Bruce con gli amici di sempre sul palco ad Asbury Park

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Bruce Springsteen resta irrimediabilmente attaccato alle proprie radici e agli amici di sempre. Stadi continuamente sold out in tutto il mondo, milioni di copie vendute, delirio ad ogni sua apparizione in pubblico a qulalsiasi latitudine (basta andarsi a rivedere cosa è successo durante le presentazioni della sua autobiografia nelle librerie) non cambiano le sue abitudini. L’ultima conferma è arrivata nello scorso weekend quando si è presentato a due appuntamenti che hanno movimentato non poco l’intero Jersey Shore. Due appuntamenti, soprattutto, dove tutti avevano intuito che sarebbe arrivato. Venerdi (21 aprile) in occasione della prima mondiale del documentario di Thomas Jones “Just before the dawn Riot Redemption Rock’n’Roll”, nell’ambito dell’Asbury Park Music and Film Festival svoltasi al Paramount Theater, Bruce è salito sul palco dell’House of independents, altro club che si trova in Cookman Avenue dove un tempo sorgeva l’Upstage, insieme a Little Steven, Southside Johnny Lyon, Vini Lopez, David Sancious, Ernest Carter, tutti musicisti che hanno fatto la storia dell’Upstage, ovvero il club dove anche Bruce ha cominciato a suonare prima ancora che iniziasse la sua carriera. L’Upstage – rimasto aperto dal 1968 al 1971 – era il locale dove suonava gente come Danny Federici, Garry W. Tallent e moltissimi altri che hanno dato vita a quello che ancora oggi viene riconosciuto come il sound di Asbury Park. Ma è stato proprio Steve Van Zandt a dare la migliore definizione dell’Upstage ne corso della serata: “L’Upstage era la nostra univeristà e Little Richard, Bo Diddley e quest’altro tipo qua erano i nostri insegnanti…“, a quel punto ha imbracciato la chitarra e ha attaccato una versione travolgente di “Bye bye Johnny” di Chuck Berry, con Bruce a cantare l’ultima strofa. Sul palco anche Southside Johnny per una reunion a tre che mancava da tempo. E poi altri pezzi storici come “Up on Cripple Creek”, “Something you got” “Blues is my business”, “Got my mojo working”, “Lucille”, “The Fever”,  “The ballad of Jesse James”, un pezzo che Bruce aveva scritto nel 1971 quando aveva la Bruce Springsteen Band. La cosa che ha sorpreso lo stesso Bruce è stata che Vini Lopez, chiamato ad esibirsi con lui sul palco, ricordava ogni singola parola del testo! Gran finale con tutti i partecipanti in una medley spettacolare con “Stand by me”, “I don’t wanna go home”, “Johnny B. Goode” e “Roll over Beethoven”.

E questo solo per la prima serata… Sì perché Steve Van Zandt (e Bruce con lui) si è esibito anche la sera dopo (sabato), questa volta al Paramount Theater e con la sua band (The Disciples of soul), in un concerto che prelude al tour estivo per presentare il suo nuovo album (Soulfire) che lo porterà anche in Italia, il 4 luglio a Pistoia. Lo stesso Steven al bis, è andato a prendere Bruce nel backstage, suonando con lui “It’s been a long time”, canzone che racconta la storia di Steve, Bruce e Southside Johnny e della loro gioventù bruciata tra bar, spiagge, strade e corse ad Asbury Park. Un brano emozionante e commovente che ha fatto versare più di una lacrima in sala. E poi – anche in questo caso – gran finale con “Bye bye Johnny”, segno di un’amicizia, e di una storia, che non finirà mai. Le due serate sono state entrambe filmate, la prima per un programma televisivo dal titolo “Front & Center”, la seconda per il Bruce Springsteen Archives and Center for American Music della Monmouth University di Long Branch, di cui abbiamo già parlato in queste colonne e di cui torneremo presto a parlare.

Tornando invece al documentario che ha dato il la a questo articolo, vale la pena sottolineare che è una finestra spalancata sulla Asbury Park degli anni 70 e sui disordini razziali che scoppiarono in quegli anni e di cui lo stesso Bruce parlò in “My hometown”. Fu solo la musica a salvare la città – e la popolazione – da conseguenze ancora più disastrose e questo documentario lo testimonia come meglio non potrebbe. La musica fa sempre la differenza ed è una cosa questa, di cui i potenti dovrebbero ricordarsi un po’ di più, e un po’ più spesso.

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Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.