Logan. Mutante da morire

Requiem per gli X-Men?

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Logan
di James Mangold
con Hugh Jackman, Patrick Stewart, Richard E. Grant,
Voto 7 e mezzo

James “Logan” Hewlett, cioè il mutante artigliato Wolverine, è malato, quacosa lo mangia da dentro: vestito da autista guida una limo triste come un carro funebre per persone tristi come morti nel mondo del 2029, dove tutti sembrano contro tutti e tutto  è contro i mutanti. Logan nasconde in una cisterna il professor Xavier, forse malato di Alzheimer: quando ha una crisi il cervello strapotente di Xavier ora rischia di paralizzare e uccidere un’intera città. Logan deve aiutare una bambina a raggiungere un luogo mitico al confine del Canada inseguito da un esercito di contractor. La bambina quando sfodera gli artigli ci fa capire che Logan è il suo papà. Logan è l’ennesimo capitolo derivato dalla saga degli X Men, il settimo in cui appare Jackman, il terzo tutto per lui, il secondo firmato da James Mangold, regista indefinibile, durissimo, capace di confezionare polizieschi lutulenti, western, commedie sentimentali fantastiche e fumetti al sangue, disperati, mortuari. Logan nasconde i suoi effetti speciali dietro un’estetica retrò, da on the road catastrofico e muscolare, greve, con un tasso di violenza che non ti aspetti e di malinconia quasi ossessiva. Basti dire che per caratterizzare il 2029 ha riempito l’autostrada di container che circolano da soli, senza autista, assassini senza volontà. E quel che suggerisce è anche più pessimista.La citazione più insistita è il cimiteriale Il cavaliere della valle solitaria. Il resto, se era fumetto, fa sembrare tutto il resto un fumetto. Quasi una variante funebre di Terminator 2 su ballad di Johnny Cash (la bio del cantante, Walk the Line- Quando l’amore brucia l’anima, era di Mangold…)

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori