Abbiamo ancora bisogno di nuovi sogni… tanti auguri “The Joshua Tree”!

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U2 [Death Valley - 1986] | Photo By: ©Anton Corbijn

«Mi innamorai della letteratura americana nel momento in cui capii quanto fosse pericolosa la politica estera degli Stati Uniti. Così iniziai a vedere due Americhe: quella mitica e quella reale. Per questo The Joshua Tree doveva chiamarsi The Two Americas. Ma poi vedemmo quell’albero spuntare in mezzo al deserto».

Così parlava Bono all’uscita dell’album capolavoro della sua band, gli U2, il 9 marzo del 1987, esattamente 30 anni fa, e così parlerebbe un qualsiasi giovane artista che oggi, nel 2017, si troverebbe a voler parlare dell’America odierna in un qualche suo album.
L’America di oggi, l’America di Donald Trump, l’America dei muri al confine con il Messico, l’America del deserto… il deserto della desolazione del regresso, del tornare indietro… si ritorna di colpo agli anni di Ronald Reagan.
The Edge ha recentemente parlato di “eventi storici ciclici”, aggiungendo in un’intervista rilasciata a Rolling Stone «L’elezione di Trump è stata come un pendolo, che ha improvvisamente preso ad oscillare nella direzione opposta».

«Molte questioni stanno tornando a farsi sentire, le politiche si stanno polarizzando in maniera preoccupante. Quel periodo (gli anni ’80) fu difficile, furono tempi bui. Personalmente mi dispiace se tornassimo indietro».

Ma The Joshua Tree non è solo questo… è molto di più!
The Joshua Tree, l’album che li avrebbe portati al livello di rockstar internazionali, è un album nato a seguito di impegni sociali e politici di Bono & Co., nato dalla rabbia politica ma anche dalla disperazione personale e da turbolenze religiose.
C’è aridità nell’album ma anche speranza spinta allo stremo, si arriverà alla vita anche attraversando un paesaggio duro e aspro. Le radici dell’album vanno ricercate già nel 1985.

Il 13 luglio 1985 la band fece la sua apparizione al Live Aid, l’evento ideato da Bob Geldof con lo scopo di ricavare fondi per alleviare la carestia in Etiopia. I luoghi principali dell’evento furono il Wembley Stadium di  Londra e  il J.F.Kennedy Stadium di Philadelphia. Gli U2 salirono sul palco di Londra cantando dapprima Sunday Bloody Sunday, poi durante il loro secondo brano Bad Bono rubò la scena buttandosi spontaneamente tra la folla. La loro esibizione, anche per questo, divenne quella che più si ricorda dell’evento e proprio il Live Aid, oltre a catapultarli nella dimensione di band planetaria che sarebbero diventati da li a poco, spinse Bono ma anche gli altri componenti della band a buttarsi in altre cause sociali.

Dopo il Live Aid Bono fu invitato in Etiopia e andò  desideroso di vedere di persona ciò che era stato in grado di mobilitare il mondo del Rock e del Pop.

Al ritorno dall’Africa Bono prese parte alla registrazione del singolo Sun City  con il super gruppo degli Artists United Against Apartheid guidati da Steve Van Zandt; i ricavati delle vendite  sarebbero andati alla lotta contro l’Apartheid.

Ma forse l’evento che più segnò le coscienze di Bono e della band e che stimolò la loro creatività fu il tour per raccogliere fondi A Conspiracy Of Hope organizzato da Amnesty International, 6 concerti in 11 giorni negli USA, dal 4 al 15 giugno 1986 con data finale al Giants Stadium. Tra gli artisti con cui ogni sera gli U2 condividevano il palco Lou Reed, Peter Gabriel, i Police, Brian Adams, solo per citarne alcuni.

Bono e Lou Reed al Conspiracy Of Hope, 1986. Foto di © Ebet Roberts

Una volta tornati a Dublino la curiosità di Bono alla ricerca di verità sul mondo non si sarebbe fermata.

