Marco Guazzone ci racconta la musica senza confini degli Stag

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Sicuramente andando al cinema, o accendendo la televisione, avete avuto modo di ascoltare la loro musica. Sono gli Stag, gruppo capitanato da Marco Guazzone, che già avevamo avuto modo di apprezzare sul palco di Sanremo nel 2012 con Guasto. La loro è una musica “senza confini”, che spazia dal “puro” pop (con suggestioni che provengono da Coldplay, Radiohead e dal pop internazionale), arrivando alla musica da film. Ieri è uscito il loro nuovo disco, Verso le meraviglie, concept dedicato al viaggio (verso le meraviglie, of course). Ecco quindi la nostra intervista a Marco Guazzone.

Verso le meraviglie. E nel mentre cosa succede?
Ci si mette in viaggio, sperando di arrivare alla meta, che non significa che ci arriveremo, però sicuramente abbiamo una destinazione, che è un qualcosa di meraviglioso da scoprire, un luogo inesplorato. Tutto quello che succede nel mezzo è la parte più bella del viaggio, con le sue difficoltà e i suoi ascolti, ma anche con i suoi momenti di luce e di speranza.

Quindi le meraviglie possono essere anche il viaggio stesso?
Assolutamente! Come quando si dice che l’attesa stessa è più bella della meta. Le meraviglie sono ciò che ci succede durante il nostro percorso della vita.

La prima traccia è To the wonders, che può essere assunto a manifesto del disco (e degli Stag), sia a livello di sonorità che a livello testuale…
Sì, e questo naturalmente va oltre l’aver intitolato l’album come la prima traccia. Musicalmente è il pezzo che ci rappresenta di più e avere avuto la possibilità di registrarlo con un’orchestra di 20 elementi è stato per noi un traguardo professionale importantissimo: avevamo immaginato la canzone esattamente così e poterla ascoltare con l’orchestra è stato magico. La scelta di intitolare il disco Verso le meraviglie è stata dettata da ciò che ci è accaduto dopo: abbiamo affrontato un percorso fatto di difficoltà, ma lo abbiamo intrapreso con coraggio e speranza, perché facendo musica è sufficiente avere un obiettivo e una passione per rendere tutto meraviglioso.

Slay tilling è invece un pezzo che hai scritto ad appena 13 anni. Quando uno pensa al “se stesso” bambino, prova sempre un po’ di tenerezza: non hai avuto paura nel rivelare un lato così intimo di te?
Ho iniziato a suonare il pianoforte quando avevo 5-6 anni, mentre ho scoperto la voce tardi. Quando ho capito che l’incastro tra pianoforte e voce era il modo migliore per esprimermi, questo è diventato il mio mezzo di comunicazione principale, anche perché ero un bambino molto timido e introverso. Ed era anche il mio rifugio, la mia medicina negli anni dell’adolescenza. La canzone parla della mia famiglia, è rivolta ai miei genitori che si sono separati quando avevo 11 anni e io ho affrontato questo periodo grazie alla musica.
È un brano a cui sono molto legato, che abbiamo sempre suonato dal vivo. Però non avevamo mai trovato la dimensione giusta dell’arrangiamento, cosa a cui teniamo moltissimo, dato il grosso lavoro che facciamo sempre sui suoni. Quando abbiamo capito che avevamo trovato la forma più corretta, abbiamo deciso di inciderla e inserirla nell’album. Però, trattandosi di un brano che è cresciuto insieme a me, non ho avuto paura nel pubblicarlo.

