Il ruolo del basso. Parlano i musicisti di Vasco, Ligabue e Jovanotti

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Il bassista è l’elemento più importante di una band. È quanto emerso da uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences e realizzato da alcuni ricercatori dei Dipartimenti di Psicologia e Neuroscienze della Duke University. Alla base del risultato, il fatto che il cervello umano identifichi con più facilità i suoni con una tonalità bassa: secondo la ricerca, i brani più riconoscibili sono quelli in cui il suono del basso è preponderante.
Ne abbiamo parlato con alcuni tra i principali bassisti italiani: Davide Pezzin, musicista di Ligabue, Saturnino, di Jovanotti, e Claudio “Gallo” Golinelli, di Vasco Rossi.

«Con tutto il rispetto per gli scienziati che hanno studiato il caso in maniera così approfondita, credo che in una band debba esserci un equilibrio tra tutti gli strumenti», ci spiega Davide Pezzin. «Certo, io suono il basso e quindi mi verrebbe naturale dire che è così: che il basso è lo strumento principale in un gruppo; però l’equilibrio tra gli strumenti è fondamentale. Me ne rendo conto soprattutto lavorando in studio, quando si compone e si lavora sugli arrangiamenti delle canzoni, facendo un lavoro “di fino”: basta che ci sia un solo strumento a non essere in linea con gli altri, e il gioco non funziona, il pezzo non trasmette ciò che dovrebbe trasmettere. È tutta una questione di equilibri».

Il Gallo, invece, ci regala un profilo storico dello strumento: «Il ruolo del basso ha una storia infinita, che affonda le sue radici nella musica classica e in particolare in quella di Beethoven, il primo vero “rockettaro”! È uno strumento che ha attraversato diverse fasi: negli anni ’50 non era minimamente considerato, mentre poi ha cominciato progressivamente a riaffermarsi, fino a conquistare il ruolo che ha ora. Il basso è quello strumento che, se manca, “lo senti”, perché la musica è “zoppa”. Il suo ruolo consiste nel gestire lo spazio tra le percussioni e i solisti, farlo con capacità e valore, amalgamando il suono. È un gran bel compito ed è proprio per questo che amo il mio strumento: perché è utile agli altri ma, allo stesso tempo, protagonista».

Gli fa eco Saturnino: «Come ho detto nella mia autobiografia Testa di basso, Aston Barrett, bassista dei Wailers, il gruppo di Bob Marley, diceva che la batteria è il cuore e il basso è la spina dorsale: lo strumento che “tiene in piedi” il suono. Ed è vero: perché i bassisti, storicamente, sono sempre state persone che aggregano, predisposte al dialogo, e questo in tutti i gruppi. Io ho meravigliose amicizie con colleghi bassisti, italiani e stranieri, cosa che è invece più complessa con altri musicisti. E questo l’ho notato fin dai primi momenti in cui sono entrato in questo ambiente: tra bassisti si crea subito una bella complicità».

Ma la vita del bassista non è certo tutta rosa e fiori: «Molti non sanno neanche che suono abbia il basso, e per me questa è una grande delusione», ci confida il Gallo. «Ma il basso è quello strumento che fa “pum pum pum”?, mi chiedono. Diventare bassisti professionisti ora è molto difficile perché, oltre a fare il compito che “hai da fa’”, bisogna essere protagonisti, come dicevo prima, e andare a tempo, persino più dei batteristi! Ed è per questo che i bassisti che valgono hanno iniziato quasi tutti con la batteria, come lo stesso Jaco Pastorius. “Capire” subito il tempo è fondamentale, perché la musica si fa andando a tempo: il chitarrista può fare anche un assolo bellissimo, ma il basso, se sgarra, rovina il concerto».

Un inizio come batterista condiviso dal Gallo stesso: «Quando avevo 8 anni, suonavo la batteria nell’orchestra di mio padre. Ma spostarla era sempre una fatica enorme, con tutti i pezzi di cui si compone: due tom, timpano, cassa, poggia piatti… Quindi, quando avevo 12-13 anni, ho detto a mio padre che mi sarei iscritto al Conservatorio per studiare il contrabbasso, così da portarmi dietro un solo strumento, senza caricare la macchina di tamburi. Ecco perché ho cambiato: per far meno fatica!».

Storie diverse, invece, quella di Saturnino, ex violinista, e Davide Pezzin, ex pianista, che ci racconta: «Quando ero piccolo, mio fratello aveva una band con cui suonava funky-fusion. Un giorno, avrò avuto 9-10 anni, sentii il loro bassista fare due colpi di slap. Ebbi una folgorazione e dissi: “Voglio assolutamente riprodurre quel suono, perché mi fa impazzire!”. Il problema è che all’epoca studiavo il pianoforte e quindi, quando sono tornato a casa e ho detto a mia madre di volere un basso elettrico, lei ovviamente mi ha detto di no, perché aveva già comprato il pianoforte e avrei dovuto suonare quello. Fortunamente mio fratello aveva ascoltato quella discussione e il giorno dopo si è presentato a casa con un basso, comprato da lui con i suoi soldi, e da lì è iniziato il mio percorso, per il quale non smetterò mai di ringraziarlo».

Infine, un’ultima battuta ce la concede Saturnino, che riprende il discorso iniziale: «È tutta una questione di frequenze: quelle del basso, contrariamente a quelle degli altri strumenti, vengono percepite prima dallo stomaco e poi dalle orecchie, quindi il bassista è più naturalmente predisposto a livello emotivo e a reazioni spontanee e oneste. E poi il basso è uno strumento super sexy!».

di Laura Berlinghieri e Mattia Luconi

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