Quarant’anni dalla nascita del punk.

Il punk.

Che sarà stato mai? Un seme di pompelmo rispetto alla vastità tonda della storia, meno ancora, una molecola acida nell’insieme delle moltitudini di eventi che hanno mulinato il novecento.

Eppure il punk è tra noi ancora, è in noi, più di quanto siamo disposti a crederlo.

Molto di ciò che oggi riteniamo usuale, dal linguaggio alle scelte estetiche, dalla visione della realtà al taglio dei vestiti, fino alla musica, viene in parte da quella smossa di sangue.

Naturalmente vi erano già state rivoluzioni capaci di imprimere un qualche nuovo vigore alle faccende umane.

È fisiologico, quindi ancora ve ne saranno, ed è una fortuna che ogni tanto qualcosa semini nuovamente il campo, perché periodicamente ci addormentiamo, ci accomodiamo su quelle che vogliamo credere le nostre certezze, e finiamo per desiderare solo di restarcene al caldo.

Gli uomini invecchiano quando sentono ormai solo l’esigenza di ciò che è comodo e confortevole.

Fintanto che avvertono invece l’impulso a uscire dalle consuetudini e a scoprire, allora restano veri, turgidi e senza età.

L’età non esiste.

Il tempo non esiste.

La storia non esiste, se non quando e in quanto siamo noi a formarla.

Così accade che chi scomodo lo è per davvero, decida di farlo sapere e di sovvertire le regole che hanno fatto sì che l’anestesia si diffondesse troppo.

E siccome la storia si ripete, anche il punk in effetti esisteva prima che il punk stesso nascesse.

Erano punk le urla e i parossismi di scena di Iggy Pop negli Stooges. Lo erano le sue contorsioni sul palco, mentre il pubblico sovraeccitato dava sfogo a un’irrefrenabile voglia di contare qualcosa e di sentirsi vivo. Vivo ora, non domani, non chissà quando. Qui, ora. Perché se è vero che il tempo non esiste, la vita lo stesso trascorre.

Non era ancora punk, certo, eppure lo era nello spirito, profondamemte.

Tracce di punk sono disseminate in tutta la storia del pensiero.

I fauves, in pittura, erano punk antelitteram.

Lo erano nell’attacco a una visione accademica del mondo, contribuendo a descriverlo per ciò che esso è sempre, e che comunque ogni volta torna ad essere: una egemonia da parte di pochi ai danni di molti.

O la Scapigliatura, in letteratura, che osava sfidare un imbolsimento da cattedra polverosa a cui si era ridotto il pensiero letterario.

Carmelo Bene, in tutta la prima oscena parte della sua carriera, era come punk. Il suo teatro ed il suo cinema lo erano: esuberanti, scellerati, obliqui, transgenici, eretici. In quanto tali hanno generato reazioni di disgusto, di disapprovazione e di timore, ma per le stesse qualità estreme hanno saputo reinventare qualcosa.

I Canti Orfici di Dino Campana letti da Carmelo Bene sono una scia sanguinosa di poesia punk che ci viene dal passato. Lasciano un solco rosso nel percorso del teatro verbale, una ferita necessaria.

I concerti scandalosi di The Velvet Underground all’interno dell’Exploding Plastic Inevitable Show, opera di Wharol, con coreografie prossime a pratiche sadomaso e le proiezioni di pellicole estreme alle spalle del gruppo, cos’altro erano se non puro spirito punk che viaggia nel tempo?

Ma allora cosa è il punk.

È il ricorso estremo a se stessi. Il bisogno di dire le cose impellenti.  Il fregarsene delle regole nate per castigarci dentro. L’impeto che infine ci riporta al bisogno di esistere, frantumando e reinventando ciò che di noi ha finito per essere imbrigliato.

Io punk lo sono dalla nascita.

Non sapevo di esserlo finché da ragazzino non ho scoperto che ciò che nasceva in giro con quel certo nome, mi appartenesse da sempre.

Anche prima di scoprire il punk come filosofia del cambiamento, avevo reinventato ogni cosa di me in ogni momento, e ho proseguito a farlo.

L’ho fatto per bisogno e per eccesso di scomodità, per fame, appetito di conoscenza e di amore nuovo.

Ora potrei parlare di me e dei miei eroismi, e cominciare a snocciolare episodi epocali, ma servirebbe poco, perché i personalismi servono solo a masturbare l’ego di chi narra.

