“Spirit”, il bisogno rivoluzionario dei Depeche Mode

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Spirit
dei Depeche Mode
Voto: 7 e mezzo
Columbia Records/Sony Music

La musica ha tantissime sfaccettature, tanti generi e tante storie, può essere uno stile di vita, una necessità o una scalata esponenziale. In questa crescita personale arriva per tutti il momento di confrontarsi con i Depeche Mode. Come spiegare ad un ragazzino l’essenza di questo straordinario gruppo inglese? Potremmo partire parlandogli della musica elettronica unita al rock per la prima volta nel 1980, fargli comprendere la profondità della scrittura dei loro testi, parlargli di Dave Gahan, “il gatto” scampato innumerevoli volte alla morte. Sarebbe utile forse fargli ascoltare tutto Violator, cantando a squarciagola “Reach out and touch faith!” sulle note di Personal Jesus.
Dopo quasi 40 anni di tutto ciò i Depeche Mode tornano sui grandi palcoscenici con il loro quattordicesimo album in studio, Spirit, in uscita il 17 marzo per Columbia Records/Sony Music. Il disco rappresenta la prima collaborazione del gruppo con James Ford dei Simian Mobile Disco (Foals, Florence & The Machine e Arctic Monkeys) ed è il seguito di Delta Machine, fortunatissimo album del 2013.

Ascoltando Spirit tutto d’un fiato capiamo subito che non sarà il classico album di fine carriera dei grandi colossi della musica, ma un’opera emozionante nei temi e nel sound. Musicalmente è tutto quello che un vero fan dei Depeche Mode vorrebbe: elettronica mai banale con larghi riferimenti alle nuove tendenze, basso e batteria new wave che spaccano i timpani e tutta la profondità vocale di Gahan. Le tematiche di quasi tutte le canzoni sono quelle dell’alienazione dell’uomo dalla società che lo porta a sentirsi un escluso colpito dalle ingiustizie di un mondo forse troppo arido, il tutto perfettamente armonizzato con la potenza sonora.

Le prime note di Going backwards introducono perfettamente questa forza che il gruppo ha sempre avuto. La canzone risuona come un vero e proprio inno. Where’s the revolution è il singolo che ha anticipato l’album: una base elettronica molto moderna che incarna perfettamente la valenza politica e il bisogno di cambiamento grazie al suo ritornello sparato in faccia.
The worst crime è un brano che potremmo definire dolce, grazie alla voce di Dave Gahan, ma soprattutto grazie alla chitarra di Martin Gore, amatissimo polistrumentista che condisce il tutto con un finale in crescendo. La sperimentazione continua della band è chiara in Scum, traccia molto particolare caratterizzata da potenti bassi, la voce spappolata tramite effetti e uno strano senso di ansia. Questa sensazione continua nel pezzo successivo, You move, che è molto simile al precedente, ma dal ritmo che ricorda una danza tribale e impreziosito dall’uso massiccio di tastiere.
Cover me è un’interruzione brusca nell’ascolto dell’album che da questo momento in poi vira su sound più leggeri in cui la vocalità di Gahan la fa da padrona, con un finale tutto strumentale. La canzone successiva si chiama Eternal ed è la prima prova vocale dell’album di Martin Gore, che con il suo solito stile dà al pezzo una delicatezza struggente, quasi cinematografica. Poison heart è un brano che potremmo definire sexy, un mix di musica anni ’60 con la modernità delle frequenze elettroniche più attuali.
La traccia migliore è probabilmente So much love, essendo tutto quello che un fan di vecchia data dei Depeche Mode vorrebbe, in primis quel suono di batteria devastante che ci ricorda tanto un classico come People are people: sarà sicuramente uno dei brani più forti dal vivo. Poorman è un esperimento che solo loro potevano permettersi: cassa dritta e un continuo vai e vieni di suoni computerizzati che ci ipnotizzano.
Tutta l’epicità che hanno sempre avuto i Depeche Mode durante la loro carriera la troviamo espressa negli ultimi due pezzi. Il primo, No more (this is the last time) è la massima espressione dei vocalizzi di Gahan che si eleva ad una sorta di divinità del canto. Il secondo, Fail, è invece un gran finale con ancora Gore alla voce: un brano profondamente oscuro e malinconico, ma che sintetizza perfettamente tutto il senso dell’album.

Ascoltare un disco di una band che ha segnato così profondamente la storia della musica moderna provoca sempre un certo timore: la paura è sempre quella di dover dire la frase: «Sono finiti». Con immenso piacere possiamo dire che non è sicuramente il caso di Spirit, che con una prova di grande forza si propone come un album moderno, attuale e profondo, in puro stile Depeche Mode.

I Depeche Mode saranno in Italia a giugno per tre concerti: il 25 allo Stadio Olimpico di Roma, il 27 allo Stadio San Siro di Milano e il 29 allo Stadio Dall’Ara di Bologna. I biglietti sono disponibili su Ticketone.it.

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Vincenzo Cozzolino
Nato nel 1995 nella terra degli Etruschi, ma nel mio sangue scorre il fuoco del Vesuvio. La musica fa parte della mia vita fin da quando, da bambino, mio padre mi fece conoscere Freddie Mercury. Dal 2014 organizzo uno dei festival musicali alternative più famosi del centro Italia. Passo il tempo suonando il basso e guardando le mie serie tv preferite.
  • Massimiliano Shadomax Brandi

    So much love non ricorda affatto people are people ma broken un pezzo dell album precedente. L’album è molto interessante, solo che se avessero azzardato con un po più di sperimentazione, dilatando alcuni brani sarebbe stato una figata, ma va cmq bene lo stesso.bravi!!!

    • Paolo Guglielmelli

      Non sono d’accordo so mach love non somiglia ne a People are People ne ha broken

      • Massimiliano Shadomax Brandi

        chiaramente è differente come atmosfera da Broken, però io mi riferisco al ritmo, lo evoca leggermente.PEOPLE ARE PEOPLE mi chiedo invece cosa centra, proprio tutta un altra cosa …