L’alfabeto di Chiara Civello

Esce in questi giorni “Eclipse”, il nuovo cd – il suo sesto – di Chiara Civello, la deliziosa cantante romana da sempre in bilico tra pop raffinato e jazz elegante, tinte carioca e appeal francese.

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AUTRICE: «Ho iniziato grazie a Russ Titelman che ascoltò il mio primo demo, nel ‘98. e mi chiese di chi fosse Parole incerte. Chi ha scritto la musica? Chi le parole? Era tutto mio. Ha detto: ‘Bene, devi fare questo’».

BRASILE: «Per me è la sublimazione dei tre elementi della musica: armonia, melodia e ritmo».

CONTE E COLLIN: «Coesistenti. Con Nicola (produttore del precedente cd di Civello, Canzoni, n.d.r.) ero con un gruppo di musicisti eccezionali e degli arrangiamenti meravigliosi in un omaggio all’Italia. Marc ha prodotto Eclipse, pure un contributo originale all’Italia, perché è la prima volta che mi avvicino a degli artisti in maggioranza italiani. I brani sono otto, di cui cinque scritti da me con voci poetiche tra le più importanti di oggi. Sono fiera di aver fatto la loro conoscenza, anche se Cristina Donà non l’ho incontrata dal vivo: To Be Wild è la mia prima canzone epistolare. Collin rappresenta la mia apertura alla Francia, con un approccio molto visuale, cinematico al trattamento delle canzoni. È un altro passo rispetto a quanto ho fatto prima, una grande innovazione, un aggiungere alla canzone un altro senso, la vista, e ombre, controluce, chiaroscuri…»

DALIDA: «Stupenda, Parole parole, Alain Delon. Star anche in Italia, persona tormentata, con una grande voce. Quando sono andata a Parigi stavo a Montmarte e passavo davanti a quella che era stata la sua casa. Sono stata anche al cimitero a vedere la tomba di un altro mio idolo, lo scrittore Stendhal».

ECLIPSE: «Significa eclissi in francese, inglese, portoghese, spagnolo e in latino. Per me era fondamentale una parola che funzionasse in più lingue, perché l’idea di un titolo lungo ed esaustivo in italiano mi dispiaceva rispetto ai Paesi che frequento. Eclipse viene un po’ casualmente. Cantavo dal vivo già da tempo Eclisse twist, la canzone del regista Michelangelo Antonioni presente sul disco. E poi l’eclisse in sé rappresenta un incontro impossibile, che detta sensazioni senza essere reale, perché avviene attraverso l’allineamento di due forze opposte, la scura (Luna) e la chiara (Sole). Sono un po’ le due parti di un essere umano. Per me l’eclissi è un po’ accogliere da un verso l’ombra e il vuoto, dall’altro la luce e la pienezza. Rappresenta tutte le fasi di un’esistenza».

FRENCH TOUCH: «Perfetto!»

GUERRA E GLI ALTRI: «Ho iniziato collaborando con Burt Bacharach, non lo dimenticherò mai. Da quell’incontro ho capito che quando si scrive insieme bisogna consegnare qualcosa e poi arrendersi alla possibilità che venga totalmente stravolta o totalmente preservata. Il bello dell’incontro è il raggiungere una via di mezzo, dove tu ti senti comunque espresso. Per me le collaborazioni sono state fondamentali, quella con Juan Luis Guerra, con Rocco Papaleo, con Ana Carolina, adesso con Francesco Bianconi dei Baustelle, con Diego Mancino, con tutti».

INTERPRETE: «Sono nata come interprete, perché ho iniziato a cantare gli standard di Ellington, Porter, Mercer, Gershwin. La musica cui mi sono avvicinata era quella degli altri. È una parte di me che è venuta fuori nel mio precedente lavoro Canzoni, un tributo alle canzoni italiane dagli anni 60 a oggi. È una parte che mi piace moltissimo. E poi l’interprete che è anche autore, quando torna a interpretare, lo fa con un’altra attenzione».

JAZZ: «Il jazz rimane dentro di me, soprattutto dal vivo. Ma è molto presente anche in questo cd, negli assolo di sax ad esempio. Il jazz è libertà e io le libertà me le prendo. Sempre».

LUNA ALL’ULTIMO QUARTO (Last Quarter Moon del 2005 è il primo album di Chiara, n.d.r.): «Poi c’è la luna nuova, che è niente luna. Adesso siamo verso la luna piena. Abbiamo iniziato di nuovo il giro».

MINA: «Il confronto non c’è. È inarrivabile. Ho scelto Parole parole perché volevo cantare una canzone che fosse stata un successo sia in Italia che in Francia».

NEW YORK: «È sempre con me. In New York City Boy è incarnata da un ragazzo. Mi manca, ci vado meno di quanto vorrei. Mi ha dato tutto. Mi ha battezzato in modo privilegiato, perché scendevo di casa e nel baretto trovavo il chitarrista di Prince che si esibiva oppure Steve Gadd che era da un mio amico a suonare qualcosa. Un’enorme musicalità a cui sono stata esposta molto presto».

O.S.T. (ORIGINL SOUNDTRACK): «Di originali non ne ho ancora scritte, hanno solo utilizzato mie canzoni per sottolineare momenti. Ho avuto però un’esperienza stupenda quando Carlos Vergara, un artista visuale molto noto in Brasile, mi ha chiamato a commentare dal vivo una sua performance. Per me le colonne sonore, soprattutto quelle che ho interpretato in questo disco, sono state un momento molto prolifico per la musica italiana. Morricone, Piccioni, Umiliani, Micalizzi, Bacalov sono riusciti, attraverso un sincretismo eccezionale, a incorporare la bossa nova, il jazz, la classica, ed è esattamente ciò che a me piace. L’aprirsi al mondo e farlo proprio. In quell’epoca, sono riusciti a creare il sincretismo puro, senza pretese. C’era l’accogliere e il riprocessare, mettendo il tutto al servizio di un’immagine rappresentativa di un Paese. Abbiamo raggiunto in Italia dei picchi creativi enormi».

POP: «Il mio pop arriva e porta in sé dei miscugli, è un crossover. Va da Tony Bennett a Norah Jones, a un pop più ibrido. Internazional-popolare, non mi interessa il nazional-popolare, mi annoia».

RAFFINATEZZA: «Mi sembra un sostantivo che usano gli altri. Non ci penso».

SANREMO: «È un santo…».

TENCO: «Idolo assoluto. Ho voluto riprendere la sua parte colonna sonora, film, interprete, attore, una sua faccia meno ovvia, ma, se tu l’ascolti, canta Quello che conta come fosse sua. Quindi è vera l’affermazione che, quando una canzone ti sta bene, la puoi fare tua. È tua».

VERVE (la prestigiosa etichetta jazz che pubblicò il debutto di Chiara, n.d.r.): «È il mio inizio. E un mio connotato interiore: un sogno diventato realtà. A 16 anni andai al teatro Brancaccio ad ascoltare Shirley Horn. Mia madre mi lasciò uscire da sola soltanto perché abitavo lì di fronte. Ho sentito questo concerto con i tempi lenti delle ballad infinite di Horn, quasi un Antonioni in musica. Alla fine standing ovation e io avevo le lacrime. Mi dicevo vorrei arrivare là un giorno, perché mi colpiva questa forza. E quando Titelman mi ha portato alla Verve, la stessa label di Horn, non ci credevo. Ho capito che quel concerto era stato un po’ profetico».

ZODIACO: «Ci credo, sono dei Gemelli. Sono governata da Mercurio, l’eclissi, la Luna, il Sole, tutto convive. E tutto torna».

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.