“Prodigal Son”, il ritorno “italiano” di Elliott Murphy

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A occhio, parrebbe quasi che il Figliol prodigo sia davvero tornato a casa. O, meglio, possiamo considerarlo un fatto praticamente assodato. Visto che la clamorosa notizia arriva, da fonte credibilissima e autorevole come Elliott Murphy, direttamente nei nostri lettori cd e, persino, sui nostri vecchi (ma tenuti sempre in perfetta forma…) piatti girevoli con annesso braccio puntinato, grazie al formato disponibile “anche” in vinile della 37ma uscita in carriera.

Il suo fiammante Prodigal Son, pubblicato dall’etichetta romana (ma con solide aperture internazionali…) Route 61 Music, è tuttavia già stato preceduto di qualche giorno da un ghiotto assaggio, reso disponibile il 22 aprile scorso in occasione del Record Store Day, decennale della sacrosanta giornata per la salvaguardia dei negozi di dischi indipendenti. L’anteprima anticipava più di qualcosa, grazie a un singolo in vinile (Chelsea Boots/Poetic Justice Theme) con il quale l’artista newyorkese, ormai da decenni felicemente trapiantato a Parigi, riscopriva il gusto di pubblicare un 45 giri dopo oltre 30 anni e di anticipare il suo nuovo e atteso album di inediti, Prodigal son appunto.
La storia di Murph “The Surf”, del resto, è ben nota a chi preferisce la comodità e la qualità acustica dei piccoli club al sudato presenzialismo da stadi e polverose spianate da transumanza. Musicalmente e artisticamente parlando, Elliott è uno che ha davvero “vissuto” la storia. A modo suo e senza volergli regalare alcunché, aggiungerei, ne ha anche fatto parte. Magari in maniera discontinua e altalenante; magari non sempre sotto i riflettori e giustamente omaggiato da quelle ribalte che, se baciate dall’auspicabile dose di buona sorte, avrebbero regalato ben altre prospettive a un soggetto comunque da romanzo. Uno dei tanti emergenti che, all’alba degli anni Settanta, aveva pagato sulla sua pelle l’etichetta, più o meno giustificata, attribuita dalla critica quale ennesimo “nuovo Dylan” che per almeno due lustri avrebbe stroncato carriere su carriere: qualcuno ne è rimasto schiacciato, altri hanno convissuto più o meno felicemente con questa spada di Damocle, altri ancora hanno virato bruscamente traiettoria per evitare ulteriori guai.
In ogni caso, questo newyorkese atipico da ben 26 album in studio, sei live e quattro raccolte, è sempre rimasto orgogliosamente e genuinamente in sella senza far mai pesare pedigree, amicizie pesanti e talento sopraffino. Classe 1949, dopo un’imberbe avventura europea da busker ricco di fascino che gli regalò anche una particina nel film Roma di Federico Fellini, con quei lunghi capelli biondi da albino (una sorta di Johnny Winter folk & roll) e i suoi testi poeticamente colorati, si fece strada nel bacino underground della Grande Mela, diventando una piccola-grande stella di un circuito da CBGB e Max’s Kansas City del quale faceva parte più sotto l’aspetto umano e generazionale che stretttamente artistico. Da Patti Smith alle trasgressive New York Dolls di David Johansen (la prima band a essere apertamente omaggiata nell’episodio inaugurale della recente serie Vinyl, prodotta dalla strana coppia Scorsese-Jagger), da Lou Reed a David Byrne fino ai Television, Elliott Murphy rappresentava l’anima eterea e tagliente di un movimento che, sotto il piano delle sonorità, pareva invece voler scardinare quel bacino di artisti, armato di chitarra, armonica e passione letteraria.
Il suo esordio discografico datato 1973, Aquashow, stende la critica ma trova purtroppo pochi acquirenti. E lo stesso accade con i successivi album, anche autoprodotti, nonostante la presenza praticamente in ognuno di essi (su tutti Just a Story From America e Murph The Surf) di almeno due o tre gemme capaci di brillare ancora oggi. Stimatissimo dai colleghi più illustri come Billy Joel, unico artista a essere invitato su un palco italiano da Bruce Springsteen (ben due volte: il 18 ottobre 2002 a Bologna e l’11 giugno 2012 a Trieste, sempre sulle note non certo secondarie di Born To Run), capace di abbinare una credibilissima carriera parallela di scrittore e critico musicale, a inizio anni Novanta abbandonò l’etichetta discografica che lui stesso aveva creato con alterne fortune e si trasferì a Parigi, consapevole del fascino che le sue produzioni avevano sempre esercitato sul pubblico europeo, pronto ad accoglierlo a braccia aperte. Ed è proprio in questo periodo che si apre una seconda fase della carriera del Nostro che, già rilanciato dallo splendido Change Will Come del 1988 e ben noto in Italia anche per la collaborazione con gli emiliani Rocking Chairs prima e per l’amicizia artistica con il varesino Lorenzo Bertocchini poi, trova ulteriori stimoli e spunti creativi con una lunga serie di album dei quali Selling The Gold rappresenta senza dubbio la perla.
Aquashow Deconstructed rappresentò l’avvio nel 2015 della collaborazione con la Route 61 Music per una meravigliosa rilettura del suo album d’esordio (ben 42 anni dopo…) che, in periodi ormai caratterizzati da sterili riproposizioni di fondi da magazzino e di grandi star alle prese con aridità compositiva ormai ridotte nel ruolo di “tribute band di se stesse”, rappresenta in assoluto uno dei migliori esempi di ritorno alle origini affrontato con stile, estro e creatività.
Prodigal Son viene dunque pubblicato in tutta Europa e anche negli USA, proponendo nove fiammanti canzoni autografe (erano tre anni che non lo faceva…) registrate al prestigioso Question de Son Studio di Parigi. Il singolo Chelsea Boots (anteprima da Record Store Day e disponibile in performance acustica sul canale YouTube dell’etichetta), 7” a tiratura limitata pubblicato solo in Italia, ha invece già regalato sul lato B un inedito assoluto, Poetic justice theme, utilizzato tuttavia in passato per accompagnare un suo racconto ispirato dai film di Sergio Leone buonanima.

