Bruno Santori l’abbiamo visto per anni sul palco del Teatro Ariston di Sanremo a dirigere l’orchestra per i vari cantanti che si esibivano. Tranne a fianco di Arisa e Lino Patruno in Ma l’amore no, nel 2010, quando Antonella Clerici lo presentò e lui non uscì in scena. «Perché non era previsto, era solo un duetto. Dietro le quinte mi saranno arrivate cinquemila telefonate, anche mia madre, preoccupatissima. Persino Pippo Baudo. Solo che io non dovevo esserci». Oppure con i Nomadi in Dove si va nel 2006, quando Panariello gli chiese in diretta se fosse andato in bagno. «Ero caduto in terra, inciampando in una fioriera. Il direttore di scena non mi aveva detto di prepararmi, ho sentito per caso il mio nome, preso le bacchette al volo e… sono arrivato al podio strisciando».

Il pianista e direttore d’orchestra di Trezzo sull’Adda ha un curriculum lungo quanto un tomo da enciclopedia, che parte, quando non aveva ancora 10 anni, con i Raminghetti, una band di bambini di un certo successo. E continua con il Daniel Sentacruz Ensemble di Soleado (30 milioni di copie vendute nel mondo) e della sua Un sospiro (anch’essa milionaria, anche grazie a Mike Bongiorno e alla pubblicità della grappa), lasciati per conseguire il diploma di pianoforte in conservatorio e l’inizio di una promettente carriera da concertista. «Mi è venuta un’infiammazione al nervo mediano mentre stavo preparando la partecipazione al concorso Busoni e ho dovuto lasciare. L’incontro con il grande didatta Franco Ferrara, di cui sono stati allievi Muti, Davis e Chailly, mi ha fatto passare alla direzione. Alla sua morte ho fondato l’orchestra che porta il nome del maestro, e ho iniziato a dirigere in mezzo mondo, da Budapest a Tokyo, con numerosissime formazioni. Poi ho ripreso a fare la musica pop, ho aperto l’etichetta e gli studi DB One Music, dove abbiamo prodotto grandi artisti italiani, da Silvestri al Faletti di Signor tenente, oltre a grandi della scena dance internazionale. Infine sono andato a dirigere l’Orchestra Sinfonica di Sanremo».

… e il jazz?
Il jazz non volevo farlo, proprio perché mi sarei preso un sacco di critiche. Già fa la classica, già fa il pop, adesso si butta nel jazz. Ma il jazz io lo faccio da sempre, perché, quando nel ‘68 suonavo nei Daniel Sentacruz, dopo i concerti andavo al Capolinea, il locale di punta del jazz milanese. Avevo 15 anni, suonavo con Rusca, Basso, Cerri e facevo le jam session con gli ospiti internazionali. Da sempre sono un jazzista, così, quando ho lasciato la Sinfonica di Sanremo, tre anni fa, mi sono detto: “Voglio fare la musica che mi piace di più in assoluto, voglio suonare il jazz”. E mi sono mostrato come tale. Ma a 57 anni chi ti dà credito come jazzista? Allora, dopo vari concerti, mi sono proposto di portare il jazz sul mio cammino. Quello che la gente conosce più di me sono le mie partecipazioni multiple e serrate al festival, perciò mi è venuta questa malsana idea di fare del jazz approfittando delle canzoni sanremesi.

Il disco si intitola Jazz&remo il festival, con un gioco di parole che funziona poco, e raccoglie 11 degli evergreen proposti nelle varie edizioni della manifestazione. Protagonista un trio jazz, con Santori al piano e la raffinata coppia ritmica Crespiatico/Bertoli, con l’aggiunta di una voce tipicamente pop, quella della semiesordiente Giulia Pugliese, scoperta nella squadra di Facchinetti a The Voice. Un connubio che non manca di avere momenti stridenti e attimi di eccessiva discorsività, troppo condiscendente con le strutture conosciutissime di brani come Vacanze romane oppure Quello che le donne non dicono o ancora la stessa Volare. Ma un disco che unisce due sponde che troppo spesso si dimenticano e che è la perfetta introduzione di un progetto jazz-pop che promette di evolvere in maniera propositiva e sfiziosa, se Santori vorrà rischiare di più, sfruttando le sue doti indiscusse.

Com’è avvenuta la scelta dei brani?
Ho scelto quelli che sono riuscito a far diventare più jazz possibile, con i miei limiti, perché credo si possa jazzare qualsiasi cosa. Le canzoni che mi hanno ispirato di più armonicamente e strutturalmente per quanto riguarda la parte ritmica, per il loro jazz mood. Ad esempio mi ha stupito moltissimo, perché non pensavo di poterla armonizzare così sul jazz, Adesso tu di Ramazzotti. Si partiva proprio da lontano, era una sfida. Però si va anche a fortuna: suoni su un brano per dieci giorni e non succede niente, poi magari l’undicesimo si apre qualcosa. Non abbiamo voluto essere del tutto jazz, perché non abbiamo un pubblico. Però sono convinto che dobbiamo un po’ imparare a essere più pop nel jazz. La cosa assurda è che in Italia ci sono quasi più parrucconi nel jazz che nella classica. È incredibile per una musica che dovrebbe essere l’espressione della libertà totale.

Hanno fatto dischi di jazz con le loro canzoni anche Mia Martini e Roberto Vecchioni…
Tutti quanti dovrebbero fare un disco di jazz, almeno una volta nella vita. È una palestra con cui ci si deve confrontare. Un artista pop che non conosce il jazz corre con una gamba sola. Il jazz è la nostra musica classica. Quando Bach eseguiva la Toccata e fuga sicuramente improvvisava come i jazzisti. Di lui è rimasto quello che ha scritto: quello che suonava non lo conosciamo. I jazzisti consegnano dei dischi che rimarranno codificati, ma non fanno solo quello. Io non posso immaginare che Mozart suonasse solo quello che è arrivato a noi. O Liszt o quel pazzo di Paganini, chissà cosa suonavano. Dove c’è il solista, le cadenze erano improvvisazione: oggi sono tutte scritte, nessuno ne propone una sua. Anche nella classica oggi c’è una cristallizzazione che andrebbe rivista. La vera classica contemporanea è il jazz.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente… Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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