Addio Chuck Berry, gigante rock’n’roll

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La morte di Chuck Berry, ieri a 90 anni,  lascia il rock’n’roll orfano del suo grande padre nero. Non esiste chitarrista rock che non abbia imparato i suoi famosi riff, primo fra tutti quello di “Johnny B. Goode”, o tentato di imitare il suo passo dell’anatra, celebrato perfino dal film “Ritorno al futuro”. Chuck Berry rivoluzionò il rock’n’roll riportandolo alla sua matrice nera e blues dopo l’esplosione di Elvis Presley. Carattere scontroso, Chuck era stato instradato da Muddy Waters che gli aveva consigliato di non fare blues ma provare a seguire la nuova moda. E Chuck l’aveva fatto con tale personalità, raccontando storie maledette e sensuali di adolescenti, che parlavano del mondo e non solo d’amore, che era diventato la vera anima del nuovo genere, tanto da far dire più tardi a un suo grande fan, Keith Richards, chitarrista dei Rolling Stones, che se il rock’n’roll avesse dovuto avere un altro nome, non poteva che chiamarsi Chuck Berry. Per anni Berry aveva girato il mondo presentando il suo repertorio e il suo stile chitarristico grezzo, veloce ed efficace. Non saliva mai sul palco se il suo cachet non era stato saldato e messo nelle sue mani, a alle tante band che pretendeva di trovare già rodate sul posto, capitava di sentirsi rispondere alla domanda: che canzoni vuoi fare? “Ma quelle di Chuck Berry ovviamente!” E bisognava tirare a indovinare dalle prime note. Me lo ricordo a Udine anni fa. scese dall’aereo e pretese di trovare una grande auto azzurro da guidare lui stesso per la città. Ci trovammo allo stesso ristorante, con il bluesman veneziano Guido Toffoletti. Chuck fu affabile e simpatico. Poi uscì e fece la faccia da cattivo, e quando dal palco vide un operatore Tv che lo riprendeva, fermò il concerto e lo indicò alla sicurezza, pretendendo che la telecamera fosse depositata sul palco ai suoi piedi fino a fine concerto, o se ne sarebbe andato. Un bel caratterino. Ben lo sa Keith Richards che, fan e amico o no, si prese da lui un cazzotto in faccia.

Nel mondo rock chiunque gli deve qualcosa, dai Beatles ai Rolling Stones, da Hendrix a Springsteen, fino al più sconosciuto chitarrista da club.

Questo è ciò  che scrissi dopo il suo citato concerto udinese. Un modo per ricordarlo in una delle sue numerose apparizioni italiane ventidue anni fa:

Organizzato in pochi giorni sostituendo all’ultimo la defezionaria Blues Brothers Band, il concerto di Chuck Berry a Udine ha comunque raccolto tremila fans di ogni età venuti a festeggiare il sessantottenne chitarrista nero, vera leggenda vivente del rock contemporaneo. Giunto al volante di una Mercedes azzurrina guidata personalmente, e accompagnato da una band di tre elementi, con il bassista Jim Marsala, con lui da 28 anni, il batterista Herman Jackson e il pianista Rick Ulsky  Chuck ha offerto una rilettura dei brani che l’hanno reso famoso direttamente o attraverso le innumerevoli riletture che gente come i Beach Boys, i Beatles, i Rolling Stones e mille altri ne hanno dato. A quarant’anni di distanza dalle prime incisioni con la Chess, l’etichetta blues di Chicago per la quale incideva Muddy Waters,  Chuck è tornato a proporre quei brani in uno stile inconfondibile, vero marchio di fabbrica del rock’n’roll.
Berry non fa in tempo a salire sul palco e accennare le prime note di “Roll over Beethoven” che scorge fra la folla un operatore tv di Telechiara che fa riprese non autorizzate. Si ferma, lo indica, ripone la chitarra e impone che la telecamera gli sia consegnata e resti in bella mostra sul palcoscenico, inutilizzata. Il concerto si ferma per dieci minuti, poi, soddisfatto,  Berry riparte esattamente dalla stessa nota lasciata a metà. Il suo è uno stile rozzo, con la chitarra grattata e picchiettata senza troppa cura per l’intonazione, ma estremamente personale e efficace. E` l’anima nera del rock’n’roll, che riportò la musica dei teenagers americani al blues elettrico e che fece scuola in Inghilterra. «Hail Hail Rock’n’roll», «Sweet little sixteen» con i tremila che irrompono in coro a rubargli la battuta, «Memphis, Tennessee», «Carol» e «Little Queenie» che portarono al successo i Rolling Stones, non sono soltanto canzoni famose ma veri e propri standard più volte copiati e ricopiati.

Berry scivola nel blues tradizionale, poi si diletta a cantare in spagnolo e chiama in palco otto ragazze dal pubblico che diventano una folla nel momento in cui «Johnny B. Goode», vero inno del rock, storia del ragazzo ignorante che viveva in una capanna di legno nella Louisiana sapendo far suonare la chitarra «come il tintinnare di una campana» e che diventa una star, trasforma il concerto in una festa.

La Storia è passata di qui, con una chitarra color ciliegia.

Tra i mille aneddoti che lo riguardano volevo ricordane uno, l’apparizione mancata al festival tedesco di Scheessel, 1973, dove mi ero accampato per due giorni con altri duecentomila per assistere fra l’altro, all’esordio europeo di Lou Reed con i capelli biondi all’epoca di Transformer.

Chuck Berry e Little Richard erano tra i più attesi. Non si presentò nessuno dei due. Alexis Korner, che conduceva il Festival ( tu pensa…) spiegò alla folla accampata per due giorni nell’autodromo che quando Little Richard aveva saputo che c’era Chuck in cartellone aveva urlato “Lui dice di essere il re del rock’n’roll, ma il re sono io! E se c’è lui io non vengo!”. Chuck Berry, saputo della presenza in cartellone di Little Richard aveva urlato esattamente le stesse parole, e così non si presentò nessuno dei due….

 

Giò Alajmo

19 marzo 2017

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.