Perché bisogna vedere uno spettacolo di Federico Buffa almeno una volta nella vita

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Quando Federico Buffa è su un palco e sta per finire un suo spettacolo e tu sei lì a sentirlo puoi avere solo due desideri: sperare che lui continui magicamente per un’altra ora o desiderare di alzarti per il solo gusto di applaudirlo per minuti e spellarti le mani perché sai che ne è valsa la pena. Il 99% delle persone opterebbe senza dubbio per la prima ipotesi, ma è innegabile che l’uomo provi un certo piacere anche solo ad applaudire Buffa, perché è l’esatta realizzazione del banale concetto economico secondo cui paghi un biglietto per ricevere in cambio qualcosa che sia almeno di egual valore; con lui l’aspettativa non solo viene raggiunta, ma viene ampiamente superata. Dopo tutte queste date nei teatri, sfiderei chiunque a trovare anche una sola persona che sia tornata a casa insoddisfatta.

Con i racconti proposti a Sky aveva compiuto la non facile impresa di appassionare la gente solo con la voce e qualche immagine in bianco e nero.
Immaginate la difficoltà nell’era in cui la televisione mostra anche i dettagli dell’erba di un campo da calcio in Super HD. Eppure la gente con lui ha imparato a farsi raccontare delle storie. Ad ascoltare e non vedere.
Ma è con l’esperienza nei teatri che Federico Buffa ha raggiunto un posto nell’Olimpo degli Dei dello storytelling.

Nessuno sa raccontare le cose come fa lui, e questo è un dato incontrovertibile di cui già eravamo a conoscenza.
Il fatto clamoroso è che Buffa ha addirittura superato lo storytelling; è andato oltre diventando un attore sublime.
Ha strutturato in maniera molto semplice il suo complessissimo spettacolo, studiato ad hoc per aumentare di almeno un’ora il tempo di cui solitamente si serve a Sky.
Il suo palco è diviso in due: un lato per la narrazione e uno per la recitazione, dove ha interpretato Wolgang Fürstner, il vice comandante del villaggio olimpico a Berlino ’36.
Le Olimpiadi di Berlino del 1936.
La radice dello spettacolo è questa, ma si sa che è solo un pretesto per dare a Buffa la possibilità di architettare e incatenare una serie di storie che nella maniera più inaspettata si fondono e si abbracciano tutte insieme verso la fine.

Questo è il punto della recensione in cui dovrei dirvi di cosa ha parlato Buffa e come ha messo tutte le storie in relazione tra di loro e cosa c’entravano con le Olimpiadi del 1936. Non lo farò.
Non lo farò per non spoilerare una cosa che dovete vedere almeno una volta nella vita, che siate appassionati di sport o che non ve ne importi nulla di movimenti che implichino più sforzo di uno spostamento dal letto al divano.

E poi non lo farò perché uno spettacolo di Buffa non lo puoi raccontare. È come rubare nella casa di un ladro.
Lui non è solo il numero uno a raccontare una storia, ma è anche il numero uno a non essere un semplice storyteller.
Buffa è anche una voce perché le sue corde vocali vibrano con una tale musicalità che mentre i suoi compagni di viaggio (i musicisti Alessandro Nidi e Nadio Marenco e la cantante Cecilia Gragnani) suonano e cantano per fargli da sottofondo, il suo stesso timbro si confonde con la musica. Il modo in cui lui utilizza la sua voce è musica e suona esattamente come risuona una nota di pianoforte.
Ma Buffa è anche un corpo, perché ha un modo di muoversi che trascina con sé una carica d’intensità “troppo più alta” rispetto alle persone normali. Gli basta muoversi, appoggiare un cappello ad un appendiabiti, versarsi qualcosa in un bicchiere o sedersi su una sedia al contrario per darti la sensazione di farlo in una maniera migliore di come lo avresti fatto tu.

C’è un momento in cui utilizza una frase riguardo Jesse Owens, che è “prese in ostaggio centomila sguardi quando iniziò a correre”. In quel preciso istante ho capito che indirettamente è stato lui a prendere in ostaggio i nostri sguardi con il suo essere voce, il suo essere un corpo e il suo essere uno che le storie le sa raccontare.
Son sicuro che nessuno ha mai controllato l’orologio durante lo spettacolo  e che per tutti c’è stato almeno un momento nel quale la sua voce ha trasmesso commozione anche nei momenti in cui di commovente c’era ben poco.
Perché? Perché lo spettacolo, nel suo intero, ci ha restituito per due ore il senso della bellezza. È una cosa di cui ti cibi durante l’evento, ma che una volta finita non puoi più spiegare nemmeno a parole. È una sensazione devastante che ti trascini anche all’uscita, conscio che non tutte le sere ti si apre così lo stomaco davanti a queste cose. Sei conscio del fatto che di bellezza in giro se ne vede sempre meno. E che per due ore si è concentrata su un unico palco, a pochi passi da te.

Buffa è riuscito a fare ciò che il teatro dovrebbe fare sempre: farti dimenticare per due ore dell’esistenza di un mondo fuori da lì. Se decidete di ignorarlo, lasciatemi dire che siete dei completi folli.

 

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Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell'anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.