Buenos Aires, non solo tango

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Tango Buenos Aires

Un turista difficilmente visita più di 5 o 6 barrios. Ma a Buenos Aires ci sono 47 quartieri. E siccome ognuno ha la sua storia e le sue tradizioni, è facile comprendere perché un neofita impieghi un po’ di tempo a entrare nel mood della città. I primi due o tre giorni, dunque, ci si sente un po’ spaesati. Ma un poco alla volta, magari grazie a un amico che ti dà qualche dritta, inizi a capirla, Buenos Aires. Allora ecco che ti entra nel cuore per non uscirne più. Con tutti i suoi difetti e i suoi problemi, naturalmente. Che non sono pochi. A iniziare da quello economico: l’Argentina e la sua capitale stanno ancora pagando l’onda lunga delle varie crisi che si sono succedute a partire dal 2001. Se per alcuni anni gli indicatori economici erano migliorati, ora si rifà vivo lo spettro della crisi: nel 2016 l’economia ha perso quasi il 2%, l’inflazione viaggia al 35%, la disoccupazione è in aumento.
In questi giorni stanno scioperando gli insegnanti e, cosa davvero clamorosa per l’Argentina, l’avvio del campionato di calcio è stato rimandato a causa dello sciopero dei calciatori, che da diversi mesi non prendono lo stipendio.
Molti porteños (così si chiamano gli abitanti di Buenos Aires) vivono sotto la soglia di povertà. Questo spiega come mai in giro ci siano migliaia di bambini che provano a venderti di tutto per “una moneda”. O il fenomeno dei cartoneros, un esercito composto da oltre 30.000 mendicanti: spuntano fuori verso il tramonto, sono gruppi di persone, spesso intere famiglie, che rovistano tra cassonetti e sacchi dell’immondizia per raccogliere qualsiasi cosa sia riciclabile – vetro, plastica, stracci e cartone – per venderlo e mettersi in tasca qualche pesos.


Eppure, nonostante scene come questa si ripetano giorno dopo giorno, la città si sta riappropriando del suo ruolo storico di capitale culturale e del divertimento. Forse proprio a causa della crisi, varie forme d’arte sono rifiorite: negli ultimi anni è cresciuta l’offerta di teatro e cinema. Pittori, scultori e architetti provenienti da tutto il mondo si sono stabiliti a Buenos Aires. La musica ha avuto un autentico boom: il tango vive una seconda giovinezza e la cosiddetta dance eletrónica è letteralmente esplosa. Basti dire che alle varie edizioni del Creamfields (un festival al quale pendono parte i più importanti Dj mondiali) mediamente partecipano quasi il doppio degli spettatori rispetto all’edizione originale che si svolge a Liverpool.
Negli ultimi anni a Buenos Aires si sono esibite le più grandi star internazionali, dagli U2 ai Rolling Stones, da Justin Bieber a Elton John, da Eric Clapton a Robbie Williams, da Madonna a Rihanna. Tutti hanno fatto registrare dei clamorosi sold out. La cosa incredibile è che un sacco di gente si indebita pur di esserci: capita che i biglietti più costosi si possono acquistare in sei “comode” rate, neanche fosse un prodotto di prima necessità!
Stesso discorso vale per club e ristoranti: continuano ad aprirne di nuovi e la nightlife porteña è esplosiva. Trovare un tavolo libero nei ristoranti più alla moda o essere ammessi nei club più cool non è semplice. Lo champagne scorre a fiumi e la notte non finisce mai. Gli argentini, almeno quelli che possono permetterselo, amano vivere alla grande. Non è raro sentirne uno che dice: «I tempi difficili non sono una scusa sufficiente per rimanere a casa». Sono anche un po’ sbruffoni: quando parlano di sesso, per esempio, lo fanno con una tale sfrontatezza da mettere in imbarazzo l’interlocutore.
A proposito, pure qui il più antico mestiere del mondo è molto diffuso. Le pagine dei quotidiani sono piene di annunci e le cabine telefoniche sono ricoperte di biglietti da visita con tanto di indirizzo, età, prezzo (variabile dai 30 ai 250 pesos, cioè dai 3 ai circa 25 euro) e orario: noto che spesso c’è scritto dalle 8 alle 20. Ma è possibile che tutte queste signorine siano attive già alle 8 del mattino? Certo, mi spiega un amico, qui è uso comune passarle a trovare prima di andare in ufficio: «Una botta e via», commenta senza girarci troppo intorno. «Così si affronta meglio la giornata!».
Prima parlavo dello sciopero dei calciatori, le cui conseguenze sociali sono da non sottovalutare nemmeno politicamente. Spiega un sindacalista: «Se non c’è il pallone, di cosa parla la gente? Della crisi!».
I porteños vanno pazzi per il calcio. Qui essere un hincha (tifoso) è praticamente un obbligo: tutti sanno qual è la squadra del cuore del portiere del palazzo in cui vivono, ma anche del barista o del barbiere, del presentatore dello show televisivo preferito o di chi legge le previsioni del tempo. Capita di sentir dire: «Io detesto il calcio, ma sono del Boca…». E sono tutti così impallinati, che ancora ti raccontano lo “scandalo” dei primi mondiali, quelli del 1930, quando l’Argentina si giocò la finale con gli eterni rivali dell’Uruguay: non avendo trovato un accordo su che tipo di palla usare, decisero che il primo tempo venisse giocato con un pallone argentino e la ripresa con uno uruguaiano. Dopo i primi 45 minuti l’Argentina conduceva 2 a 1, ma alla fine perse 4 a 2: più di 80 anni dopo c’è ancora chi parla di “palle truccate”.
A Buenos Aires, insomma, il fútbol è una religione. La scelta è ampia: su 20 squadre iscritte alla serie A, 7 sono della capitale e 5 arrivano dalla provincia. Anche se stanno crescendo i tifosi del San Lorenzo (il supporter più autorevole è Papa Francesco), la maggior parte dei porteños parteggia per il Boca Juniors o per il River Plate: questo è considerato il vero derby (che da queste parti si chiama super clásico). Il River Plate, che gioca i suoi incontri nell’Estadio Monumental, ha la sua base nell’elegante quartiere di Nuñez ed è ritenuta la squadra dei ricchi, infatti i suoi tifosi sono soprannominati millionarios (ma c’è anche chi li chiama gallinas, cioè polli). Il Boca, invece, è considerato la squadra dei proletari: siccome una volta questo barrio era popolato da italiani, l’appellativo ufficiale dei suoi tifosi è xeneises (genovesi), ma c’è anche chi li chiama bosteros (spazzatura), per via della vicinanza del loro stadio, la mitica Bombonera, con il maleodorante fiume Riachuelo. Durante un super clásico i tifosi del River indossano mascherine chirurgiche per evidenziare la presunta “puzza”, mentre quelli del Boca lanciano in campo piume di pollo (e a volte anche polli interi).
Probabilmente questo conflitto sportivo è quello che meglio riassume le diverse anime di Buenos Aires, una città proletaria e al tempo stesso ricca di cultura: ci sono oltre 370 librerie, centinaia di gallerie d’arte, decine di musei e teatri bellissimi. Ma ci sono anche almeno 700.000 persone abitano nelle cosiddette villas miserias: tempo fa il quotidiano spagnolo El Pais ha intitolato un suo reportage Buenos Aires se “faveliza”. A fare da fil rouge tra questi due mondi apparentemente inconciliabili c’è la cosiddetta viveza criolla (arguzia creola), che ha contribuito a far risorgere dalla ceneri una città che sembrava perduta per sempre.

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Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino). Ultimo libro uscito: “Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi”.

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