Tutto andrà a finire all’interno dell’album; registrato ancora una volta con i produttori Brian Eno e Daniel Lanois dal gennaio 1986 nella residenza georgiana Danesmoate, ai piedi delle Wicklow Mountains vicino Dublino, e da agosto anche nei Windmill Lane Studios  e remixato da Steve Lillywhite gradito per la sua propensione al sound di successo.

Nel dicembre 1986 il fotografo olandese Anton Corbijn accompagna la band per alcuni scatti nei deserti californiani. Nei pressi del Death Valley National Park i visitatori notarono un cactus particolare, un “Joshua Tree” stranamente solitario, da qui arriverà il nuovo titolo per l’album.

Sulla copertina una foto dei 4 componenti della band con il volto corrucciato, scattata a Zabriskie Point, un’immagine in bianco e nero, quasi iconica che solo Corbijn riuscirebbe a scattare, che renderà benissimo il contenuto cupo dell’album.

Copertina dell’album The Joshua Tree, 1987. Foto di © Anton Corbijn

Adam dirà «Musica che porta in qualche posto emozionale anzichè fisico. E’ come un viaggio. Inizi nel deserto, per piombare in America Centrale a correre per salvarti la vita».

Proviamo anche noi ad avventurarci in questo viaggio, che parte dalla città fantasma di Bodie.

La band arrivò in questo “monumento” del vecchio West. Sarebbero partiti da questa città abbandonata come nei tempi in cui era “vissuta” per attraversare il deserto e scoprire la desolazione dell’America.

Un rapporto di Amore-Odio che avrà Bono con gli Stati Uniti. Bono ama la gente e la cultura americana ma odia “il fatto che persone così responsabili possano aver dato fiducia a un presidente come Ronald Reagan”. Non è poi molto lontano da quello che dichiara oggi nei confronti del “Candidato” divenuto 45º  “Presidente” degli Stati Uniti d’America: «L’America è stata la migliore idea del mondo, ma potenzialmente Donald Trump è la peggiore che ci sia mai stata in America… E le persone coscienziose di questo paese non possono permettere a questo uomo di trasformarlo in un casinò».

Ascoltando l’epica Where The Streets Have No Name, che apre l’album, e terzo singolo estratto, non viene forse la voglia di correre e fuggire via lungo le highway americane? Questa canzone è coinvolgente e trascinante, a partire già dal video che la lancia…

Bono dice che quando la band suona questa canzone è «Come se Dio camminasse in mezzo alla stanza ogni volta Puoi essere nel mezzo del peggior show della tua vita, finchè suoni quella canzone: allora Dio cammina in mezzo alla stanza  e salva qualunque serata, sollevando il terreno di tutto il locale. E’ una di quelle canzoni che sembra fare qualcosa alle persone. C’è un qualcosa di spirituale che si libra da quel brano, è come un inno». 

Edge ne scrisse la musica da solo una volta che i restanti componenti del gruppo erano in vacanza e la pensò come brano live; Brian Eno voleva addirittura inscenare un finto incidente per ricominciare il lavoro su questo brano tutto daccapo.

C’è da sapere che a Bono nello scrivere il testo di questa canzone venne in mente la sua visita con Ali a Wello, una provincia settentrionale dell’Etiopia, nell’autunno 1985.

Ad Ajibar il centro d’aiuti di World Vision che invitò il cantante, era in una baraccopoli, la sofferenza nei vari campi faceva tenere a Bono lo sguardo basso fino a quando  la situazione cambiò e la forza d’animo che dimostravano gli etiopi lo spinse a documentare la loro situazione con delle foto (che finiranno nella sua mostra fotografica dal titolo “A String Of Pearls” a Dublino) per mostrare la loro dignità  nonostante il forte senso di claustrofobia e il bisogno di evadere, fuggire.

