Le Luci della Centrale Elettrica. Nel nuovo disco una panoramica matura della Terra

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Terra
di Le Luci della Centrale Elettrica
Voto: 7
Cara Catastrofe

Al primo ascolto il nuovo disco de Le Luci della Centrale Elettrica pare un disco di fotogrammi separati; di sguardi mirati verso una direzione che cambia brano dopo brano. Poi il disco sta per finire e nel momento esatto in cui ascolti Moscerini e senti “C’è la finestra del palazzo di fronte tre metri / ma tu vedi orizzonti infiniti”, capisci che lo sguardo di Vasco Brondi è uno soltanto, mascherato dalla forte bidimensionalità di cui si carica tutto l’album.
Lo sguardo è un totalone cinematografico sulla Terra, ripresa da più punti di vista e dall’immancabile tema del doppio.
Basti pensare a Coprifuoco, probabilmente il manifesto dell’intero lavoro, che nella narrazione di una storia d’amore saltella ambiguamente da un rapporto più intimo (“Sempre assaliti dai pensieri/ su questo pianeta chiamato Terra / anche se come noi / è quasi soltanto acqua”) a fatti di portata epocale (“Cadeva la sera/ su una bella e malandata Europa multiculturale/ su un altro bar che cambia gestione / su un altro eroe da dimenticare”).

È il pezzo nel quale viene menzionato il titolo del disco, Terra, vera direzione dello sguardo di Brondi. Uno sguardo crudo e realista che cancella il prima e il dopo per concentrarsi sull’ora. E il presente ci dice che la mastodontica Terra fatta di acqua è più fragile di ciò che possa sembrare.

Ma non solo. La fotografia di Brondi è una panoramica vera e propria che inquadra le storie degli scafisti, “così belle che noi mai potremo sforzarci di capire”. Fa cantare gli abitanti della barca per spiegarci quanto il loro grido disperato manifesti una voglia di vivere superiore alla nostra. È questa, d’altronde, la Terra. Un posto nel quale, di tanto in tanto, con una ciclicità severamente scientifica, un popolo è costretto a scappare dal proprio habitat per aggrapparsi con i denti alla vita. Potrebbe accadere anche a noi, un giorno. È scritto nel sottotesto, ma è scritto.

La panoramica scorre e incontra l’accettazione serena di una sconfitta come Nel profondo Veneto. Una ragazza ha lasciato la propria terra per cercare un futuro a Milano. Si è persa nel traffico e non è riuscita a dare una svolta alla sua vita come è successo a tanti di noi. I suoi progetti sono svaniti (“Le case in cui avresti voluto vivere / i ritmi per realizzare l’impossibile), ma può tornare a casa sapendo di avere un proprio pezzo di popolo pronta a difenderla (Puoi essere più trasparente / Ritornare sconfitta e contenta / Facendo finta di niente / e non lo diremo a nessuno / non lo saprà mai tuo padre”). Un concetto che ritorna in Qui, quando si dice che è un “superpotere essere vulnerabili”.

Brondi fotografa l’oggi e anche la stessa Iperconnessi pare una trascrizione canzonata di una sceneggiatura di Black Mirror.

“Cantami o diva l’ira della rete
Imprevedibile come le onde
Cantami della fame di attenzione, e della sete
Di ogni idea che si diffonde”

Sono i versi centrali della canzone prima di richiedere il diritto alla timidezza, in un luogo – quello dei social – dove l’esposizione è la sola cosa che serve per essere qualcuno. Per sentirsi vivo in mezzo a qualcosa. È allora che tutta questa moltitudine ci può sembrare solitudine ed estraniazione, da un luogo da cui non riusciremo mai a voler chiedere l’estradizione. Ne dipendiamo tutti indistintamente ed erroneamente, subendo l’inesorabile sopravvento di uno strumento troppo più forte di noi.

Ed è qui che troviamo la chiave del disco; ovvero spiegare delle cose per cui abbiamo pienamente assunto consapevolezza, senza saperci trovare delle soluzioni; che siano gli scafisti che arrivano con un gommone o che sia la dipendenza da Facebook.
Terra è un disco fatto di canzoni che hanno chiuso un cerchio e che hanno raggiunto una maturità che l’uomo sa di non poter raggiungere quasi mai. È un disco che lascia con la solita bidimensionalità di Viaggi disorganizzati: allegri e disperati nei secoli dei secoli. 

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Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell’anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.