L’urlo del Re Cremisi

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King Crimson
La copertina dell'LP "In The Court Of The Crimson King"

Alessandro Staiti

In The Court Of The Crimson King

Arcana, pgg. 192, € 16,50

A distanza di ben 35 anni dal suo primo libro Robert Fripp & King Crimson (Lato Side, 1982), Alessandro Staiti, certamente il più acuto “frippologo” d’Italia, torna a scrivere della band inglese che nel 1969 diede alla luce lo “sconcertante capolavoro” (la definizione è di Pete Townshend, leader degli Who) denominato In The Court Of The Crimson King. E proprio a quell’album imperdibile, di cui utilizza il medesimo titolo, dedica le piacevoli e molto interessanti 200 pagine del volume da poco edito da Arcana.
“Ho scelto la forma della monografia e mi sono soffermato solo su quello storico LP e su tutte le vicende che hanno portato alla sua realizzazione”, ci racconta durante la veloce chiacchierata. “Anzi parto da molto prima, dalle singole biografie dei cinque personaggi che si trovarono, per un magico incontro di progetto e destino, a formare la prima line up dei King Crimson. Non esisteva un libro in lingua italiana che raccontasse questa storia, così ho pensato di colmare il vuoto, riportando fedelmente tutte le fonti e soprattutto facendo parlare gli stessi protagonisti e citando tutti gli aneddoti più significativi.”
Ne citiamo alcuni. Una “Schizoid Man” dedicata a Spiro Agnew, vicepresidente repubblicano di Richard Nixon, quello dello scandalo Watergate, che fu costretto a dimettersi per uno scandalo legato all’evasione fiscale. Il compianto Greg Lake che durante le lezioni di chitarra, costretto a rifare i pezzi di Paganini, veniva percosso con un righello quando si distraeva. O ancora come Al Stewart, quello di Year Of The Cat, sia stato un allievo del giovanissimo Fripp e abbia dichiarato “non ho mai adoperato in vita mia un accordo di quelli che mi insegnò”.
Sono immersi in un racconto avvincente sulla genesi di quel clamoroso disco di debutto, dalle vicende umane e artistiche dei cinque componenti originari all’esperienza sfortunata ma formativa di Giles, Giles & Fripp, dalla nascita dei King Crimson alla registrazione del disco, dalla folla oceanica di Hyde Park al tour americano che provocò lo scioglimento di quell’incredibile prima formazione dopo soli nove mesi. E poi arrivando alle esperienze personali dell’autore, a un’intervista esclusiva a Jakko Jakszyk – secondo chitarrista e cantate degli attuali King Crimson – e al racconto dell’ottava line up della band, che ripropone brani dal primo album, che non erano mai più stati suonati in concerto fin dal 1969.

Robert Fripp e Greg Lake in concerto nel 1969

“Non è certo un libro sui “massimi sistemi”, fin troppo frequenti quando si parla dei King Crimson”, continua Staiti. “La loro è una storia che mi ha affascinato e sono certo che chiunque la ripercorra non possa che esserne affascinato. Ho voluto raccontarla cercando di suscitare nel lettore la stessa passione, lo stesso interesse, le stesse sensazioni che ho provato io nello scriverla.”
Sicuramente fino a oggi non era mai stata pubblicata in Italia una monografia su ITCOTC completa e dettagliata come questa di Staiti, esperto giornalista che ha collaborato con le più diffuse testate musicali fin dai primi anni 80, alcune dirette anche da chi scrive, e oggi caporedattore delle pagine Musica e Sport della testata online MPNews.it.

La prima formazione dei King Crimson

Come sottolinea Nicola Leonzio in una delle due prefazioni a In The Court Of The Crimson King (l’altra è di Maurizio Baiata): “Staiti ribalta, prove alla mano, la noiosa vulgata secondo la quale i King Crimson sono sempre stati la semplice emanazione della preponderante personalità di Robert Fripp (cosa innegabile senz’altro, ma solo a partire dalla dissoluzione del binomio con Sinfield). Restituisce a Ian McDonald e Michael Giles il ruolo imprescindibile che essi recitarono in quella vicenda, in tutto eguagliabile, per calibro e risultati, a quello del chitarrista, sottolineando con forza che quel capolavoro nacque dalla coralità dei suoi creatori e interpreti.”
Un capitolo del libro è anche dedicato all’annosa questione: i King Crimson sono una band progressive… “Dipende sempre dal valore che diamo alle etichette”, conclude Staiti. “I “Re Cremisi” di ITCOTCK vengono comunemente considerati i fondatori del prog rock. In realtà quel disco segnò una forte discontinuità con la psichedelia e il blues revival, e le varie forme miste, popolari in Inghilterra verso la fine degli anni 60, e inaugurò una nuova era del rock non solo con l’uso da protagonista del mellotron, una tastiera a nastri molto particolare, ma anche con sonorità e stilemi del tutto originali, come quelli della chitarra elettrica di Fripp o del sax di McDonald. In altre parole i King Crimson decisero di non abbeverarsi più al pozzo della musica americana, ma di attingere alla musica colta europea, al jazz e al folk con tutte le sue suggestioni medievali.”

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente… Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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