Il cd in formato digipack apribile, disponibile a partire dal 19 maggio, sarà doppiato anche dalla versione in formato vinile bianco, ma con un diverso ordine dei brani per ovvi motivi di distribuzione degli stessi sulle due facciate. La produzione è affidata al figlio Gaspard (polistrumentista, qui impegnato anche in qualità di musicista) e trova, come sempre, il supporto del talentuoso chitarrista Olivier Durand, divenuto negli anni suo prezioso alter ego sul palco e fedele compagno in sala d’incisione.

L’attacco di Chelsea Boots è inconfondibile: armonica e chitarra come negli anni d’oro e una voce, sempre in primo piano, ancora a cavallo tra un garage e un vagone ferroviario con il prezioso violino di Melissa Cox a incidere con personalità tra sonorità comunque tambureggianti, dove spiccano prevedibilmente il piano e l’organo B3 di Leo Cotton che regala al tutto un’aria da Mad Dog & Englishman. La successiva Alone in My Chair, dove spicca la slide di Durand, ricorda altresì un honky tonk urbano con tanto di coro ricorrente a scongiurare qualsiasi rischio di cantautorato folk di mestiere.
Hey Little Sister, la prima ballata che riporta con nostalgia ai giorni di The Eyes of The Children of Maria, è una poetica incursione generazionale al femminile con tanto di cello, violino e percussioni acutamente spazzolate fino alla straziante lap steel finale di Philippe Almosnino. La pianistica ed essenziale Let me in è ancora più dolce, tipica “sad love song” con un coro ricco di sfumature black ad affiancare il cantato crudo di Elliott, giustamente esaltato in fase di produzione. La title track regala, proprio al giro di boa, uno dei passaggi più vari e creativi con sviluppi imprevedibili e il coro questa volta più autoritario, nonostante gli evidenti toni da chiesa che paiono accompagnare parentesi festosamente chiassose lanciate dai tasti bianchi e neri del solito Cotton.
Karen Where Are You Going è probabilmente il brano più essenziale e struggente del lavoro: qui Cotton passa al Wurlitzer elettrico e alla farfisa, l’armonica di Elliott è incisiva e inconfondibile come sempre, mentre Murphy Jr si occupa della sezione ritmica e persino della chitarra. Wit’s End regala nuovamente aria di confidenziale coralità e non va a caccia di particolari linee melodiche (rispetto altri lavori, probabilmente, si tratta di un album in generale difficile da canticchiare e, in versione live, richiederà parecchia concentrazione al pubblico in attesa di scatenarsi con classiconi come Rock Ballad, The Last of The Rock Stars e la “sua” Drive All Night), ma cresce in progressione con un finale degno di un’opera rock.
You’ll Come Back To Me è un semplice pezzo di raccordo verso la conclusiva Absalom, Davy & Jackie O che, con i suoi 11’42” di durata, diventa in assoluto il brano più lungo mai pubblicato da Murphy. Pare essere tratta dalla sceneggiatura di un film drammatico, ma a tinte brillanti, con quel ricorso a intrecci di slide, violino e piano più il solito coro ad affiancare la voce da cantastorie del padrone di casa. Passaggio atipico, ma apprezzabile che ci proietta verso territori impensabili.

Vogliate gradire!

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.