Ti ricordi i Mother Love Bone (dalle cui ceneri nacquero i Pearl Jam)?

Valeria Sgarella, autrice di "Andy Wood. L’inventore del grunge", ci parla del ragazzo che, morendo giovane, di fatto "ha creato" il mito di Vedder & Co.

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Mother Love Bone
Foto di Karen Mason Blair

La panchina è cosparsa di resina e attorno a noi c’è un bel calduccio primaverile, ma anche un nugolo di fastidiosi moscerini. Adesso ci piacerebbe essere allo Showbox o all’Off Ramp, di fronte a due birre scure e con il suono modello-motosega dei Tad che ci arriva da qualche angolo buio. Ma ci va bene anche questo parchetto in periferia di Milano. Con un registratore in azione.

Lei è Valeria Sgarella e, come tutte le persone “agitate” di questa terra, nella vita ha fatto e fa un po’ di tutto (giornalista, autrice radiofonica, inviata ecc.) per dare un senso alla sua genuina passione musicale. “The disease”, come la chiamerebbe l’avvocato Federico Buffa, la “malattia” da cui non guarisci mai. Poi, nel giugno di tre anni fa, un concerto sold-out dei Pearl Jam allo stadio di San Siro cominciato dopo una sfigatissima partita della nostra Nazionale ai mondiali brasiliani (pure dalla Costarica uno come mister Prandelli se l’è beccate).

Valeria vi assiste entusiasta – non per la prima volta, tra l’altro – e tornata a casa comincia a scrivere di botto. Non di Vedder e soci, ma di quello che successe prima, all’incirca per un lungo decennio: fate pure tutti gli anni ’80. Quando Seattle non era ancora sulla mappa e il parto incestuoso Green River -Malfunkshun diede origine agli incompiuti Mother Love Bone. La band-bestemmia che voleva il successo mainstream in una città dove tutti suonavano per una cassa di alcool e un po’ di purezza.

Il gruppo di un certo Andy Wood (o Landrew The Lovechild, suo pseudonimo sul palco) che, come Roby Baggio ai Mondiali del ’94, si è fermato ad un passo dal cielo. Contratto ottenuto, disco pronto (e che disco elettrizzante fu Apple!), tour ai nastri di partenza e fiato puntato sul collo dei Guns N’Roses, i primi rivali di riferimento.

Solo che il 19 marzo del 1990 Wood muore per una dannata overdose d’eroina e getta un’intera comunità di fan e musicisti locali nel baratro. E la storia si riscrive, beffarda, generando in pratica l’adolescenza che nessun quarantenne di oggi rinnegherebbe mai. Nirvana, Pearl Jam, Temple Of The Dog, Soundgarden, Alice In Chains, Mudhoney, Screaming Trees: in parole povere il grunge. Il tanto mitizzato Seattle Sound.

Tutto questo preambolo per dirvi che Valeria ha scritto un libro su quei tempi magici intitolato Andy Wood. L’inventore del grunge. Un punto a capo prezioso. Un labour of love basato su fonti primarie (imprescindibili dietro una buona biografia-rock) e raccolte direttamente in America. Uno storytelling coinvolgente che vi invitiamo a leggere lasciandovi ispirare magari da quest’intervista con la sua autrice.

Non per vile mercimonio editoriale, ma perché – tra un arido tweet e un disco ascoltato distrattamente su Spotify – è giusto ogni tanto fermarsi, respirare e ricordare le “anime belle” che non sono più tra di noi (e Landrew, ovviamente, era tra queste). Quelle che, senza neppure lontanamente immaginarlo, ci hanno regalato sì grandi canzoni (e i Mother Love Bone ne avevano a bizzeffe), ma anche la materia più preziosa di tutte. L’amore? No, il futuro.