Bono in Etiopia, 1985. Foto via u2interference.com

E la frase che dà il titolo al brano sicuramente si riferisce alla struttura urbanistica di Belfast, dove  a seconda della via dove qualcuno abita si può stabilire non solo la sua religione, ma anche la sua ricchezza, da qui un desiderio di anonimato che ti porta a fuggire via “dove le strade non hanno nome” :

“I wanna feel sunlight on my face.
I see the dust-cloud
Disappear without a trace.
I wanna take shelter
From the poison rain
Where the streets have no name”

Il  giornalista Tim Rogers inoltre ci dà anche un’altra interpretazione del brano, secondo cui Bono lo scrisse dopo essersi recato in Nicaragua e dopo aver visitato la città di Managua,  la capitale dove le strade non hanno nomi e la maggior parte delle case non ha numero (fonte @u2interference).

Bono e la moglie Ali decisero di partire per il Nicaragua e El Salvador, dove Reagan aveva provocato disastri umanitari inconcepibili alimentando la guerra civile, dopo il tour benefico A Conspiracy of Hope, nel luglio ’86.

Le vicende da loro vissute nella loro settimana di permanenza in questi Paesi finiranno anche nella rabbia espressa in Bullet The Blue Sky. Uno Bono sconvolto da quanto aveva visto registrò video e fece foto che mostrò al suo ritorno a The Edge chiedendogli di “prendere la sua chitarra e fare entrare tutto nell’amplificatore”, una volta che era venuto a conoscenza di cosa i suoi occhi avevano visto.

Bono si trovò in mezzo alla guerriglia, sentì il rumore dei mortai, lo spostamento d’aria dei proiettili e il rumore grave degli aerei che volavano bassi. Dietro questo c’era l’America, che aveva interessi nell’armare e allo stesso tempo bombardare quella gente.

Bono in Nicaragua, 1986. Foto via u2interference.com

La chitarra di Edge, mai stata così potente e aggressiva, il suo suono evoca lo scenario apocalittico descritto da Bono.

“In the howlin’ wind
Comes a stingin’ rain
See it drivin’ nails
Into the souls on the tree of pain.

From the firefly
A red orange glow
See the face of fear
Runnin’ scared in the valley below.

Bullet the blue sky”

Inoltre citazioni bibliche ed immagini di croci bruciate richiamano al terrore arrivato in quei  Paesi, in cui neanche la volontà di Dio poteva fare nulla contro quella dell’uomo.

Nella seconda parte della canzone si parla di dollari e trattative, chiaro riferimento al coinvolgimento del governo Americano di Reagan nelle guerre civili locali ; a farne le spese la popolazione civile che tendeva le braccia ai propri assassini.

“See across the field
See the sky ripped open
See the rain comin’ through the gapin’ wound
Howlin’ the women and children

Who run into the arms
Of America”

Strettemente legata ai viaggi dei coniugi Hewson nel Centro America anche Mothers Of The Disappeared.

Bono alla rivista ufficiale degli U2 Propaganda rivelerà prima dell’uscita dell’album:

«Non ho dubbi sul fatto che le tasse pagate dagli americani siano usate  per finanziare gli strumenti di tortura usati contro il popolo del Salvador. Durante il mio viaggio laggiù ho incontrato madri di bambini scomparsi. Non hanno mai saputo dove fossero finiti  i loro figli né dove i loro corpi potessero essere seppelliti. Probabilmente sono morti. Abbiamo scritto una canzone sull’argomento, si intitola Mothers of the Disappeared».

“Midnight, our sons and daughters
Were cut down and taken from us.
Hear their heartbeat
We hear their heartbeat”

Anche se in realtà il dramma dei desaparecidos e delle loro madri iniziò in Argentina dopo la morte nel 1974 del Presidente Juan Domingo Peron, a cui succedette la terza moglie Isabel.

Il 24 marzo 1976 i militari presero direttamente il potere rovesciando il governo di Isabelita Perón e così ebbe inizio in Argentina la dittatura militare, con Videla comandante dell’esercito e presidente di fatto; fino al 1983 scomparvero circa 30mila oppositori alla dittatura instaurata.

Per protestare le madri degli scomparsi si raggrupparono ogni giorno a Plaza de Mayo; nel 1998, durante il PopMart Tour nelle date di Buenos Aires e a Santiago del Cile, Bono farà salire quelle madri sul palco con le foto dei loro figli scomparsi, a chiamare a gran voce i loro nomi.

