Keith Haring, il “radiant boy”

Una bella rassegna milanese propone una lettura intelligente e stimolante del linguaggio personalissimo quanto universale del maestro del graffitismo, di cui non tutti ai tempi capirono la fondamentale importanza. Rimettendoci milioni di euro.

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Keith Haring (Untitled, 1986, particolare)

«Antonio, ciao. In questi giorni arriva in Italia un nostro amico da New York. Non è che nella tua bella casa nuova hai una stanza dove ospitarlo un paio di settimane?».

Negli anni 80 la comunità omosessuale viveva in una sorta di assedio e di “caccia all’untore” a causa del diffondersi della pandemia aids, sindrome riconosciuta per la prima volta nel 1981 presso la comunità gay di Los Angeles.

Keith Haring al lavoro (1986)

Il senso di appartenenza e di autoprotezione era molto sentito: Antonio C. – autore televisivo con cui ho avuto il piacere di lavorare – lasciò a quel ragazzo magrolino, con gli occhiali più grandi del viso affilato, l’uso del suo appartamento dalle pareti bianchissime e i mobili high tech per una dozzina di giorni.
«Stasera prendo il volo di ritorno per New York…». «Non posso accompagnarti all’aeroporto. Devo lavorare. Lascia la chiave sotto lo zerbino, è stato un piacere conoscerti». «Anche mio, ciao e grazie».
Ma al rientro, verso le 21, Antonio andò su tutte le furie: quello sciocco di americano gli aveva dipinto una parete intera della camera dove aveva dormito. Linee senza interruzione raffiguravano figurine elementari in girotondo, colorate vivacemente con le bombolette spray. Il mattino dopo telefonò immediatamente al suo imbianchino di fiducia e la sera tutto l’intonaco era tornato di un bianco perfetto.
«Ma chi era quel tipo che mi hai mandato? Lo sai che mi ha imbrattato una parete intera? Per fortuna l’ho già reimbiancata…». «Sei pazzo? Non avresti potuto chiamarmi prima? Lui è Keith Haring, un grande artista. Ti aveva fatto un regalo enorme…».
Quando mi raccontava l’episodio, alcuni anni fa, Antonio sapeva che una tela di Keith di circa due metri per due metri e mezzo era appena stata battuta da Sotheby’s per poco più di 5 milioni di euro. Ovviamente sapeva anche che la sua parete avrebbe potuto essere “strappata” con la “patta” (una speciale colla animale) e riposizionata su un “cencio di nonna” (la tela specifica per queste operazioni). E oggi avrebbe potuto essere presentata – così come il murale realizzato da Haring in quei giorni nel negozio, ormai chiuso, di Elio Fiorucci in Galleria Passerella – al Palazzo Reale di Milano, dove è allestita una magnifica mostra del più famoso dei writer.

Saint Sebastian, 1984

Sono oltre 100 le opere esposte fino al 18 giugno prossimo in Keith Haring – About Art, alcune di grandi dimensioni, molte mai viste in Italia. Il percorso rilegge l’artista di Reading, Pennsylvania, morto proprio per aids a New York nel 1990 non ancora 32nne, “alla luce della storia delle arti che egli ha compreso e collocato al centro del suo lavoro, assimilandola fino a integrarla esplicitamente nei suoi dipinti e costruendo in questo modo la parte più significativa della sua ricerca estetica”.

Untitled, 1986

Infatti Haring era tutt’altro che un istintivo e un artista “elementare”, nonostante i suoi stilemi iconici fossero semplici, diretti, coinvolgenti, dai bambini radiottivi ai personaggi ripresi dai fumetti, dai richiami primitivi alla tipica arte underground calligrafica. E il suo onnivoro desiderio di confronto con la storia dell’arte, dalla tradizione classica ammirata durante i vari soggiorni italiani alle avanguardie del 900 e al cartoonism, viene ben esplicitato in mostra con la presenza di un grande calco della Colonna Traiana, di maschere delle culture del Pacifico, di dipinti del Rinascimento italiano e di quadri di Jackson Pollock, Jean Dubuffet, Paul Klee…

Tree of Life, 1985

Con gestualità fluida e veloce, Haring ci mostra omuncoli “mutanti” (che chiamava radiant boy, per affinità con i wild boy di William Burroughs, lo scrittore da cui partì tutta la sua vicenda artistica) e figure composite (all’inizio si firmava con una sorta di cagnolino) alle prese con la follia contemporanea e i problemi più attuali, definendo con un’immediatezza impareggiabile e insieme con richiami e suggestioni antiche la sua protesta contro razzismo e minaccia nucleare, discriminazione delle minoranze e arroganza del potere, e la sua preoccupazione per droga, aids, alienazione giovanile.
I suoi “pupazzi”, che disegnava con il gessetto in ogni cartello pubblicitario non utilizzato del Subway newyorchese, divennero un simbolo della città, insieme alla musica rock dei Velvet Underground – il cui guru era Andy Warhol, il deus-ex-machina della pop art, nel cui giro Haring non entrò mai, nonostante l’amicizia con Jean-Michel Basquiat – e agli spettacoli di Laurie Anderson, che “suonava il suo corpo” con synth e violino.
La mostra milanese ne definisce tutta la complessa personalità (e anche, nei limiti di un evento espositivo, la versalità nell’utilizzo dei mezzi espressivi più a portata di mano, come carrozzerie di automobili, teloni in vinile, capi di abbigliamento, plastica recuperata dagli scarti…) e appassiona nel far scoprire i richiami, più o meno evidenti, di un immaginario simbolico singolare e universale insieme, “che pone al suo centro l’uomo e la sua condizione sociale e individuale”.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.