Le Mura, un gruppo con tanta gavetta e tanto rock

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Per la nostra nuova sezione (Absolute) Beginners abbiamo scelto questa volta di parlarvi di una band romana, che fonda le sue radici nel rock più puro, quello che “non va più di moda”. Hanno pubblicato il loro primo disco, Sat Nam, lo scorso mese di febbraio dopo una lunga gavetta fatta di serate e locali. Una band che ha deciso di evitare percorsi che ormai sembrano meta obbligata come i talent, di cui il cantante dice che «gli sembrerebbe nuotare sul cemento». Un lavoro che racchiude tutto ciò che la band ha prodotto e vissuto negli ultimi tre anni e che abbiamo deciso di farci raccontare direttamente dal loro cantante e autore, Andrea Impieri.

Ascoltando il vostro disco emergono delle sonorità molto inusuali rispetto al panorama mainstream attuale italiano. Cosa o chi vi ispira?
Musicalmente l’influenza è quella del primo punk/rock and roll, Iggy Pop della prima maniera, insomma quel mondo lì, ovviamente riportato a noi. Per i testi ovviamente le infleunze sono state varie. All’inizio si cresce partendo da Buscaglione a Paolo Conte, De Andrè… Poi però tutte le influenze che hai devi prenderle e buttarle via, perché poi alla fine quando diventi più grande bisogna che trovi la tua, di personalità e di modo di comunicare. Quindi poi ad un certo punto le abbiamo tutte dimenticate. C’è un mix fra cantautorato e punk prima versione.

Le vostre non sono tematiche banali, soprattutto nel modo in cui vengono descritte. I testi sono interamente tuoi?
Sì, i testi li scrivo io, con un linguaggio parlato e il più possibile autentico, come parlerei con un amico o una ragazza, o come parlo con me stesso. La ricerca non è di riferimenti esteriori ma più interiori. Nel senso che quando mi dico la verità da solo, allora sento che il testo può servire anche a qualcun altro. Se racconto una storia che a me è piaciuta e mi ha fatto divertire,allora ha senso. La cosa principale per me è l’onestà intellettuale di un testo, nel senso che se tu mi parli d’amore come ne parleresti a tua nonna mi stai prendendo in giro, se invece mi parli d’amore come davvero ne paleresti a un amico, allora mi stai accogliendo in una canzone che mi può parlare, mi può dire qualcosa.

Il famoso meccanismo dell’immedesimazione da parte di chi ascolta.
Sì, è importante. I testi sono fatti principalmente di vita reale e discorsi reali che vengono da conversazioni, da un confronto con un amico immaginario o con sé stessi. Per esempio Tu non capisci niente Jack è un amico immaginario, in cui ho messo insieme un po’ di amici reali che ho e un po’ di me stesso, come se parlassi di me stesso. Amo scrivere testi, è la cosa principale per me.

Da dove nasce il titolo dell’album, Sat Nam? Chi l’ha scelto?
Lo abbiamo scelto insieme. Nel brano Che cazzo mi frega ad un certo punto si dice “Satnam Satnam” anche perché il brano stesso era un tentativo di ricreare un mantra yoga fatto in casa. Satnam di solito si usa per fare yoga di un certo tipo, ed è un mantra che ripetendolo fa parte della meditazione stessa. Io non sono Battiato ma per un periodo avevo provato e sono stato con un gruppo che faceva meditazione, di cui ho trovato una gran parte di psicopatici e una parte invece di cose serie e interessanti per la vita. Oltre la parte mistica è sicuramente un modo per rilassare il corpo in un momento storico in cui siamo bombardatissimi da tantissime cose, gruppi, film, pubblicità… distaccarsi è necessario. Quindi comunque sia era un po’ per ridere e un po’ per portare anche l’attenzione a questa cosa qui. Abbiamo fatto una scelta stilistica di disco totalmente non commerciale: con il rock in Italia si ci fa relativamente poco a livello lavorativo, però volevano essere sinceri al cento per cento. Siamo stati in sala per anni, abbiamo suonato questi pezzi in giro e volevamo chiudere il cerchio, senza aggiungere troppe cose esterne moderne di produzione fatte con il PC. La produzione è tutta suonata, anche se da un certo punto di vista è un modo arcaico, però era il modo che noi abbiamo sempre utilizzato.

Mi hai parlato di musica rock, che in Italia non ha molto spazio. Secondo te, in questo momento, c’è qualcuno che può soddisfare questa esigenza? C’è qualcuno che apprezzi?
In Italia ci sono Il teatro degli orrori, ad esempio, Il Management Del Dolore Post Operatorio e I giuda (che però cantano in inglese). Sulla scena internazionale anche ce ne sono, ma è una scena che sta diventando sempre più elettronica anche quella e tutto andrà verso quella strada. Ormai si è presa questa strada che è più comoda per vari motivi. La musica suonata al cento per cento sparirà sempre di più. Oppure ci sarà poi un ritorno.

C’è però il rischio che l’emozione vissuta durante un concerto vada a perdersi. 
Il rock ha molta umanità dentro, le dita che suonano. Oggi la mente umana e l’occidente stanno andando proprio nella direzione opposta, quella del robot. Stiamo sempre più cercando di assomigliare a dei robot, si pensa all’efficienza e al controllo, non è certo l’umanità ciò che sta a cuore, la priorità.

La musica che ami e porti avanti è molto chiara. Ma come hai iniziato a suonare?
Mi ricordo che stavo guardando suonare una band (mi sembra che fossero gli Iron Maiden) ero molto piccolo, avrò avuto 15 anni. Ho pensato che sarebbe stato bello, vedevo che rimorchiavano tantissimo (ride). Questo è il lavoro più bello del mondo, perché tu stai comunque dando tutto te stesso. Difficilmente hai un progetto musicale e te ne tiri fuori. Se metti i testi, se metti la musica, stai dando molto di te. Quindi insomma guardando quel video ho cominciato a suonare il basso, poi a mettere insieme le persone. Il discorso dei testi è arrivato dopo. Prima suonavo soltanto il basso.

Come definiresti la tua/vostra musica in tre aggettivi?
Direi volta, stravolta e rivolta (ride). Perché è una musica che vuole in qualche modo comunicare, vuole parlare. Poi però viene stravolta dal rock o dal tipo di testo.

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Nata in Calabria, classe ’86. Un diploma di Liceo Scientifico che però mi ha portato ad una laurea in Lingue e Letterature straniere. La musica e la letteratura sono sempre state la colonna portante della mia vita in ogni loro sfumatura. Sognatrice ostinata ma realista al punto giusto.

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