Il tema della spiritualità in questo album è molto presente, dalla complessa Where the Streets Have No Name , come abbiamo già detto definita da Bono “la canzone durante la quale Dio attraversa la stanza”, a I Still Haven’t Found What I’m Looking For, un vero e proprio gospel, dove sentire Bono “è come sentire Aretha Franklin, dirà Daniel Lanois.

Leggendone il testo all’inizio potrebbe sembrare un brano d’amore dedicato da un uomo alla donna amata, un uomo impegnato nel cercarla disperatamente…

“I have climbed the highest mountains
I have run through the fields
Only to be with you
Only to be with you”

…ma andando avanti si scopre che quella persona amata, quel You” è Dio.

“I believe in the Kingdom Come
Then all the colours will bleed into one
Bleed into one.
But yes, I’m still running”

Gli U2 con questo brano si spingono oltre, si rendono conto di scrivere brani spirituali al punto di non essere cool, ma vanno avanti ed addirittura rilasciano questa canzone come secondo singolo estratto dall’album.

La spiritualità di questo brano sarà ben tangibile nell’esibizione tratta dal DVD Rattle And Hum, in cui viene mostrata la versione Gospel che la band realizzò con un coro di Harlem.

Anche I Still Haven’t Found What I’m Looking For è ambientata nel deserto… se si pensa ad un luogo dove si può essere tentati ma allo stesso tempo si può anche incontrare Dio non ci viene forse in mente il deserto?

Un ringraziamento al Paese del Signore L’America” arriva invece con In God’s Country ... come spiegherà Bono l’America è stata la Terra Promessa per molti irlandesi nel corso dei secoli, durante la Grande Carestia, durante l’indigenza e l’indifferenza del governo britannico, fino ad arrivare agli irlandesi che fuggivano dalla disoccupazione e dalle bombe dell’IRA.

Gli irlandesi che arrivavano in America sulle loro navi di fortuna la prima cosa che speravano e sognavano di vedere dopo l’oceano era la Statua della Libertà.

“Every day the dreamers die to see what’s on the other side.
She is liberty, and she comes to rescue me”

Irlandesi che sognavano una nuova Speranza sotto quel cielo del Deserto.

“Desert sky, dream beneath the desert sky.
The rivers run but soon run dry.

We need new dreams tonight”

Quest’ultima frase è la più importante di tutta la canzone.

Oggi nel 2017 questa canzone è ancora attuale, ci sono ancora sognatori e Terre Promesse.

Oggi la Terra promessa per i migranti che su barconi di fortuna attraversano il Mediterraneo  è l’Europa, quando arrivano finalmente vivi sulle coste europee iniziano a sperare in una nuova possibilità di vita.

Bono si impegna socialmente oggi più di prima per questi Sognatori grazie alla sua One Campaign e la campagna #RefugeesWelcome ; Bono che non ha mai dimenticato di essere Irlandese e di sentirsi parte di quei migranti del secolo scorso.

Un brano in qualche modo legato ai migranti irlandesi è  anche Trip Through Your Wiresil regista Phil Joanou pensò a questo brano quando dovette scegliere un brano da far suonare in un pub irlandese di New York nel suo film Stato Di Grazia, che si basava su alcune confessioni dei mafiosi irlandesi di Hell’s Kitchen. Insieme ai migranti a metà Ottocento era arrivata anche questa organizzazione criminale negli Stati Uniti, ancor prima di quella italiana.

La canzone comunque non parla di crimini o delitti ma in realtà è una canzone che forse Bono scrisse ispirato da sua moglie Ali; nel brano parla di una donna ambigua, fuggevole e misteriosa e del patimento dell’uomo completamente attratto da questa figura a tratti angelica e a tratti demoniaca.

“I was cold and you clothed me, honey
I was down, and you lifted me, honey.

