The Sonics, il mito parcheggiato in garage

Abbiamo discusso con Rob Lind, sassofonista di una band a cui il rock insolente deve praticamente tutto

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The Sonics

Il pacato Rob Lind ci accoglie sul tour bus dei The Sonics con ancora addosso la camicia azzurra che fino a venti minuti fa sfoggiava – bella madida di sudore – sul palco del Magnolia. Il concerto milanese della sua band, tanto per cambiare, è stato l’ennesimo trionfo difficile da incasellare nell’ordinaria amministrazione. Non per il valore oggettivo e comunque altissimo del gruppo originario di Tacoma, ma per il fatto che i Sonics – storicamente parlando – hanno buttato sul piatto un paio di album (i fondamentali Here Are The Sonics del 1965 e Boom dell’anno successivo), una manciata di brani propri (vi dicono niente evergreen mostruosi come The witch, Psycho, Strychnine e Cinderella?) e poi se ne sono stati in letargo per quattro lunghe decadi. Influenzando chiunque esigeva dai propri strumenti una certa dose di ruvida maleducazione. Dagli Stooges ai White Stripes passando per i Nirvana e tutta la crema rancida del grunge, giusto per essere coincisi.

La band dei fratelli Parypa (ormai dimissionari per quel che riguarda le esibizioni dal vivo), di Gerry Roslie (l’autore principale) e di Rob Lind (l’anima del combo) è dunque leggenda in azione e non monumento equestre ad uso dei piccioni. Per niente imbalsamata (basterebbe dare un ascolto al loro This Is The Sonics di due anni fa) e accolta ogni sera da un pubblico ruspante e rispettoso. Giusto conoscerli meglio lasciando la parola allo stesso Lind. Omone loquace del  Pacific North West trasferitosi da tempo in North Carolina («Per questioni sentimentali» ammette lui) e volto che potresti trovare in una qualsiasi assemblea di condominio così come a soffiare selvaggio di fronte agli hipster del Primavera Sound. Ascoltiamolo.

 Cosa si prova ad essere rimasto l’unico musicista della formazione originale?
Effettivamente sono cambiate un po’ di cose. Gerry mi manca perché io e lui ci conosciamo da quando avevamo quindici anni e l’ho sempre ritenuto una persona timida, ma anche dotata di un gran senso dell’umorismo. Però, allo stesso tempo, non mi permetterei mai di vedere come dei “rimpiazzi” Evan e Jake (Foster e Cavaliere, il chitarrista e l’organista. Ndr) visto che si tratta di gente che sa fare il suo mestiere.

Come la descriveresti questa “cosa” dei Sonics ancora attivi nel 2017?
Lo vedo innanzitutto come un modo di preservare la nostra reputazione. Reputazione che abbiamo capito di possedere soltanto nel 2007 quando ci hanno invitato al Cavestomp garage festival di Brooklyn. Sai, quando abbiamo ripreso in braccio gli strumenti ci siamo sentiti tutti quanti più vecchi. E abbiamo messo subito le mani avanti: “Ok, se questa reunion non funzionerà, torneremo a fare i nostri mestieri di ogni giorno”. Fortunatamente quello show newyorchese è andato benissimo e a gennaio del 2008 ce ne hanno offerto un altro a Londra. E da lì la storia è ufficialmente ripartita.

Tu – dalla fine degli anni ’60 – ti eri completamente disinteressato della musica, vero?
Diciamo che ero più concentrato a rimanere vivo! (ridacchia) Sai, dopo essermi laureato sono partito volontario per il Vietnam dove pilotavo un Fighter e facevo la spola tra la terra ferma e la portaerei della marina americana. Era un incarico pericoloso, ok, ma io ho sempre fatto attenzione ad ogni mia mossa. E non mi sono mai perso d’animo.

Tornato dalla guerra ti sei riavvicinato al tuo vecchio amore?
No, ho continuato a lavorare come pilota, stavolta per i voli civili della US Airlines. A Seattle in quegli anni girava una formazione spuria dei Sonics che suonava scadente musichetta lounge negli alberghi della città: beh, quelli non eravamo di certo noi! (s’impunta, Ndr) Nel tempo libero me ne stavo volentieri a casa a strimpellare la mia Gibson (all’epoca il sax non mi attirava) e ad ascoltare i dischi dei Doobie Brothers. E poi ero amico di Bob Seger, un rocker puro, di quelli che piacciono a me.

Gli Stooges introdussero il sassofono nelle registrazioni del loro secondo album Fun House (1970). Non ti è mai venuto il sospetto che fosse un tributo nei tuoi confronti?
Beh, se è per questo il sax l’hanno usato un po’ tutti: i Rolling Stones così come il povero Clarence Clemons al fianco di Springsteen. Pure gli Spandau Ballet si sono avvalsi di quello strumento!.