Potrei allora mettermi nuovamente a raccontare del tempo in cui una piccola parte di questo Paese ha cavalcato a suo modo quella rivoluzione culturale, proprio mentre la maggior parte d’Italia si assopiva sempre più davanti al bagliore livido del televisore.

Ma l’ho già fatto, in “Ex”.

Tuttavia a quaranta anni di distanza da eventi tanto potenti, vale la pena ribadire qualcosa di ciò che quella sommossa è stata più in profondo.

Perché molti di noi tendono ad addormentarsi nuovamente, stavolta davanti al bagliore più ridotto di un dispositivo cellulare.

Ecco: tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta del secolo scorso, l’Italia si preparava a trasformarsi e a trasformare i propri figli nel pecorame che in seguito ci avvrebbe regalato di nuovo l’asservimento generale a politiche di chiusura, e avrebbe riportato a galla nazionalismi, razzismi, avrebbe portato agli steccati, a ciò che oggi ci fa riparlare con normalità di orrori come muri o della difesa di presunti interessi nazionali.

È nato in quel periodo il declino che oggi ci affligge. O meglio allora, mancando l’aggancio con il rinnovamento, si perse l’occasione per evitare che quel declino prendesse il via. Ma proprio mentre il peggio si preparava, proprio allora accadeva nel mondo tanto quanto qui qualcosa che avrebbe aiutato a svegliare almeno un po’ di coscienze.

Certo anche come punk eravamo, come sempre e in tutto, dei provinciali.

Non c’è niente di male ad esserlo, ma c’è un provincialismo che mantiene vivi e veri, e uno che rende ridicoli.

Ad esempio: mentre a Milano, nel 1978 tra i locali più in voga l’unica mossa di tendenza era tinteggiare di nero le pareti e ammiccare a certe pose, non significando altro che una superficiale lettura di un fenomeno ben più spesso, a Zurigo potevi fare colazione tra un colosso interamente tatuato, borchiato e dotato di cresta viola, e un ometto ottantenne impupato e profumato di brillantina e con tanto di canna da passeggio, senza che i due si dessero alcun fastidio reciprocamente.

È normale che, al posto di bere il pessimo caffè svizzero, ammirassi stupito tanta varietà umana accostata in modo del tutto naturale, chiedendoti dove fosse il trucco.

E il trucco era solo in una più serena capacità di accogliere il cambiamento e la varietà di letture del mondo. Il punk ha contribuito a riversare nelle strade la necessità di un profondo rivolgimento, e un minor timore verso la diversità.

Ma mentre da noi si sfruttava solo l’aspetto più commerciale di quella che qui era divenuta una stupida moda, altrove si costruiva già il domani facendo tesoro del dettato proveniente dai bisogni radicali del genere umano occidentale.

Perché ciò che il rigurgito punk ha veramente insegnato in modo spontaneo, è che il mondo fosse ormai prossimo a divenire un organismo unico e complesso, eterogeneamente riunito e composito, antropicamente collegato, senza più interruzioni di generazioni, lingua, costumi, abitudini, da New York a Berlino, da Londra a Zurigo, da Vienna a Barcellona.

In questa parata di luoghi esemplari, mettiamoci senza che ciò desti ilarità anche la provincia di Milano, Pordenone, Roma, Torino, Bologna.

L’intero mondo sarebbe divenuta quell’unica, grande, articolata, connessa e complessa cosa che abbiamo oggi. In troppi non lo seppero cogliere.

La complessità che tanti di noi stentano ad accettare del nostro presente, l’eterogeneità da viversi in modo partecipato, ebbe il suo vero embrione nel periodo in cui il punk rigurgitò sul vestito buono del vecchio mondo le sue più antiche contraddizioni e storture, per provare a guardare alla crescita e alla miglioria.

Il mondo è quella cosa composita che dobbiamo avere la voglia di assimilare, perché in quella complessità è compresa la nostra legittima volontà di essere ognuno una cosa diversa, e di contare qualcosa come individuo.

A tuttoggi lo hanno capito in pochi, è un vero peccato.

Quaranta anni dal punk? E che sarà mai? C’è ancora così tanto lavoro da fare. In una canzone dedicata agli anarchici “Les Anarchistes”, un antico Leo Ferré, che punk non era, ma anarchico sì e quindi per ciò stesso punk antelitteram, dice:

e se dai calci in culo c’è da cominciare,

c’è chi scende per strada,

non lo dimenticare“.

Il tempo, visto dal fondo delle cose che contano, non è mai esistito.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.
  • sfax6

    Mah!