“Positively Bob”: l’omaggio di Willie Nile a Mr. Dylan

Annunciati la copertina e i titoli dei brani contenuti nel nuovo album del glorioso artista di Buffalo, per la prima volta in carriera impegnato a omaggiare un illustre collega. Il cd, 17ma pubblicazione ufficiale di Willie Nile, uscirà il 23 giugno e offre nove interpretazioni di altrettanti classiconi scritti dal neo premio Nobel, affettuoso e vigoroso tributo al musicista di Duluth con versioni ricche di personalità

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Willie Nile visto da Cristina Arrigoni

Il titolo è stato finalmente svelato: Positively Bob – Willie Nile sings Bob Dylan. E, insieme a esso, anche la copertina (dietro l’inconfondibile doppio scatto in bianco e nero si nasconde la firma dell’italianissima Cristina Arrigoni, autrice anche di tutte le foto contenute nel booklet) e, soprattutto, la setlist definitiva:

POSITIVELY BOB – WILLIE NILE SINGS BOB DYLAN
1. The Times Are A’ Changin’
2. Rainy Day Women #12 & 35
3. Blowin’ In The Wind
4. A Hard Rain’s A’ Gonna Fall
5. I Want You
6. Subterranean Homesick Blues
7. Love Minus Zero, No Limit
8. Every Grain Of Sand
9. You Ain’t Goin’ Nowhere

La copertina di Positively Bob – Willie Nile sings Bob Dylan

Positively Bob – Willie Nile sings Bob Dylan uscirà dunque il 23 giugno per la River House Records, lasciandosi alle spalle un breve tour acustico italiano (il 19 maggio a Bergamo, il 20 a Trieste, il 21 a Lugagnano, il “private concert” del 26 a Grosseto e chiusura il 27 a Montepulciano) nel corso del quale, rimasti in patria i fidati musicisti che lo accompagnano da tempo, Nile sarà ancora una volta accompagnato dalla chitarra del talentuoso bluesman lombardo Marco Limido.
Il piccolo-grande Willie, dunque, ritorna a un solo anno di distanza dall’ottimo World War Willie e, per la prima volta nell’arco della sua ormai quasi quarantennale carriera, si prende la briga di omaggiare apertamente un artista che, in un modo o nell’altro, ha condizionato la sua vita musicale e poetica. Prima, magari, solo come determinante e preziosa influenza; poi, invece, anche come lusinghiero accostamento da parte della critica specializzata che gli attribuì l’impegnativa etichetta di “nuovo Dylan”.

Eppure, Nile è sempre stato un rocker di quelli duri e puri: uno che arrivava direttamente dal CBGB e dal Max Kansas City, dove negli anni d’oro aveva diviso abitualmente il palco con “colleghi” del calibro di New York Dolls, Patti Smith, Television, Ramones e Talking Heads. Compagni di viaggio, questi, a lui affini più sotto l’aspetto puramente umano che sotto quello prettamente artistico e sonoro. Willie, cantautore e band leader, roccioso con la chitarra elettrica in mano e struggente ballader ai tasti bianchi e neri del pianoforte, aveva invece ben altre caratteristiche e missioni da portare a termine.
Tra meno di due mesi compirà 69 anni, ma sul palco e in sala d’incisione ne dimostra almeno una ventina in meno. Amatissimo da un irriducibile “zoccolo duro” di pubblico italiano, stimatissimo dalle grandi star del r’n’r mondiale (da Pete Townshend che non si è dimenticato di quel folletto che lui stesso aveva voluto per aprire le date americane degli Who nei primi anni Ottanta, fino all’amicone Springsteen che lo convoca spesso e volentieri in veste di “special guest”, quando si esibisce a casa sua tra MSG e East Rutherford; da Bono e Paul Simon, fino a Lou Reed e il regista Jim Jarmush, da Ringo Starr, Elvis Costello e Ian Hunter, fino a Tori Amos e Lucinda Williams), unisce straordinarie qualità umane fatte di generosità, impegno sociale, profondo senso della collaborazione e genuina comunicatività. Pregi da collocare quasi allo stesso livello di quelli prettamente compositivi, interpretativi e strumentali. E chissà, infatti, dove sarebbe oggi se, tra il 1981 e il 1991, non fosse stato costretto a uno stop addirittura decennale a causa di problemi legali con la casa discografica?

Willie Nile sul palco con Bruce Springsteen (foto di Cristina Arrigoni)

Dal 2013 Legacy Ambassador della Buddy Holly Educational Foundation di Leeds e da lustri una delle generose anime del Light of Day Benefit, il suo ormai classico One guitar è stato premiato nel 2013 quale “Best Social Song” dall’AIM Independent Music Award.

