oderzo, Treviso), al 20 maggio (Mojo Blues Festival @ Monk Club, Roma), al 22 giugno (Birra N’Banda, San Paolo d’Argon, BG) e, infine, il 24 giugno all’Azkena Festival in Spagna. Non solo una tambureggiante curiosità, ma proprio un live act da non perdere.

Vogliate gradire!

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.