Nonostante la vostra impronta estremamente riconoscibile, questo è un disco eterogeneo, in cui avete attinto anche a sonorità che non vi sono proprie del tutto. In questo silenzio discografico relativamente lungo avete ascoltato cose nuove?
Sì, abbiamo ascoltato tantissima musica. È stata una pausa lunga da un punto di vista discografico, ma nel frattempo sono successe tantissime cose: abbiamo registrato duetti, inciso colonne sonore per cinema, teatro e televisione, e questo ci ha permesso di sperimentare moltissimo e scoprire mondi che non ci appartenevano. Tutto quello che abbiamo assimilato in questi anni poi lo abbiamo portato nel disco. Abbiamo scoperto tanti gruppi nuovi: gli Alt-J che, soprattutto con il loro nuovo album, ci hanno segnato molto. E poi è uscito il disco dei Radiohead. Insomma, la musica che ascoltiamo è sempre tanta e cerchiamo di assorbire il più possibile ciò che ci piace.

Una scelta piuttosto bizzarra, l’utilizzo tanto dell’inglese quanto dell’italiano. La differenza tra il cantare in inglese e in italiano consiste nei mondi che sono raccontati dalla lingua: secondo me con l’italiano e con l’inglese si affrontano viaggi diversi, e questo è un po’ il concetto alla base del disco. Io ho iniziato scrivendo in inglese, avvantaggiato dal fatto che parte della mia famiglia abita a Londra. Poi però, essendo l’italiano la mia lingua, mi è sembrato giusto utilizzarla anche in musica. Questo album quindi è un equilibrio tra i due mondi e l’obiettivo è quello di portare soprattutto noi stessi e poi chi ci ascolta in luoghi diversi. Da una parte può essere spiazzante, ma comunque è un qualcosa che ci appartiene e che già avevamo fatto nel primo disco. D’altra parte la bellezza della musica consiste nel non avere confini!

Nel disco c’è anche un duetto con Matilda De Angelis. Com’è andata con lei?
Abbiamo conosciuto Matilda sul set della serie TV di Rai Uno Tutto può succedere, e subito ci siamo “presi bene”. Nella prima stagione del telefilm avevamo collaborato con un brano, Down, che abbiamo inserito nel nuovo disco. Matilda è una delle protagoniste della serie e, oltre a essere una giovane promessa del cinema, è anche un’ottima cantante, che secondo me esploderà anche nell’ambiente musicale. Quindi ci è sembrato naturale coinvolgerla in questo progetto: il connubio tra musica pop e colonne sonore ci appartiene così tanto che duettare con lei, che è candidata a due David di Donatello, ci ha aiutato a sottolineare ancora di più il legame che abbiamo con il cinema.

Concretamente, come lavori alla colonna sonora di un film?
Il processo è molto simile a quello della scrittura di una canzone, in cui raccontiamo una storia o un episodio della nostra vita. Partiamo da un’immagine, ci facciamo ispirare dall’idea di raccontare una “fotografia” con la musica. L’obiettivo è quello che lo spettatore riesca a vedere l’immagine anche ascoltando solo la musica, quindi con gli occhi chiusi. E in questo il cinema aiuta tantissimo, perché racconta con i fotogrammi e con il montaggio quello che avviene nella nostra immaginazione. La grande capacità risiede nell’essere in grado di raccontare delle figure con la semplice musica e quelle infatti sono le colonne sonore che funzionano di più.

E tu che tipo di spettatore sei al cinema?
Io sono un grandissimo appassionato di cinema e ho studiato anche al centro sperimentale di Roma. Guardo di tutto, anche se devo dire che io e mio fratello siamo cresciuti a pane e horror. Di recente ho visto l’ultimo film di Ozpetek. Comunque come nella musica mi piace spaziare, perché è un arricchimento.

Nel futuro degli Stag cosa c’è?
Speriamo che ci siano tante date! Non vediamo l’ora di tornare a suonare e di portare in giro per l’Italia questo nuovo album: diciamo che vogliamo mettere in pratica il senso del “viaggio” di questo lavoro e quindi viaggiare per il nostro Paese suonando la nostra musica. Poi ci sono molti altri progetti che “bollono in pentola” e che non vediamo l’ora di condividere. Tutti legati alla nostra concezione di musica: non mero prodotto discografico, ma musica senza confini, che spazia tra cinema, teatro, televisione, spot… È la cosa che ci stimola di più.

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Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.