Live at Nectar’s (One Note)
di Melvin Sparks
Voto: 9

Non era famosissimo, ma nel giro era un “uomo di rispetto”. Un fenomenale sideman, senza fronzoli, senza esagerazioni, ma sempre pieno di vitalità e di personalità. Capace di arricchire senza divagare, di dare un’impronta senza sovrapporre la sua a quella del leader. Per questo in ambito soul jazz e jazz blues quando si cercava un chitarrista di accompagnamento il suo nome appariva sempre e solo tra le prime scelte.
Melvin Sparks se n’è andato sei anni fa non ancora 65enne, dopo aver suonato a fianco di personaggi come il formidabile performer errebì Jackie Wilson, come Lou Donaldson e Sonny Stitt (prestigiosi sassofonisti hard bop), come tutti gli organisti soul jazz di riferimento (da Jack McDuff a Dr. Lonnie Smith, da Johnny Hammond Smith a Charles Earland), come, c’è bisogno di presentarli? Curtis Mayfield e Marvin Gaye. Ma anche dopo aver girato e inciso con gruppi a suo nome e aver influenzato una marea di giovani specialisti dello strumento, da Eric Krasno dei Soulive e Robert Randolph, super specialista della pedal steel guitar, a Eddie Roberts dei formidabili inglesi New Mastersounds.
È proprio quest’ultimo il produttore dell’album-epitaffio Live at Nectar’s che ha visto la luce nelle scorse settimane. Grazie al suo batterista Simon Allen, che aveva lavorato a stretto contatto con Bill Carbone, drummer dell’ultima Melvin Sparks band, ha ottenuto una registrazione effettuata sul finire del 2010 dal trio Sparks/Carbone/Sasser (l’organista Beau), con l’aggiunta dei sassofonisti Brian McCarthy e Dave Grippo, nel club di Burlington nel Vermont, dove il chitarrista era un ospite abituale.

@Alan Nahigian

Il risultato è soul jazz di alto livello, molto alto. Esempio vorticoso di quel sound spettacolare ed espansivo che vide la luce nella metà degli anni 50 sotto la spinta dell’unico dei grandi organisti che non appare nel curriculum di Sparks, ovvero Jimmy Smith, un musicista geniale che qualcuno ricorderà solo per l’apparizione nel Bad di Michael Jackson. Un sound total black, pieno di effetti spettacolari, di un’effervescenza unica che mette in pentola tutte le sostanze più saporose: funky, blues, rhythm‘n’blues, soul, bebop d’antan. Note tenute a lungo, scale che si intrecciano, contrappunti fiatistici, ripetizioni insistite, rasoiate boogie, radici e spettacolarità.
Dall’iniziale “Riverside” alla travolgente “Whip! Whop!”, alla simpatica chiusa con la presentazione della band, le note scorrono come un fiume in piena e i partner – benché molto più giovani di Sparks – sanno assecondare il “maestro” solleticandolo e sospingendolo verso capriole spumeggianti, dettate da melodie piacevoli e continue citazioni, persino da canzoni pop e temi dei cartoni animati, perfettamente intessute nel flusso blues-bebop-funk che i più giovani ricorderanno nella rilettura del James Taylor Quartet e degli altri big dell’acid jazz anni 90.
Non ci sono i brani più famosi del chitarrista texano, Get Down With The Get Down oppure If You Want My Love, ma nulla li fa rimpiangere, non ci sono pause solo uno swing contagioso, riff continui, assolo veloci, caldo boogaloo e ritmatismi continuati. Tutti si divertono al Nectar’s Club, e la risata gutturale del leader che chiude il disco seppelisce ogni preoccupazione: Melvin continuerà a vivere nel cuore degli appassionati.

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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.