Valeria Sgarella con Toni Wood. Foto di Valeria Avesani

Partiamo con una domanda da poco: chi pensi che sia il tuo lettore di riferimento nel 2017?
Beh, sempre pronta ad essere smentita, ma credo che appartenga a tre categorie ben distinte: A) iscritto al Ten Club (il fan-club globale dei Pearl Jam in piedi fin dal 1990, Ndr); B) nostalgico anni ’90 in generale; C) nostalgico anni ’90 in particolare. Ovvero irreparabilmente flippato dal grunge(sorride).

E tutta questa gente corrisponde al tuo lettore ideale?
Non mi prendere per megalomane, ma questo è lo stesso problema che aveva un certo Kurt Cobain con la sua audience. Il tuo pubblico ideale, quello che hai nella tua testa, potrebbe non corrispondere al pubblico effettivo. Ma anche un riscontro imprevisto può regalarti sorprese. Magari ti capita di scoprire che il metallaro più oltranzista di questa Terra in realtà ha un debole per i Mother Love Bone. E ti viene pure a ringraziare per ciò che hai scritto….

A nuove generazioni di lettori come stiamo messi?
Ovviamente non mi dispiacerebbe che i ragazzini di oggi si avvicinassero alla figura di Andy Wood. In fondo noi alla loro età facevamo lo stesso con Jim Morrison o Ian Curtis: eravamo fan onnivori in quegli anni ‘90. E non avevamo neppure Internet come oracolo principale.

Sbaglio o i libri sulle rockstar defunte, emotivamente parlando, hanno preso il posto dei dischi rock/alternative che uscivano nel cuore degli anni ’80? Nel senso che c’è più attenzione/dedizione al pathos che contengono.
Dai feedback che ho ricevuto su Amazon e sui social, direi proprio di sì. Non perché il libro l’ho scritto io – per la carità! – ma per il racconto stesso che si ciba di aneddoti poco noti che risalgono fino all’infanzia di Andy. E lasciami aggiungere che questo è anche un libro allegro, cazzaro, in cui non traspare solo la pesantezza del vivere e del morire. Anche se so perfettamente che il fan vuole il nero quando si parla dei Mother Love Bone. E non l’arancione o il rosa.

Che idea ti sei fatta su Andy Wood avendoci “convissuto” per due anni? Era il classico artista bipolare sospeso tra ego-trip e depressione oppure uno che si godeva la vita da rocker e, sciaguratamente, è morto quasi per sbaglio?
Chiariamo una cosa: io non sono nessuno, né un medico né una psicologa, per azzardarmi a dire che fosse bipolare. Poi si può sempre filosofeggiare attorno alla sua figura che si basava su di una mentalità molto complessa. Un individuo, per fartela breve, che aveva un bisogno sconfinato di trovare conferme popolari associato al ragazzo capace di boicottarsi sempre e comunque. Una roba tipo: voglio quella cosa, ambisco al successo, ma allo stesso tempo desidero distruggere il suo processo di realizzazione.

Uno bello incasinato, insomma.
Già. E pure figlio di un leit motiv esistenziale che, in questo precarissimo terzo millennio, è ancora più diffuso: quanti si fermano a metà dell’opera oggi? E non dimentichiamoci la sua escalation nel mondo delle droghe: quando cominci a farti per gioco a dodici anni, poi a ventiquattro è una cavolo di roulette russa. O smetti oppure sei la persona più fortunata del mondo a rimanere vivo. D’altronde lo sosteneva lui stesso nella sua ultima intervista in assoluto: “Sono fortunato, a stare ancora qui.”. Poi è andata come tutti sappiamo… (sospira).

Mettiamo in azione le “sliding doors” e poniamo che Andy fosse sopravvissuto.
Oddio, so già dove vuoi arrivare….

Magari alla domanda da un miliardo di dollari. Avremmo ora dieci album dei Mother Love Bone in più e nessun cenno ad una band chiamata Pearl Jam (Vedder compreso)?
La fai facile tu… No, io elimino nettamente il “se” e ti dico che Andy non sarebbe comunque sopravvissuto.