Angel, angel or devil?
I was thirsty
And you wet my lips.
You, I’m waiting for you
You, you set my desire
I trip through your wires”

Altro brano di The Joshua Tree ispirato da Ali è la meravigliosa With Or Without You. Il brano fu il primo ad essere estratto come singolo dall’album il 16 marzo 1987. Il suo successo fu subito clamoroso. Venne scritto a seguito di alcune divergenze che avrebbero creato crisi nel rapporto fra Ali e suo marito.

Da quando la coppia si era sposata nel 1982 alla All Saints Church di Raheny, gli U2 erano in continua ascesa e il cantante doveva andare in giro con la band per tour vari o a promuovere album di continuo, inoltre iniziava a sentire la vita matrimoniale come un peso e un blocco alla sua creatività;  dopo continui litigi e confronti nel 1986, Bono capì di non dover rinunciare né alla vita matrimoniale né alla vita artistica, né ad Ali né alla musica. Doveva far convivere il tutto, perchè non poteva vivere o senza l’una o senza l’altra.

Bono e Ali Hewson, anni ’80. Foto via The U2 Mansion

“See the stone set in your eyes
See the thorn twist in your side.
I wait for you.
Sleight of hand and twist of fate
On a bed of nails she makes me wait
And I wait without you….

Through the storm, we reach the shore
You gave it all but I want more
And I’m waiting for you

With or without you
With or without you.
I can’t live with or without you”

Nel verso “And you give yourself away”  Bono si riferisce al suo darsi via completamente ai fan, che avrebbe senz’altro portato problemi a band e familiari.

Esperienze personali ispirarono anche Running To Stand Still.

Bono conosceva  personalmente persone  rese schiave dal vizio dell’eroina; aveva trascorso l’infanzia non lontano dalle malfamate case popolari del quartiere di Ballymun.

“I see seven towers, but I only see one way out”

La canzone racconta la storia di una ragazza , un’anima persa rassegnata al suo destino, l’unica via d’uscita è “prendere quel veleno che ti  porta fuori di qui”

“You gotta cry without weeping, talk without speaking
Scream without raising your voice.
You know I took the poison, from the poison stream
Then I floated out of here, singing
Ah la la la de day
Ah la la la de day”

Il titolo descrive benissimo la vita dei tossicodipendenti, costretti a stare fermi dalla loro schiavitù; la frase venne fuori dalla bocca di Norman Hewson in un discorso sul suo lavoro con suo fratello Bono.

La vita di tutti i giorni è anche alla base di Red Hill Mining Town.

Il brano vuole far emergere le grandi difficoltà dei minatori nello svolgere il proprio lavoro negli anni ’80. Lo spunto arriva dagli scioperi indetti dai minatori per protesta alle chiusure dei giacimenti di carbone in tutto il Regno Unito ed ai tagli dei posti di lavoro promessi dal governo di Margaret Thatcher.

“…Our labour day
Has come and gone.

They leave me holdin’ on
In Red Hill Town.
See the lights go down on …”

Quei tagli avrebbero sicuramente portato conseguenze personali a quei minatori che erano soprattutto padri che cercavano di portare avanti le loro famiglie. La canzone si fa carico di portare alla luce quelle difficoltà.

Un’angosciante evocazione del lato oscuro di ciascuno di noi è il fulcro della stupenda Exit.

Il suono del basso e della batteria sono i protagonisti nell’alternarsi di una calma apparente e di una follia omicida raccontata nel brano. Bono ne scrive il testo dopo la lettura del libro Il Canto Del Boia  di Norman Mailer, basato sul racconto di eventi omicidiari realmente accaduti nel 1976.

Bono tentò di scrivere il testo dal punto di vista di un assassino, cercando di capire la violenza per descriverla, addrentrandosi nel lato oscuro che fa parte di ogni uomo. Le parole accompagnano il basso e la batteria come in un’esecuzione.

Nel 1989 un omicida giustificherà il suo reato attribuendolo all’ascolto di questa canzone, fatto per il quale gli U2 smisero di eseguirla live.

Degna di qualche parola in più la toccante One Tree Hill, la canzone dedicata a Greg Carroll, a cui è dedicato anche l’intero album.

