Uscendo da Punta della Dogana, dopo aver visitato la prima parte della mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable, mi è venuta in mente la più feroce e definitiva stroncatura che abbia mai letto. La rivista francese “Rock & Folk”, prestigioso magazine dedicato ai suoni dell’universo rock e dintorni tuttora in edicola, recensisce gli album dedicando loro una colonna di un migliaio di parole. Quella di Nude, sesto lavoro della band new wave Dead or Alive del compianto Pete Burns, all’epoca (siamo nel 1989) famosa nel mondo, era di una sola parola, seguita dallo spazio bianco: “Dead!”
Pensavo all’icastica potenza di quell’unica parola seguita dal nulla, per cercarne una altrettanto adeguata a ciò che avevo appena visto. Ovviamente per contrappasso, all’opposto. Cercavo una parola, una frase, che definisse immediatamente e in toto le le meraviglie appena ammirate. Cui avremmo fatto seguire una serie di immagini, più esplicative di qualunque commento. “Genialità allo stato puro”. “La lezione dell’arte secondo Hirst”. “Nulla è più prezioso”.

Demone con tazza

Poi sono stato a Palazzo Grassi a vedere la seconda parte della rassegna. Ho capito che era stato sciocco pensare di racchiudere in poche (così come lo è tentare di farlo in tante) parole l’intelligenza, l’articolazione di discorso, la ricchezza di idee e di contenuti, il semplice e immediato effetto visivo, e quant’altro di un evento-capolavoro che va assolutamente ammirato sul posto. Anche per la bellezza delle location in cui è allestito.

Testa di unicorno

Damien Hirst, nato a Bristol, nel sud dell’Inghilterra, 52 anni fa, si conferma uno dei massimi artisti viventi. E la sua mostra, che si presenta come “apertura” e insieme culmine dell’imminente Biennale veneziana di Arte contemporanea, è una cornucopia di effetti magici per gli occhi e per la mente. Non solo, è un’antologia di richiami e di rimandi a tutta la storia dell’arte, a partire dalla preistoria per finire con la pop art e il fumetto, senza sensi di colpa o complessi di inferiorità, evidenziando come il concetto di classico sia in continuo movimento. Un concetto di prospettiva.

Se il classico, ma per molti versi anche il contemporaneo, è stato più volte riletto e reinterpretato in modo diverso, quella di Hirst è una lettura inafferrabile e mutevole. I suoi “Tesori dal relitto della Incredibile” sarebbero stati ripescati dall’immaginaria nave romana della fine del 100 d.C. naufragata al largo dell’Africa orientale con la collezione di oggetti preziosi e no del liberto di Antiochia Aulus Calidus Amotan, come rigorosamente documentato in forma di fiction quasi credibile, con tanto di nave appoggio e riprese subacquee e belle immagini fotografiche in mostra. E sono affiancati da una “serie di copie museali contemporanee degli oggetti ritrovati, che immaginano le opere così com’erano nel loro stato originario”.

Disco solare

Ovvero alle opere, solitamente in bronzo dipinto, rovinate e danneggiate dal tempo, erose dall’acqua e incrostate di corallo, alghe, animali e concrezioni marine, fanno da pendant oppure appaiono in altri momenti del percorso altre versioni, ripulite e complete, in marmo, resina, cristallo di rocca. Perché la percezione che abbiamo delle epoche trascorse è falsa se ancorata a una visione granitica: in ogni tempo si sperimentavano contaminazioni. L’arte è sempre stata sorretta da spinte propositive contrastanti ed esiti contrastanti ha offerto.
Hirst guarda l’universo della storia dell’arte. Lo elabora, lo irride, lo fagocita, lo ricrea. Sempre in modo dinamico, come una cosa viva, in un approccio che gioca con ogni forma accademica e ogni sequenza precisa. Perché “spesso l’arte sembra riuscire a guardare oltre: cercando la ragione del nostro esistere e quello che significa il mondo intorno a noi.”
Le opere veneziane sono sbalorditive innanzitutto per le dimensioni, che vanno dal gigantesco al minuscolo, dall’enorme Laocoonte equestre avvolto dal serpente di mare che apre la mostra (disteso in marmo bianco) e che affaccia sul Canal Grande (in bronzo nero alto quasi 8 metri con il cavallo impennato), che rimanda alla classicità romana, a Leonardo per le fattezze anatomiche del quadrupede e a Messerschmidt per le contorsioni del volto, fino alle raccolte di piccole monete in oro, di fattura precolombiana.

Selezione di oggetti decorativi

Dal “Demone con coppa” in resina dipinta alto oltre 18 metri che riempie l’interno di Palazzo Grassi (divinità babilonese cui si facevano sacrifici umani) alle collezioni di eccentriche figurine di animali oppure di conchiglie oppure di piccole decorazioni afferenti le culture gallica, indù, minoica, maya.
Dalle grandi statue di bronzo dipinto, piene di incrostazioni marine – l’atzeca “Pietra calendario”, il greco “Il guerriero e l’orso”, l’indiana “Idra e Kalì”, ciascuna intessuta di altre citazioni provenienti dalle raffigurazioni religiose rinascimentali di san Giorgio piuttosto che dai riti di iniziazione alla maturità oppure con richiami della poesia beat – si mescolano alle sfingi e ai busti delle principesse egizie, alla fantastica serie dei teschi di unicorno sulla torretta di Punta della Dogana e a quelli dei ciclopi, ai Buddha di giada, alle caravaggesche teste di Medusa, ai topi che rosicchiano i “Resti di Apollo”, alla dea mesopotamica Ishtar.

Migliori amici

Cerberi tricefali e mani giunte in preghiera, il favoleggiato scudo di Achille e croci celtiche, tombe di principesse e torsi nudi surrealisti, dischi solari e leoni, Topolino e Pippo, Mowgli e Baloo best friends, elefanti cinesi e statuette di ogni foggia. Compreso l’amico-collega Jeff Koons deturpato dal mare e le femminili “Teste d’oro” che richiamano la civiltà nigeriana di Ife (1000-1400), in oro e argento, e che ci ricordano come Hirst sia divenuto celebre per i teschi in platino tempestati da diamanti. Oltre che per gli animali sezionati messi in formaldeide, i vassoi pieni di vermi e mosche, gli strumenti medici infilati nell’acquario dei pesci tropicali.

Tuffatore

A Venezia Hirst supera se stesso, e lo fa senza épater les bourgeois con la provocazione ma solo con la costruzione progettuale, con un impatto impressionante (perfino troppo lungo da sostenere: per la prima volta le due sedi espositive della Fondazione Pinault vengono concesse contemporaneamente a un solo artista), con un’idea che va approfondita e ricercata in ogni dettaglio e resa propria (ad esempio a chi scrive mancano i richiami alle Madonne di Raffaello e l’indice creatore michelangiolesco, ma a ciascuno mancheranno altre, personali icone, pur scoprendone infinite di nuove), con un fantasmagorico caleidoscopio di dati, immagini, sorprese, celebrazioni.
Non siamo più a “La fisica impossibilità dell’idea di morte nella mente di chi vive”, come titolava lo squalo a dentatura aperta messo in formaldeide nel 1991 (opera venduta nel 2004, in trattativa privata, tra gli 8 e i 10 milioni di dollari), ma alla vitalistica e sorprendente sacca senza fondo dei doni di quel Babbo Natale per l’umanità che si chiama storia dell’arte.

CONDIVIDI
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.