Ecco perché, tra i numerosi (e spesso tanto inutili quanto speculativi…) tributi, proprio questo merita particolare attenzione. Ci sono, infatti, omaggi e omaggi. Artisti credibili nel loro progetto e altri un po’ meno. Così, nell’ottica del “chi la fa, l’aspetti”, lo stesso Bob Dylan (reduce da tre album consecutivi da crooner tra riverenze personali Rat Pack style ai classiconi da big band, progetti poco capiti da un pubblico che vorrebbe in eterno le cover fotocopia di Like a rolling stone e Mr. Tambourine Man da canticchiare come jingle pubblictari) viene ancora una volta reinterpretato da un collega più che mai degno, a sua volta simbolo purissimo e unanimemente stimato della scena newyorkese. Un progetto nato nel maggio 2016 quando Nile aveva partecipato allo show andato in scena alla New York’s City Winery per celebrare il 75mo genetliaco dell’enigmatico uomo che aveva rivoluzionato (non solo…) il concetto di cantautore.

Così, questo folletto dal ciuffo garibaldino torna sul mercato con una personalissima e ispirata riverenza personale. E anche la sua versione full band di You Ain’t Goin’ Nowhere, già disponibile per un preascolto, parla chiarissimo in tal senso. Ogni volta, con lui, pare che non siano passati che pochi giorni dall’esordio eponimo del 1981 e dal bis dell’anno successivo (Golden down, tra gli ospiti anche Paul Shaffer) che avevano fatto gridare al miracolo la critica specializzata statunitense. Entusiasmo ripreso pari pari anche in occasione del “grande ritorno” del 1991 con Places I have never been (rinforzato dal contributo di ospiti eccellenti quali Richard Thompson, Loudon Wainwright III, Roger McGuinn ed elementi degli Hooters), seguito dall’esaltante Ep Hard times in America che, una volta per tutte, lo fece diventare un beniamino del pubblico europeo per un progressivo rientro nel mondo del “rock che conta”, fatto di estenuanti “never ending tour” (in questo sì, davvero, simile al premio Nobel di Duluth al in fatto di resistenza alle fatiche “on the road”).

L’inesauribile carica di energia pura e priva di mezzucci che Nile scaraventa, sera dopo sera, su ogni palco e con la stessa seria professionalità davanti a qualsiasi genere di pubblico, qui si fonde con assoluta perfezione al toni intimi e crudi messi in piazza con il coraggioso If I was a river (quasi solo voce e piano, utilizzando lo stesso Steinway che Willie stesso stava suonando proprio la notte in cui venne ucciso John Lennon…). Canzoni “vintage” ma interpretate con spirito coraggioso e inedita fantasia in grado di regalare loro nuovi orizzonti e nuovo fascino. Persino con un pizzico di irriverente sfacciataggine. Si favoleggia, infatti, di una Blowin’ in the wind accelerata come se fosse uscita da un set dei Ramones e di una The Times Are A’ Changin’, prima canzone del cd, privata della patina folk e trasformata in autentico inno rock con tanto in incursioni rockabilly (Subterranean Homesick Blues), trattamenti speciali in casa Basament Tapes (la già citata You Ain’t Goin’ Nowhere) e il freno a mano tirato per restituire nuove prospettive da ballatone alla più che mai attuali come A Hard Rain’s A’ Gonna Fall e Love Minus Zero, No Limit.

Willie Nile live (foto di Cristina Arrigoni)

«Questi brani aprirono al sottoscritto e a tanti giovani degli anni Sessanta fondamentali porte verso nuovi panorami – ha voluto premettere Willie Nile, direttamente dagli StatesFu una scoperta incredibilmente liberatoria che mi fece capire che non esistevano limiti o pareti invalicabili. Parliamo dello Shakespeare del rock’n’roll! E questi brani sono più che mai importanti, significativi e attuali nei mondo di oggi. Lo considero un atto d’amore personale che ho voluto interpretare portando energia positiva e pulsioni rock». Ovviamente, la scelta della setlist non è stata casuale: «Questi brani parlano anche di me, del mio mondo quando ero un giovane teenager negli anni Sessanta e di quello attuale, quello che sono diventato. Nessuno è riuscito a scrivere altri brani di questo livello: interessanti, divertenti, impegnati, mistici, appassionati, pieni di compassione, sarcasmo, ideali, realismo e surrealismo… – ha aggiunto, convintissimo – Difficile e imbarazzante scegliere nell’ambito di un songbook così vasto, rileggendolo con credibilità e rispetto. Così ho deciso di seguire cuore e istinto, pizzicando le corde della mia chitarra e lasciando uscire arrangiamenti dolcemente spontanei».

Ecco perché, pur avendo un altro album di canzoni inediti praticamente ultimato e un nuovo live pronto per essere immesso sul mercato, Willie ha voluto uscire con Positively Bob alle cui session hanno partecipato anche l’amico James Maddock, Aaron Comess (Spin Doctors) e, naturalmente, i fidati Matt Hogan e Johhny Pisano, coordinati in sala d’incisione dal produttore Stewart Lerman per impostare il lavoro nell’arco di due sole giornate.

Vogliate gradire!

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.