Severissima.
Sai, quando morì il povero Keith Moon, uno come Bill Curbishley (il manager degli Who) disse ai media: “Mooney non era programmato per invecchiare dignitosamente”. Per Andy Wood, probabilmente, sarebbe andata uguale. Quindi il dubbio su Vedder e i nascenti Pearl Jam non si pone neanche. Una band doveva sparire, un’altra nascere.

Una band – i Pearl Jam – a cui è impossibile non volere bene. Siamo anche reduci dal loro ingresso nella prestigiosa Rock ‘n’ Roll Hall Of Fame.
Hai sentito che discorso eccezionale ha fatto David Letterman? Non è da tutti una introduzione del genere. E paradossalmente bisogna dire grazie a Vedder e company se oggi si parla di Andy Wood e dei Mother Love Bone. La band è nata per una tragedia altrui, ma loro quella tragedia l’hanno onorata nella maniera migliore possibile. Andy sarà sempre con i Pearl Jam.

A proposito di grunge-mania, sbaglio o nel libro manca la voce autorevole di Jerry Cantrell? Gli Alice In Chains hanno voluto un bene dell’anima ad Andy. Gli dedicarono il loro primo album “Facelift” (1990) uscito pochi mesi dopo la sua morte e pure le liriche di “Would?”…
Cantrell manca volontariamente perché avevo già una piramide di persone da sfoltire: gli ex Mother Love Bone in primis (Stone Gossard, Bruce Fairweather e Greg Gilmore), ma anche famigliari (sua mamma Toni, suo fratello Kevin), colleghi, giornalisti, archivisti, persone importanti o meno che hanno collaborato/interagito/vissuto/respirato la stessa aria di Andy. E poi, senza nulla togliere ad una band ‘sorella’ come gli Alice In Chains, la mia storia finisce nel 1991 quando il grunge esplode a livello mondiale sull’onda di ‘Nevermind’. Quel pezzo, ‘Would?’, è del 1992 e, se ragioniamo così, avrei dovuto parlare anche dei Candlebox! (ride) Nel senso che pure loro dedicarono un brano a Wood intitolato ‘Far behind’. Però, insomma, i Candlebox, dai….

So che stai lavorando ad un altro libro nel frattempo.
Next question! Si può passare alla domanda successiva? (ride).

Sarà emotivamente impegnativo come questo o nel prossimo si riderà di più? Nel senso che staremo leggendo di una persona ancora viva e vegeta…
Sei bravo a girarci attorno, vedo. (sorride) Mettiamola così: il mio nuovo libro, se sarò brava a scriverlo, sarà decisamente più umoristico. Anche se il sospiro sarà comunque inevitabile.

Ultima domanda: Eddie Vedder verrà in Italia col suo tour solista il 24 giugno a Firenze e con una doppietta (26 e 27 giugno) a Taormina. Mai pensato di coinvolgerlo in qualche “evento collaterale” legato al tuo libro?
Prima regola di cui tu, da bravo giornalista, sarai sicuramente al corrente: mai rompere le scatole ad un musicista in tournée con iniziative non legate al suo concerto. Anche se….

Anche se?
Io andrò a vedere Eddie a Berlino il primo giugno e non sia mai che non succeda qualcosa di bello in Germania. Al massimo mi fionderò direttamente a casa sua. A Seattle! (risate).

Valeria Sgarella presenterà prossimamente Andy Wood. L’inventore del grunge’(Area 51/Ledizioni, 2016) in un mini-tour del Sannio: venerdì 21 aprile al Godot Art Bistrot, Avellino; sabato 22 aprile a Il Bibliofilo, San Giorgio del Sannio, Benevento.

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Simone Sacco
Simone Sacco nasce nel 1975, l'anno di "Horses" di Patti Smith. Nella vita scrive abitualmente di musica, tattoo art, calcio, libri ecc. Deve tutto, nel bene o nel male, al 1991 e a "Nevermind" dei Nirvana.