Il ritorno dei Decibel. Quando il rock è una cosa seria

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Decibel
Foto di Riccardo Ambrosio

Nella foto di copertina del nuovo album i Decibel sono tutti vestiti di nero, indossano occhiali da sole e hanno una posa un po’ torva che riporta alla memoria certe immagini degli Ultravox o dei Kraftwerk. In primo piano c’è un cervello. Enrico Ruggeri dice con un ghigno: «Il cervello è ciò che sta andando perduto». Gli fa eco l’amico ritrovato (in realtà mai perso del tutto) Silvio Capeccia: «C’è anche un orecchio. Perché in molta musica odierna questa è la parte meno usata: spesso è meglio tapparselo». Il terzo Decibel, Fulvio Muzio, è rimasto intrappolato nel traffico, ma è come se fosse lì con noi. Perché i Decibel sono un gruppo a tutti gli effetti e, anche se quello più loquace è Ruggeri, è come se parlassero all’unisono.

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Hanno deciso di rimettersi insieme, a 40 anni dalla formazione, 35 dopo lo scioglimento. Il nuovo album si intitola Noblesse oblige e contiene rifacimenti dei due loro pezzi più famosi, Contessa e Vivo da re, e dieci brani nuovi di zecca, che in pratica sono un compendio della musica migliore degli ultimi decenni, passando da stupende love ballads (L’ultima donna) al rock energico (My my generation, che è anche il primo singolo), dalla new wave (La bella e la bestia) al punk apocalittico (Il primo livello).

Ci tengono a dire che è stato suonato tutto in diretta. «Ci siamo divertiti moltissimo, è un lavoro realizzato in totale libertà. Anche dal vivo sarà così, senza sequenze o basi registrate. Nel disco non ci sono groove, né pad. Ormai dischi come questo ne escono tre all’anno».

Hanno usato strumenti che sono diventati delle rarità, come il mellotron, il mini-moog e il mitico organo Vox Continental. Però vogliono sottolineare che non è un’operazione-nostalgia: «Questo è un album nuovo di zecca a tutti gli effetti, nei suoni, ma anche nel modo di scrivere».

Il desiderio di rimettersi insieme, raccontano, è maturato nel corso degli ultimi anni. «Nel 2014 ci siamo ritrovati a Londra per il concerto-celebrativo dei 40 anni di Kimono my house degli Sparks. Qualche mese dopo ci siamo ritrovati a suonare insieme a un concerto a Milano organizzato da un nostro amico… insomma, un po’ alla volta abbiamo scoperto che le cose che ci univano allora non erano mai svanite».

Specifica Enrico: «Il 2017 è un anno speciale, ricco di ricorrenze tonde. Io compio 60 anni, sono i 40 anni del punk, Quello che le donne non dicono compie 30 anni. Insomma, era chiaro che avrei dovuto fare qualcosa di speciale. Ma cosa? Un album di duetti? Che palle! A un certo punto mi è venuta la folgorazione ed è maturata l’idea di tornare a scrivere canzoni con gli amici di una volta. Un giorno Silvio e Fulvio mi hanno portato una musica. Ho scritto il testo in un quarto d’ora. Quando capita una cosa così, vuol dire che hai fatto bingo. Ma la cosa importante è che mi sono reso conto che scrivevo in modo diverso da quando scrivo per me stesso: quella era una canzone dei Decibel a tutti gli effetti, così come lo sono tutte le altre che abbiamo inciso. Alcuni di questi brani in un disco mio avrei qualche difficoltà a cantarli. Invece in questo contesto sono perfetti».

Insomma, quelle che dovevano essere un po’ di “schitarrate” fatte così, tanto per divertirsi («E magari ricavarne un album stampato in mille copie in vinile blu da regalare agli amici»), si è trasformato in un ambizioso progetto discografico, che ora prosegue con un tour: debutto il 17 marzo a Castellone (Cr), con una decina di date già fissate (18 a Pomezia, 25 a Perugia, 28 a Torino, 29 ad Asti, 8 aprile a Genova, 10 a Milano, 26 a Bologna, 18 maggio a Bergamo, 19 a Nova Goricia) e molte altre che sicuramente seguiranno. Dal vivo saranno supportati dai tre musicisti che hanno collaborato anche al disco: Lorenzo Poli (basso), Massimiliano Agati (batteria) e Paolo Zanetti (chitarra).

Ritrovarsi con Enrico e Silvio (e Fulvio, che probabilmente sta smadonnando in mezzo al traffico) è un po’ come rivedere vecchi amici e scoprire che sì, siamo tutti più adulti, ognuno ha vissuto la sua vita, ma le passioni sono sempre quelle di una volta e che l’amore per la musica non è mai sfiorito. Qui e là, per le ragioni più svariate, saltano fuori i nomi di Lou Reed, Elvis Costello, Stranglers, Roxy Music, Sex Pistols, Led Zeppelin, Xtc, King Crimson, Cream… Tutta roba tosta, roba d’antan, di quella che ormai capita di ascoltare sempre più raramente…

«Vuoi sapere il vero motivo per cui nacquero i Decibel? Erano i primi anni Settanta. Come se fossimo carbonari, ci domandavamo: “Ma a te piacciono gli Inti Illimani?”. Quando scoprivi che anche all’altro facevano schifo, ecco che era nata una grande amicizia e conseguentemente la voglia di suonare insieme… Allora essere all’avanguardia era tutta un’altra storia. Quando, nel 1980, salimmo sul palco di Sanremo con Contessa ci guardavano come se fossimo marziani. Oggi invece spesso ci si atteggia da “chi fa avanguardia”, in realtà senza dire assolutamente niente di nuovo. Ecco, noi ci siamo rimessi insieme perché avvertivamo l’esigenza di tornare a fare musica come si faceva una volta. Prima di tutto per divertirci. E poi perché crediamo che in giro ci sia ancora gente che ha voglia di ascoltare cose buone».

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Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino). Ultimo libro uscito: "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi".