Il rock-blues del caravanserraglio Tamikrest

I “cuginetti” dei pluridecorati Tinariwen crescono velocemente. Lo dimostra il loro quinto album, dedicato alla capitale dei tuareg, distesa nel deserto del Mali nord-orientale.

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Caravanserraglio Tamikrest

Tamikrest
Kidal
(Glitterbeat)
Voto: 8

Nell’angolo nord-est del Mali, ai confini con l’Algeria e il Niger, in pieno Sahara occidentale, si trova la regione del Kidal, che porta il nome del suo capoluogo, città di poco più di 25mila abitanti per alcuni mesi nel 2012-13 capitale dell’Azawad. L’autoproclamatosi stato dei tuareg (non riconosciuto da nessuna nazione del consesso internazionale) venne dissolto dalle milizie islamiche, a loro volta sconfitte dai francesi, che riportarono al potere i governanti maliani.
Una manciata di abitazioni di sabbia essicata, ai margini di strade in terra battuta punteggiate da desolanti pali della luce, sotto i lividi colori di un cielo che riflette tutti i rigori del deserto, disegnano una terra poverissima, che vive di miseri scambi commerciali e di aiuti internazionali, ma ancora luogo di scontri tra il Movimento di Liberazione dell’Azawad, gli jihadisti, l’esercito maliano e gli “istruttori” francesi. In mezzo la forza di pace dell’ONU (oggi un contingente di poco più di 500 uomini, tra cui una ventina di italiani), presa di mira nel dicembre 2013 da un’auto-bomba, che uccise due militari senegalesi.
“La realtà locale e lo stato della sicurezza non ci permette di fare un concerto a Kidal oggi. Non che ci manchi la voglia, anzi la città rappresenta la nostra giovinezza, la sua gente è il nostro pubblico. Scriviamo canzoni e facciamo musica per loro.” Così dice il suonatore di djembe Aghaly Ag Mohamedine, spalla preziosa di Ousmane Ag Mossa, leader del gruppo tuareg maliano Tamikrest.
Il loro quinto album, da pochi giorni disponibile, porta il nome di quel territorio martoriato, di cui i musicisti sono originari e dove hanno concepito e preparato le canzoni. Che poi sono state registrate nella capitale Bamako. Ed è già un passo avanti, perché per Chatma del 2013, il loro precedente cd registrato in studio (autentico capolavoro, cui seguì nel 2015 Taksera, un ruvido e poderoso live), avevano dovuto emigrare a causa dell’ostilità dei musulmani di Al Qaïda.
“Noi viviamo le stesse difficoltà del nostro popolo, perché la nostra musica nasce da una causa vera e precisa, la causa dei tuareg”, dice Mossa. Che in “War Tila Eridaran” (una scandita ballata elettrica sul dovere di lottare) canta “Il mio amore è la mia terra, la mia ambizione è la libertà”. Sulla stessa linea le altre, dalla ribellistica “Tanakra” all’unitaria “Mawarniha Tartit”, dalla dubbiosa “Manhouy Inerizhan” alla straniante “Adoutat Salilagh”. Con un legame indissolubile con la lotta culturale e politica del popolo tuareg, ancora più dei giustamente celebrati conterranei Tinariwen.
Il loro stile è un “rock del deserto”, che sa coniugare momenti acustici (“Tanakra” e la conclusiva “Adad Osan Itibat”) e blues incandescente, ipnosi psichedelica e miraggio di speranze, fiammeggianti chitarre (ne è responsabile il francese Paul Salvagnac) e strumenti tradizionali (anche il mandolino dei berberi cabili), bagliori e sabbia, momenti più tradizionali (“Erres Hin Atouan”) e altri più funky o quasi reggae. Con testi spesso brevi e diretti nell’identitaria lingua tamashek a dettare un caravanserraglio pastorale, emozionante, fiero e luminoso.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.