Kandinskij esplora “le necessità dell’anima”

Fino al 9 luglio, il Mudec di Milano propone una rapida esposizione dedicata al maestro dell’astrattismo, scandendo le tappe del suo amore per la terra, per Mosca e per la spiritualità.

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Vasilij Kandinskij, Improvvisazione 34 (Oriente II), 1913

Russia, fine secolo XIX. Un giovane avviato verso una brillante carriera universitaria abbandona tutto per dedicarsi all’arte. L’attività pittorica e il gusto per i colori, relegati per un lungo periodo al tempo libero, diventano improvvisamente una necessità irrinunciabile, tale da portare Vasilij Vasil’eviç Kandinskij a lasciare una posizione sicura per le mille insidie e insicurezze di una vita all’insegna dell’arte.
Determinante un viaggio (non l’unico: in quegli anni si spostava in modo quasi febbrile) del 1889, quando la Società Imperiale delle Scienze Naturali, di Antropologia e di Etnografia invia lo studente 23enne per un mese nel governatorato di Vologda, “in qualità di etnografo e giurista”, a studiare le credenze
popolari e il diritto penale delle popolazioni rurali russe komi (in italiano chiamati “sirieni”).
Kandinskij provò in quelle grandi case contadine di legno dai tetti scolpiti “impressioni rare che mai più si rinnovarono. Mi insegnarono a commuovermi, a vivere in pittura. Ricordo ancora che, entrando per la prima volta nelle sale di un’isba, restai inchiodato di stupore davanti alle pitture sorprendenti che da ogni lato mi circondavano. Alle pareti, figure popolari: un eroe (il bogatyr’), una battaglia simbolicamente rappresentata, una canzone popolare illustrata…”

Vasilij Kandinskij, Il cavaliere (San Giorgio), 1914-15

A Milano, la mostra Kandinskij – Il cavaliere errante – In viaggio verso l’astrazione segue le tracce di questa prima “elaborazione” dell’immaginario visivo dell’artista, esibendo oggetti, suppellettili, tessuti, giocattoli, icone e immagini appartenenti alla quotidianità della vita contadina (un’ottantina di pezzi, molto in sintonia con il Museo delle Culture, il magnifico edificio firmato dall’architetto David Chipperfield che ospita la mostra), insieme ad alcune opere che a essa fanno riferimento. L’idea dei curatori è di far “comprendere l’origine del codice simbolico approntato dal pittore, il suo sviluppo e le sue articolazioni per dischiudere finalmente davanti agli occhi dei visitatori l’intero suo sistema pittorico, ossia la sua grammatica e la sua sintassi compositive”.
La seconda tappa del percorso che portò Kandinskij ad abbandonare progressivamente la rappresentazione figurativa del reale, evolvendo verso l’astrazione e le forme pure, è individuata (la prospettiva espressa dall’esposizione milanese è necessariamente stringata, dato che le opere, anche se per una parte significativa inedite, sono appena una quarantina, 23 gli olî) nel rapporto con la città di Mosca.

Vasilij Kandinskij, Destino (Cupole), 1909

Colto e di alta estrazione sociale, dopo aver declinato l’offerta della cattedra in diritto, studiò a Berlino e frequentò la Germania fino allo scoppio della guerra, partecipando attivamente al clima culturale dell’epoca. Nel nuovo contesto politico russo del dopoguerra, torna nella città della madre e assume diverse cariche pubbliche, potenziando la presenza di musei e di scuole sul territorio e l’accesso dei giovani al mondo dell’arte.
Scrive: “Mosca possiede caratteristiche contraddittorie che le sono proprie e che nel complesso formano un insieme perfettamente armonico. Mosca, nell’insieme della sua vita interiore ed esteriore, è stata il punto di partenza delle mie ispirazioni di pittore, è stata il mio diapason di pittore.” E proprio nella capitale inizia la sua corsa verso l’astrazione, con una serie di opere “centrifughe” (“Mosca e San Basilio”, “Mosca. Piazza Rossa”) che evolvono le percezioni spaziali esperite a Vologda, perché “ogni opera d’arte – come dirà in seguito – nasce come nasce il cosmo: attraverso catastrofi che dal fragore caotico degli strumenti formano una sintonia, che chiamiamo armonia delle sfere. La creazione di un’opera d’arte è la creazione di un mondo”.

Vasilij Kandinskij, Mosca. Piazza Rossa, 1916

Il breve tragitto milanese termina con il 1921, quando Kandinskij accoglie l’offerta di Walter Gropius di dirigere un laboratorio di pittura al Bauhaus, cui rimarrà legato per 11 anni, finché i nazisti lo chiudono definitivamente, obbligandolo a un ultimo trasferimento, verso i dintorni di Parigi, dove muore nel 1944. Interessante l’esperimento che propone di “entrare”, con l’ausilio del 3D multimediale, in alcuni quadri astratti del maestro, scomponendoli e sovrapponendoli in un rigoglioso vorticare di colori vivaci e sensazioni spirituali.
Non per nulla si intitola Dello spirituale nell’arte il suo saggio fondamentale e programmatico, dedicato all’amatissima la zia materna Elisabeth Ticheeva, che si prese cura di lui nell’infanzia e che ne alimentò l’amore per l’arte e la musica. Un libro di profezie laiche, in cui si confondono afflati sciamanici e filosofia dell’arte, dissertazioni metafisiche e segreti artigianali, con l’intento di annunciare l’aurora di un’arte nuova.

Vasilij Kandinskij, Composizione 217 (Ovale grigio), 1917

“È bello ciò che proviene da una necessità interiore dell’anima” è il motto di Kandinskij, e la forma deve esserne espressione, deve adattarsi a essa: chi ha qualcosa da dire non domina necessariamente la forma, ma la rende aderente a quel contenuto profondo. Un contenuto fatto di “improvvisazioni”, che esprimono momenti di processi interiori sorti all’improvviso e inconsciamente, di “composizioni”, legate a lente elaborazioni in cui entrano ragione, coscienza, intenzione, funzionalità, e anche di “impressioni”, dettate direttamente dalla natura esteriore a quella interna.
Con questi tre termini titola le sue tele dopo il “grande cambiamento”, ovvero l’approdo definitivo alla rinuncia totale della rappresentazione dell’oggetto in favore di una pittura inedita, contraddistinta dalla forza di un istinto cui contribuiscono le potenze liberatrici della natura, le ricerche sui colori e le geometrizzazioni di forme inventate ex-novo dall’intelletto.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.