One Tree Hill è una delle colline che dominano Auckland e prende il nome da un pino solitario, unico albero nella collina, che richiama la figura dello Joshua Tree solitario nella Death Valley. Sulla cima anche un monumento dedicato a Campbell, fondatore della città. Quando il The Unforgettable Fire Tour arrivò in Australia e Nuova Zelanda un roadie a seguito della band mostrò a Bono quel luogo. Quel ragazzo, Greg Carroll, diventerà grande amico di Bono e Ali, avrà un contratto per assistente di palco e seguirà gli U2 trasferendosi a Dublino; il suo compito sul palco era proteggere Bono nei suoi impeti verso la folla. Il 3 luglio 1986, mentre faceva una commissione per Bono andando a ritirare la sua nuova Harley Davidson, il ragazzo maori morì travolto da un pirata della strada sulla Morehampton Road a Dublino. La sua morte sconvolgerà la “famiglia U2” che andrà ai suoi funerali in Nuova Zelanda e porterà Bono indietro nel tempo, ricordando il dolore della madre Iris morta quando lui aveva appena 14 anni; da questo dolore l’ispirazione per One Tree Hill.

La collina One Tree Hill a Auckland, Nuova Zelanda, 1996. Foto via auckland.ac.nz

Le parole di Bono: «Era una di quelle persone di cui si dice troppo buoni per questo mondo. Ed è morto facendomi un favore. Non so che cosa dire. Ha reso ancora di più il 1986 l’anno più paradossale della nostra vita. Ecco perchè il deserto mi attira come immagine. Quell’anno è stato davvero un deserto per noi. Era un momento terribile. La morte è così una doccia fredda..mi segue da quand’ero ragazzino e non la vorrei vedere più».

Nel testo sono presenti anche dei versi dedicati al cantautore cileno Victor Jara, ucciso come oppositore dopo il golpe di Pinochet, altro rimando alle esperienze del cantante in Centro America.

“Jara sang – his song a weapon
In the hands of love
You know his blood still cries
From the ground
He runs like a river runs to the sea
He runs like a river to the sea”

“You know his blood still cries From the ground” rimanda anche al sangue di Carroll versato sull’asfalto della strada.

L’album è un vero capolavoro e ci siamo addentrati nel descrivere ogni singola canzone perchè sarebbe impossibile lasciarne da parte anche solo una!

Oltre che da queste 11 grandi canzoni, The Joshua Tree sarebbe dovuto essere composto originariamente anche da altre tracce, si sarebbe così arrivati ad un doppio album; l’idea venne poi scartata e molte b-side restarono fuori dalla pubblicazione ufficiale. Ricordiamo Sweetest Thing, la più conosciuta b-side da The Joshua Tree, che avrebbe avuto senso solo se pubblicata insieme a Trip Through Your Wires e viceversa, ma che ebbe comunque più fortuna delle altre in quanto in occasione della pubblicazione della raccolta The Best of 1980-1990 del 1998 venne riarrangiata e pubblicata come singolo; ricordiamo anche altre perle dimenticate: Luminous Times (Hold on to Love) e Walk to the Water (b-sides che insieme a With Or Without You avrebbero dovuto comporre 3 parti di una stessa storia), Spanish Eyes (b-side nel singolo di I Still Haven’t Found What I’m Looking For, dalla carica sessuale esplicita e ispirata dagli occhi da spagnola di Ali), Deep In The Heart (l’altra b-side di I Still Haven’t Found What I’m Looking For), Race Against Time (pezzo dal ritmo afro elaborato da Edge e messo da parte prima del 1987), e ancora Rise Up (che venne inserita solo nell’edizione rimasterizzata ufficiale del 2007).

L’album, con grande sorpresa, solo nel primo weekend d’uscita  registrò il numero di 300mila copie vendute solo nel Regno Unito, per un totale di 16 milioni; fino ad oggi ha venduto circa 28 milioni di copie in tutto il mondo, oltre 10 milioni solo negli USA.

