Fabrizio Simoncioni: «Vi racconto il mio ritorno sul palco con i Litfiba»

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Foto: Andrea Giovannetti

Fabrizio Simoncioni, in arte Simoncia, dopo anni passati dall’altra parte della console, è tornato a suonare live, partecipando all’Eutòpia tour dei Litfiba (qui il nostro racconto del concerto di Padova).
A ben 14 anni di distanza dall’ultima volta (era il marzo 2004 con Ligabue), Piero e Ghigo lo hanno convinto a tornare di nuovo “on stage”. Noi lo abbiamo incontrato per fare due chiacchiere su questa nuova avventura musicale, con uno sguardo anche alla sua ormai trentennale carriera in campo musicale.

Torni sul palco dopo 15 anni dall’ultimo tour con Ligabue. Quali sono le sensazioni?
Oltre ad un grande orgoglio, perché sono sul palco con una band che è parte della storia del rock italiano, è anche un grosso onore.
In realtà durante la preparazione di questo spettacolo per ben due volte sono stato tentatissimo di rinunciare, perché a differenza dei tour con Luciano in cui la tastiera era una cosa abbastanza marginale e serviva più da legatura tra gli altri strumenti, qui è fondamentale. Prima di me c’erano Antonio Aiazzi e Federico Sagona, che hanno scritto ed eseguito parti di tastiera molto importanti, in più aggiungi la quantità di materiale che c’è in 40 anni di carriera dei Litfiba, e visto che era a tutti gli effetti un’impresa ciclopica ho veramente pensato di non farcela, ma Piero e Ghigo hanno insistito e alla fine ce l’ho fatta ed eccomi qua.
Inoltre sono legato a gran parte di quei dischi perché li ho registrati: Sogno ribelle, El diablo, Terremoto, Colpo di coda, Spirito. Però ovviamente una cosa è stare dietro la console e un’altra è stare sul palco insieme a loro: quando suono certi pezzi tipo Fata Morgana, che ho registrato, è una sensazione bellissima e mi si accappona la pelle. Quindi c’è una forte emozione, ma di quella buona: sono emozionato dalla bellezza di queste cose che sono passate per le mie mani in studio tanti anni fa e che ora suono dal vivo, ed è bellissimo.
Ovviamente all’inizio c’è stata un po’ di paura di non essere all’altezza di chi mi ha preceduto, invece alla fine ce l’ho fatta e sono orgoglioso di me stesso. E poi ho tanta voglia di suonare, mi è veramente salita la scimmia di suonare.
Ora che ho ricominciato non capisco come ho fatto a stare quasi 15 anni giù dal palcoscenico.

Come mai tutti questi anni lontano dai palchi e perchè hai scelto di tornare proprio ora?
Quando sono uscito dalla band di Ligabue, nel 2003, ho deciso di trasferirmi a vivere e a lavorare in Messico per quasi 8 anni, quindi più della metà di questo lasso di tempo l’ho passata fuori dall’Italia, dove ho continuato a fare dischi come ingegnere del suono, produttore, non come musicista.
L’assenza è stata una scelta di vita e professionale: volevo un po’ crescere, cambiare e mettermi in discussione, così come decidere di tornare 8 anni dopo per mettermi nuovamente in discussione e ricominciare da capo. Insomma, non mi rilasso mai. Una volta tornato in Italia ho messo su un paio di studi di registrazione, sono tornato nel mercato discografico italiano e poi è successa questa cosa: Piero e Ghigo mi hanno richiamato a lavorare con loro in studio per la realizzazione di Eutòpia, e dal niente mi hanno proposto di suonare con loro anche dal vivo, quindi nel mio cervello si è accesa una lampadina e ho detto di sì.

Foto: Andrea Giovannetti

Sul palco dei Litfiba oltre a Piero e Ghigo, con cui hai collaborato già in studio negli anni ‘80 e ‘90, c’è anche Ciccio Li Causi, che ha fatto parte dei Negrita dall’esordio fino al 2012. Com’è stare sul palco e suonare con persone che conosci da decenni?
Anche quella è un’emozione, perché ovviamente con Piero e Ghigo c’è un rapporto di stima reciproca e anche di amicizia, visto che comunque ho passato quasi un decennio della mia vita con loro, e in qualche modo sono loro che hanno fatto iniziare la mia carriera e che mi hanno “scoperto”. Frankie è stata una piacevole sorpresa perché con lui ho fatto tutti i primi album dei Negrita, e praticamente l’ho visto arrivare ad Arezzo: all’epoca lavoravo agli Al Capone studios, e si presentò questo ragazzino appena arrivato da Palermo, col basso sulle spalle, e disse “c’è mica lavoro per un bassista?”. Gli risposi che di solito i clienti che venivano a registrare in studio si portavano già tutti i musicisti, e quindi non avrei potuto aiutarlo. Poi mi ha fatto piacere rivederlo una volta entrato a far parte dei Negrita, e ora lo ritrovo sul palco coi Litfiba. Veramente meraviglioso, è troppo bello suonare con loro. La cosa che più caratterizza la mia presenza sul palcoscenico e che rappresenta il filo conduttore tra questa esperienza e quella con Ligabue tra il 1999 e il 2003 è il sorriso e il divertimento che si crea sul palco: non si suona per timbrare il cartellino o per soldi, ma solo perché ci si diverte.
Quindi quando mi vengono date queste opportunità in cui c’è lo spazio per divertirmi è fantastico ed è la cosa che fa la differenza, e credo che il pubblico lo noti, perché puoi essere bravo e suonare bene quanto vuoi, ma se sei freddo non trasmetti nulla, mentre se tu sei il primo a divertirti alla gente arriva questa sensazione ed è più coinvolta.

