Enrico Ruggeri: «Ero un bambino che amava i Beatles»

Sono iniziate le celebrazioni per i 50 anni del mitico Sgt. Pepper. Enrico Ruggeri ci racconta cosa ha significato per lui questo album, e cosa hanno significato i Beatles. I cui insegnamenti per un musicista sono molti, cominciando dal coraggio, dalla capacità di sperimentare, dal non fossilizzarsi sulla prima possibilità.

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Quando è uscito Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band io avevo dieci anni. I Beatles li conoscevo già, ma avevo di loro un’idea tutta mia: ero un bambino italiano che guardava il mondo, e tra le cose più interessanti del mondo c’erano i “complessi”, che incarnavano tutto quello che inconsapevolmente già cercavo. I complessi significavano per prima cosa Amicizia, trovare qualcuno che fosse come te e costruire con lui qualcosa di divertente. Significavano musica, una sensazione di piacere che cominciava a entrarmi nel sangue per non abbandonarmi mai più. I complessi beat erano anche la voglia di stupire gli adulti, la generazione che “aveva fatto la guerra”, che si scandalizzava per qualsiasi cosa, che non capiva, che non comprava dischi, che ascoltava la musica in televisione, Modugno e Claudio Villa, melodie, belle voci e niente che potesse destabilizzare. Cominciavo anche a notare che attorno ai musicisti c’erano tante ragazze: quando capii, qualche anno più tardi, cosa ci si poteva fare con le ragazze mi resi conto che suonare in una band sarebbe stato esaltante da molti punti di vista. I Beatles, quindi, erano ai miei occhi gli iniziatori di un movimento che mi riempiva di curiosità e di eccitazione.

Ma a dieci anni il mio universo musicale era rappresentato unicamente dall’accostamento 45 giri-mangiadischi: possedevo alcuni singoli dei Beatles, Michelle (il retro era Run for your life e non Girl, che compariva in un’altra edizione), Yellow submarine, Eleanor Rigby, ma non ero ancora attivo dal punto di vista degli album. Così Sgt. Pepper, complesso e articolato lavoro, senza singoli di richiamo, finì (momentaneamente) per sfuggirmi.

Arrivarono Come together, Lady Madonna, Let it be, e quando giunsi all’irresistibile approdo verso il long playing i Beatles si stavano sciogliendo. Passai anni a seguire il rock (Led Zeppelin, Deep Purple), mi innamorai del progressive, incantato da Genesis, Gentle Giant, Emerson, Lake & Palmer, King Crimson. E poi Bowie, Lou Reed, gli Sparks e i Roxy Music fino ad approdare alla sferzata che mi diede il punk. A quel punto, però, la musica, più che ascoltarla, amavo suonarla e soprattutto comporla. Ed è stato proprio questo salto personale che mi ha spinto negli anni Ottanta a tornare ad ascoltare quelli dai quali tutto è partito, i Fab Four, i quattro di Liverpool. Molte canzoni di Sgt. Pepper le avevo sentite qua e là, ma mettere sul piatto quell’album gustandomi quella straordinaria copertina, una delle più penalizzate dalla riduzione grafica Lp-Cd, fu completamente diverso.

Ho sempre pensato che gran parte del peso specifico di un album sia determinato dalla successione dei brani: in questo caso l’ordine è perfetto, non sarebbe immaginabile nessun cambiamento di posizione delle tracce, dall’incedere della “title track” a With a little help from my friends, poi il mistero di Lucy in the sky with diamonds, e via attraverso il quadretto della ragazzina che va via da casa, struggimento che prepara l’anima ai momenti di ironia (il signor Kite e l’attesa dei 64 anni) fino al ritorno al Sergente, finale che apre il cuore fino a riaprire il sipario per la vera e logica conclusione, A day in the life.

Gli insegnamenti dei Beatles per un musicista sono molti: il primo è il coraggio, la capacità di sperimentare, il non fossilizzarsi sulla prima possibilità. Non hanno avuto nessuna remora nell’utilizzare qualsiasi tipo di strumento, dagli archi alle trombe, dal sitar alle percussioni. La decisione di non suonare più dal vivo è stata per loro liberatoria e fondamentale, non si sono più dovuti lasciar condizionare dalla non eseguibilità delle loro canzoni. Tutto poteva essere usato e sperimentato, anche i nastri rallentati o fatti girare al contrario. Il secondo insegnamento è il profondo rispetto delle individualità: ognuno dei quattro ha uno spazio e una collocazione precisa (Ringo compreso), il suono Beatles è una combinazione che non sarebbe mai stata così irripetibile se fosse venuto a mancare anche un solo tassello del mosaico. Con uno sguardo al pubblico nella composizione e uno sguardo alla storia nella realizzazione. Tutto con una naturalezza e una libertà espressiva uniche: sembra che sui solchi compaia tutto quello che è loro venuto in mente, esplosione di pura fantasia. Ma la fantasia non raggiunge l’immortalità se non è sostenuta da un duro lavoro di ricerca, con l’attitudine a smontare il castello e ricostruirlo da capo. Certo, il periodo storico e le congiunzioni aumentano il senso di “irripetibilità” del progetto, ma rimane la lezione per tutte le generazioni di musicisti che sono venute e che verranno: l’arte è coraggio e rinnovamento. L’arte è simpatica e pericolosa, sa spiazzare e sa guardare avanti. Buon riascolto…

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