“Soulfire”, una bomba firmata Little Steven

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Soulfire
di Little Steven
Voto: 8

Era il lontano 1999 quando Little Steven fece uscire Born Again Savage, che fino a venerdì 19 maggio, quando è uscito Soulfire, è stato il suo ultimo album solista.
Soulfire è un disco nato da «un’incredibile serie di coincidenze», come dice proprio il suo autore: tutto è accaduto, quasi per gioco, lo scorso ottobre, quando i Little Steven & The Disciples of Soul tornarono sulle scene su richiesta di un amico che li invitò a suonare al BluesFest di Londra. Steve Van Zandt arrivava dal tour con la E Street Band e aveva in progetto un viaggio nel Regno Unito per festeggiare il compleanno della moglie e l’ottantesimo di Bill Wyman. Ha velocemente riunito i Disciples of Soul del 21° secolo, quello che definisce benevolmente “un gruppo di disadattati, ladri e portuali”, ha aggiunto tre coriste ed una sezione fiati tra cui Stan Harrison e Eddie Manion, già membri degli Asbury Jukes/Miami Horns. «A quel punto ho pensato beh, abbiamo già imparato 22 canzoni… Potremmo fare un album!».

E Soulfire è un signor album, un viaggio nel tempo, un tributo vero al soul. Non contiene nessun brano inedito, tutte le canzoni sono state registrate o interpretate in passato, con brani come I Don’t Wanna Go HomeI’m Coming Back o Love on The Wrong Side of Town (scritta insieme a Bruce Springsteen) che erano cavalli di battaglia dei Southside Johnny and the Asbury Jukes. A questi brani storici ha aggiunto anche diverse citazioni ad altri generi musicali come Down and Out in New York City di James Brown, Blues Is My Business di Etta JamesRide the Night Away di Jimmy Barnes.
Quel che però fa la differenza è l’arrangiamento realizzato da Little Steven, ogni brano è perfetto per la sua voce e per le doti della sua band, ed è cucito loro addosso come se  fosse uscito da un negozio di alta sartoria. Inoltre è ben chiaro il fil rouge che tiene insieme tutti i brani: la voglia più pura di fare musica divertendosi e godendo nell’atto di farla. Da ogni brano, da ogni nota traspare la gioia che Van Zandt ha avuto nel prendere in mano una serie di canzoni che, in un modo o nell’altro, hanno tutte segnato la sua storia, e di riproporle in una veste diversa, ancora più personale, più sua.

Il risultato finale è quello di album di ottima qualità, a tratti entusiasmante, divertente e godibilissimo. La speranza è che non debbano passare altri diciotto anni dal suo prossimo disco solista, ma stando alle sue parole «I’m back into it, and this time I’m going to stay back».
Intanto, se fossimo in voi, non ci perderemmo il concerto che il 4 luglio farà a Pistoia, unica data italiana del suo tour con i Disciples Of Soul.

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Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.