Valentina Lodovini: «Solo la conoscenza ci può salvare»

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Valentina Lodovini
Foto di Claudia Sanguineti

Il tramonto, a due passi dal mare, in un luogo incantevole come la Baia del Silenzio di Sestri Levante. La prima edizione del Riviera International Film Festival si è appena conclusa. Il premio per il miglior film è andato al colombiano El abrazo de la serpiente di Ciro Guerra (per l’elenco di tutti i riconoscimenti cliccate qui). In giuria la discussione è stata lunga. Al termine di una giornata infinita Valentina Lodovini, che di quella giuria faceva parte insieme a David Franzoni, Gianni Quaranta, Marton Csokas e Marta Perego, si concede alle foto di rito con i fan, poi si siede su un muretto e, mentre tutto intorno si discute del verdetto e di quattro giorni volati via, inizia a parlare: del festival, ma anche di sé, del futuro e, soprattutto, del suo sconfinato amore per il cinema.

Riviera International Film Festival
Foto di Claudia Sanguineti

Il Riviera International Film Festival, alla sua prima edizione, era una scommessa. Che opinione ti sei fatta di questo evento?
La selezione era speciale, preziosa, perché partiva da un presupposto: registi con non più di 35 anni. I giovani sono il futuro. I dieci film in concorso mi hanno sorpreso – ovviamente non tutti, ma questo è naturale – perché erano interessanti, avevano delle cose potenti da dire, un’urgenza, delle necessità e degli argomenti importanti. Sono film che parlano di tradizioni, perdite, etnie, minoranze etniche. Questo l’ho trovato magnifico, perché tutto nasce da ragazzi giovani. Come spettatrice questa cosa mi ha reso orgogliosa.

Un’altra particolarità di questo festival era la presenza, su dieci film in concorso, di quattro girati da donne.
Vero. Ed inoltre, almeno sei o sette film, avevano come motore, o punto di vista della storia, una donna. E’ una tendenza degli ultimi anni, c’è anche con i blockbuster movie, penso ad esempio all’ultimo Star Wars, che aveva una ragazza come protagonista. E’ una bella tendenza ed è un peccato che ci sorprendiamo, perché finché faremo la distinzione non cambierà mai nulla. Spero che anche il cinema italiano sia contagiato da questa novità. I due film italiani in concorso erano belli, ma avevano protagonisti maschi, ad esempio.

Hai mai pensato di passare dall’altra parte della macchina da presa e dedicarti alla regia?
No. Credo di avere la mente molto aperta, ma sono anche categorica in alcune cose. Sono molto per la definizione dei ruoli: l’attore fa l’attore, il regista fa il regista. Probabilmente è un limite, magari un giorno cambierò idea, nella vita non si può mai sapere. Però, secondo me, l’attore deve fare l’attore. Punto.

Valentina Lodovini
Foto di Claudia Sanguineti

Tu hai voluto vedere tutti i dieci film del concorso in sala, nonostante i tempi ridotti del festival. Perché questa scelta?
Perché amo il cinema. Ho un’etica nei confronti del mio mestiere molto alta. Sono cresciuta a pane e cinema, lo amo e lo rispetto profondamente. Non so le sale cinematografiche che destino avranno. E’ un momento molto delicato, rischia di finire un’era se scompaiono. La spina dorsale di un film è la sceneggiatura, ma ciò che può tenere dritta questa spina dorsale è poi la sala cinematografica. Vedere un film con altre modalità significa perdere un mucchio di cose. Capisco la contemporaneità, le esigenze, capisco anche che il cinema può rappresentare un costo. Però ogni cosa ha il suo linguaggio. Si possono ingannare gli occhi, ma non si può ingannare il cuore. Penso ad esempio al film che ha vinto il festival: facilmente il cuore viene ingannato se non lo vedi al cinema.

In carriera hai girato alcuni film, penso a Fortapàsc di Marco Risi o a La verità sta in cielo di Roberto Faenza, che potremmo definire di “impegno civile”. C’è spazio ancora per questo cinema in Italia?
Credo proprio di sì. Io amo il cinema in ogni sua forma, sia da spettatrice che da attrice. Io distinguo solo i bei progetti dai brutti progetti. Vedo di tutto e sono felice perché questa nuova ondata di giovani registi sta riportando il genere in Italia. Mancava dagli anni sessanta, mi fa molto piacere. Detto questo, se proprio devo fare una classifica, il cinema cosiddetto civile ha su di me un fascino particolare. Dico sempre che il cinema mi ha formato. Devo ad esempio la mia coscienza civica a Rosi, perché è lui che me l’ha insegnata. Credo che la conoscenza ci salverà, è l’unica cosa che ci può rendere liberi. Attraverso il nostro mestiere non si può cambiare il mondo, ma farlo conoscere. E’ importante coltivare la memoria e analizzare il passato per comprendere il presente, magari per un’evoluzione del futuro. La mia natura è questa, sono una che partecipa. In questo periodo storico si sta perdendo la conoscenza e questo a me spaventa tantissimo. Nel mio mondo, ad esempio, si rischia di non sapere più chi è Sophia Loren o Anna Magnani, Petri, Germi o Fellini. Questo non può o non deve accadere. E’ importante la radice.

Valentina Lodovini
Foto di Claudia Sanguineti

Dai film di impegno civile sei passata all’enorme successo di un film come Benvenuti al sud, grazie al quale hai anche vinto un David di Donatello. Cosa ti ha lasciato quel film?
E’ un film al quale sono grata, è stato un film magico. Io sono una privilegiata, ho un curriculum da proteggere. L’amore che c’è nei confronti di quel film è un qualcosa per cui io mi sento benedetta. Io non vivo senza pubblico e quando il pubblico si innamora, quando c’è un’attenzione di quel genere, bisogna sentirsi grati. La responsabilità nei confronti del pubblico è una cosa che sento da sempre.

Ora in quale progetto sei impegnata?
Sono sul set di una nuova serie televisiva di sei puntate per Rai Uno, diretta da Marco Risi. E’ la terza volta che lavoro con lui, la serie si chiama L’Aquila ed è ambientata nel capoluogo dell’Abruzzo due anni dopo il terremoto.

Torniamo al Festival di Sestri Levante. Prima che iniziasse il suo ideatore Stefano Gallini Durante, in un’intervista a Spettakolo, aveva dichiarato che alla fine dell’evento sarebbe stato felice se gli ospiti gli avessero chiesto di tornare anche il prossimo anno. Glielo chiederai?
Non lo so, ci devo pensare… (ride, ndr). Scherzo, ovviamente sì! Sono un amante del nostro Paese, lo amo tutto, alla follia. La bella Italia. Sestri Levante è un angolo da cartolina. Io ero al festival per un motivo ben preciso, ho visto anche tre o quattro proiezioni al giorno, alcuni di film che avevo già visto, e sono rimasta molto soddisfatta. Abbinare il cinema a questi panorami splendidi ed agli incontri con esperienze e sensibilità diverse è quello che rende ricco un festival internazionale. Il prossimo anno quindi ritornerò sicuramente.

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Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran e il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 curo il blog Atuttovasco.

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