Però intanto il segreto dei Sonics non l’ha ancora scoperto nessuno. Intendo quella ruvidezza così naturale. Quel riverbero così affascinante…
Io direi che, sciogliendoci dopo un paio d’anni, siamo stati fortunati. Nel senso che non siamo stati inquinati da nulla. Quando abbiamo ripreso a provare, verso la fine del 2005, ci sentivamo ancora immersi nel clima dei Sixties. Siamo scampati all’hard rock, alla disco music, all’heavy metal ecc. A nessuno di noi è mai venuta voglia di cimentarsi in una cover di ‘Eye of the tiger’! (ride).

Insomma, il mondo si “insozzava” di stili e voi ne restavate immuni.
Già. Da questo punto di vista non ci siamo accorti neanche della cosiddetta rivoluzione grunge e diciamo che noi veniamo pure da quelle parti! (ridacchia) I giornalisti mi hanno sempre citato tutti questi gruppi fortemente influenzati da noi – MC5, Cramps, Fall, Mudhoney –  e io non sapevo mai cosa rispondere, neppure ora. Una volta Pelle Almqvist degli Hives mi ha chiesto un autografo e sono dovuto andare su Google per scoprire cosa facesse la sua band. Sono rimasto basito: hey, questi riempiono le arene e Pelle vuole la mia firma? Mah.

Sul serio non ti è dispiaciuto perderti l’epoca del grunge? Con tutti quei gruppi (Mudhoney in primis) che facevano vibrare le chitarre esattamente come voi…
Mmh, la tua è una deduzione intelligente, ma considera che noi siamo di Tacoma e non di Seattle. Verso la Rain City abbiamo sempre nutrito una sorta di rispetto reverenziale, grunge o non grunge. Sai, negli anni ’60 là circolavano dei grandi jazzisti, musicisti veri che sapevano come fare swingare i propri strumenti. Seattle era Londra mentre noi al massimo abitavamo nella Liverpool operaia. Mio padre era un colletto blu, manovrava una gru e andava fiero del suo mestiere. I Sonics, di conseguenza, non si perdevano dietro roba sofisticata e andavano pazzi per il rock’n’roll di Chuck Berry e Little Richard. Credo che questo nella nostra musica si sia sempre avvertito.

Poi però Seattle vi ha adottato eccome.
Direi di sì. Ancora l’anno scorso abbiamo tenuto un grande concerto in città al Neptune Theatre: una serata incredibile. Seattle è dentro di noi e noi saremo sempre parte di quella splendida città.

La Sub Pop vi ha mai cercati per fare un disco?
Mai. D’altronde noi siamo sempre stati così. Suoniamo questa roba che senti sul palco e loro probabilmente avevano altri progetti per la testa.

Peccato: This Is The Sonics del 2015 possiede quel dannato suono sporco del Pacific North West. Sarebbe stato un “matrimonio” perfetto tra voi e l’etichetta-icona della Emerald City, no?
Beh, già che lo citi, quello non sarà il nostro ultimo disco in assoluto. Il prossimo non so ancora dirti quando uscirà (visto che siamo spesso in tour), ma non ci fermeremo di certo qui…

In compenso con Jack Endino ci avete collaborato.
Sì, Jack lo conosciamo bene e con lui abbiamo fatto un EP intitolato ‘8’. Uno sperimentatore nato, quel tipo, e nei suoi Sound House Recording ci siamo trovati bene. Tant’è che li abbiamo affittati per registrarci This Is The Sonics adoperando lo stesso Endino come ingegnere del suono. Il produttore in quel caso, però, è stato Jim Diamond che in passato aveva già lavorato coi White Stripes. In pratica ci siamo barricati lì dentro – noi, Jim e Jack – e siamo usciti col disco completo.

Ultima, scherzosa domanda: avete mai pensato di chiedere ai Seattle SuperSonics (finché sono esistiti) di pagarvi le royalties legate al vostro marchio?
«Parli della squadra di basket NBA? Beh, ci abbiamo rinunciato perché i loro avvocati ci avrebbero fatti a pezzi! Forse uno dei motivi per cui non ci siamo mai riformati è che loro erano davvero famosissimi negli anni ’80 e ’90. L’omonimia magari ci avrebbe creato dei grattacapi legali!

I Seattle SuperSonics (o più semplicemente Sonics) purtroppo non esistono più dal 2008 e risultano attualmente scissi tra la franchigia degli Oklahoma City Thunder e le aule dei tribunali. Un furto bello e buono per la Emerald City. Questi altri Sonics, invece, restano vivi e scalcianti. Lode agli originali.

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Simone Sacco
Simone Sacco nasce nel 1975, l'anno di "Horses" di Patti Smith. Nella vita scrive abitualmente di musica, tattoo art, calcio, libri ecc. Deve tutto, nel bene o nel male, al 1991 e a "Nevermind" dei Nirvana.