Grazie a The Joshua Tree alla 30ª edizione dei Grammy Awards, il 2 marzo 1988, presso la Radio City Music Hall di New York gli U2 si aggiudicarono il Grammy  per il Miglior “Album Of TheYear” e quello per la “Best Rock Performance by a Duo or Group” con I Still Haven’t Found What I’m Looking For ; questi  furono i loro due primi Grammy dei 22 vinti nella loro carriera finora.

Il The Joshua Tree Tour iniziò il 2 aprile 1987 dall’Activity center di Tempe, in Arizona e finì al Sun Devil Stadium dello stesso luogo il 20 dicembre dello stesso anno. Il Tour toccò le arene del Nord America per poi trasferirsi negli stadi dell’Europa, ricordiamo l’esordio memorabile il 27 maggio allo Stadio Flaminio di Roma, per poi  tornare negli Stati Uniti e Canada in autunno, per un totale di 109 concerti suddivisi in tre leg!

In Italia la band suonò anche per due concerti allo Stadio Braglia di Modena il 29 e 30 maggio. Quando gli U2 tornarono negli USA per la terza ed ultima leg del tour iniziarono ad essere filmati  in tutti i concerti dal regista Phil Joanou per un futuro progetto discografico e video che sarebbe poi diventato l’album e film Rattle And Hum, Ad Indianapolis, Los Angeles e Hampton si presentarono sul palco fingendosi un gruppo spalla di nome The Dalton Brothers, suonando  all’insaputa del pubblico brani country ad aprire il vero concerto degli U2. L’11 novembre la band improvvisò anche un concerto a sorpresa per le strade di San Francisco con il titolo Save the Yuppies.

Fu il tutto esaurito quasi ovunque e dopo la data inaugurale gli U2 addirittura apparvero sulla copertina del Time, onore riservato prima di loro solo ai Beatles ed ai The Who. Robert Hilburn lì definì come “Quello che i Rolling Stones hanno cessato di essere anni fa: la più grande band rock’n’roll del mondo“.

Gli U2 sulla copertina del TIME, 27 Aprile 1987. Foto via time.com

E gli U2 in questo 2017 hanno deciso di farci un regalo, in occasione di questo 30° anniversario dalla pubblicazione di questo loro album capolavoro. Riporteranno il The Joshua Tree in Tour fra Stati Uniti, Canada ed Europa con 33 concerti quest’estate e lo suoneranno interamente dal vivo per la prima volta in assoluto, riascolteremo brani non eseguiti da troppi anni e per la prima volta dal vivo la bellissima Red Hill Mining Town (che sembra verrà ripubblicata, come nuovo singolo, in una versione differente da quella su disco, a supporto​ del nuovo tour).  Per l’occasione il sito ufficiale U2.Com ha annunciato un nuovo cofanetto celebrativo per i 30 anni di The Joshua Tree con ben 6 formati, in uscita il 2 giugno 2017 (è possibile preordinare l’edizione preferita qui).

«Di recente ho ascoltato di nuovo The Joshua Tree per la prima volta dopo quasi trent’anni. E’ proprio un’opera. Un sacco di sensazioni che si avvertono stranamente come attuali – l’amore, la perdita, i sogni infranti, la ricerca di oblio, la polarizzazione – tutti grandi temi. Ho cantato molte volte queste canzoni…ma alcune di loro mai. Sono molto carico, se il nostro pubblico è carico come noi…sarà una grande serata».

Parola di Bono. E tutti noi fan e non solo, perchè questo è davvero un album che ogni amante della musica dovrebbe avere nella propria collezione, non vediamo l’ora di tornare a sognare ancora!

Daniela Mattei
Facebook –  Daniela Mattei
Twitter – @daniDpVox

Per approfondimenti:

U2Songs.com –  La discografia di The Joshua Tree Speciale U2JT30
U2gigs.com – The Joshua Tree Tour
@U2-Breathe – L’albero di Corbijn
U2360gradi.it – U2 The Joshua Tree Tour 2017: atto dovuto  Trent’anni di The Joshua Tree: Un lungo viaggio

Tutte le citazioni della band sono tratte da U2 by U2 di Neil McCormick e U2

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