Cosa è cambiato nel modo di fare live in tutti questi anni?
Io non ho trovato grosse differenze dall’epoca ad oggi per quanto riguarda la postazione tastiere, se non un miglioramento tecnologico e un avanzamento per quello che riguarda ascolti sul palco: ad esempio io ho degli auricolari in-ear molto belli che mi sono fatto fare su misura, con calco dell’orecchio. Inoltre le console di mixaggio, sia del palco che in sala, sono digitali, quindi sono più semplici da gestire e possiamo essere molto più accurati brano per brano, e anziché cambiare i livelli dei volumi a mano come continuo a fare io in studio, ci sono delle automazioni per cui tu basta che inserisci il titolo della canzone e hai gli ascolti sul palco che possono cambiare anche completamente rispetto al brano precedente.
Per quanto mi riguarda l’altra sfida è che con Ligabue avevamo delle sequenze, come ormai si usa fare in tutti i concerti, mentre questo è un concerto interamente suonato, senza nessuna sequenza, e siamo solo 4 musicisti: batteria, basso, chitarra e tastiere, oltre ovviamente Piero alla voce. Quindi per quello che riguarda le tastiere c’è sempre da fare tantissimo e non c’è un momento in cui mi posso rilassare. È una bella sfida anche questa, è il modo di suonare “alla vecchia”, con l’intenzione di fare un concerto rock vero.

Hai deciso di celebrare il ritorno sul palcoscenico con ben due tatuaggi. Perché, e cosa significano?
Il tatuaggio principale è sul petto, ed è un cuore che io chiamo “il cuore pirata”, perché è in onore del tour e di tutta la carriera mia e dei Litfiba: c’è appunto questo cuore, che sembra quasi di vetro, con all’interno un teschio da pirata, e tutto intorno una corona di tastiera. Il secondo, che ho fatto a Milano, prende quasi tutto il braccio sinistro ed è più o meno sullo stesso tema. E’ un disegno steam punk, sullo stille della copertina di Eutòpia, era tanto che volevo farlo ed ho approfittato di questo tour per legarlo a questa esperienza: è un insieme di figure, tra cui un teschio messicano, una scala a chiocciola formata sempre da tastiere, e una serie di ingranaggi “bionici”, in cui si vede la pelle incastrata con gli ingranaggi stessi.

Qual è la cosa del tuo mestiere di cui vai più fiero?
Sicuramente mixare in studio, perché è un mio talento naturale. Io ho questa cosa che ad oggi non ho ancora capito come funzioni, ma per la quale io metto le mani sulla console, e come per magia suona tutto in pochissimo tempo. Tutte le volte smonto il mix e ricomincio, perché non credo sia possibile che sia così facile, ma ogni volta torno sempre lì. Quindi questo talento che ho nel “girare i pippoli”, come si dice dalle mie parti, è una cosa che mi rende molto orgoglioso e felice, perché mi viene in maniera completamente naturale, e soprattutto se io ti fotografo la mia situazione e poi provi tu a fare lo stesso mix non suona uguale, e questo è il bello delle console analogiche.

Hai dei sogni professionali che non hai ancora realizzato?
Ovviamente, come tutti, c’è sempre qualche sogno da realizzare, e nel mio caso è lavorare con artisti di caratura mondiale. Io ho lavorato e lavoro tutt’ora con artisti internazionali, però sono tutti di fama latinoamericana o italiana, anche se di alto livello, mentre non mi è ancora capitato di mettere le mani sul lavoro di un americano di quelli strafighi e spero che prima o poi accada.

C’è qualcosa della scena musicale attuale che trovi interessante?
Sì, qualcuno c’è. Ad esempio Motta e Il pan del Diavolo. Questi ultimi sono un duo siciliano prodotto da Piero Pelù, ho lavorato al loro disco, che secondo me è molto bello ed interessante, e apriranno alcuni dei nostri concerti in questo tour.

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Andrea Giovannetti
Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".