GianCarlo Onorato: «La musica non è un semplice mestiere»

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GianCarlo Onorato

Uno dei privilegi di lavorare per Spettakolo é che all’interno della nostra redazione abbiamo dei preziosi collaboratori: più che giornalisti, in molti casi, sono dei veri e propri artisti. Uno di questi è GianCarlo Onorato, artista poliedrico che conosce a fondo la musica ma anche la scrittura in generale. Musicista, scrittore, pittore e produttore, GianCarlo ha avuto un ruolo decisivo per la scena indipendente italiana a partire dagli anni ’90 ed è stato membro degli Underground Life, con i quali ha fatto decine e decine di concerti. Pochi giorni fa ha pubblicato il suo quinto album solista, Quantum,  il cui filo conduttore, l’incontro, è visto in ogni suo aspetto più dettagliato. Il disco, con arrangiamenti essenziali e allo stesso tempo potenti, che accompagnano testi profondi e a tratti criptici, ci viene raccontato dallo stesso autore nel corso di questa intervista, lunga e appassionata, che vi consigliamo di leggere con attenzione per scoprire l’artista Onorato, ma anche l’uomo.

Com’è nato il disco e l’idea dell’ “incontro ” come filo conduttore?
Ho sempre pensato che fare musica sia un’occasione per esprimere pensiero, e negli anni non è mai venuta meno in me la convinzione che questo sia un ruolo di responsabilità. Così non mi sono mai rassegnato all’idea di farne un semplice mestiere, ma di pretendere ogni volta di più. Se pensi a un disco come a una tappa importante della tua carriera e in generale della tua vita, ti accorgi che ogni giorno stai scrivendo il nuovo disco, e lo fai a partire da quando hai considerato chiuso il lavoro precedente. Tutti i pensieri, le considerazioni e le scoperte offerte dal lungo lavoro di gestazione di un’opera, si presentano in un coro sommesso e diluito ma evidentissimo alla tua porta interiore. E quindi ascoltandole e seguendo quel filo invisibile d’intuizione e di scoperta, ad un certo punto ti accorgi di avere materiale in abbondanza per un nuovo capitolo. E mentre ci lavori, ti accorgi anche di ciò di cui ti stai occupando. Lavorando ai brani mi sono reso conto ad uncerto punto che quello dell’incontro fosse il tema di cui ero alla ricerca. Incontro inteso nel senso più ampio e non solo, ad esempio, in senso biologico come la nascita di una relazione tra individui che implichi la chimica dei corpi e quella del pensiero. In generale tutti, ma proprio tutti gli ambiti della vita, prendono il via da un incontro tra due o più elementi. Mi è parso quindi chiaro che ciò che mi interessa è l’essenza delle cose, una metascienza che sta nella distribuzione del colore, dei suoni e delle parole, e che precede e prevarica il dato conoscitivo. Perché l’espressione intuitiva è in sé il senso stesso del nostro comunicarci.

Tu hai svolto diverse volte anche l’attività di produttore. Ci sono artisti di successo con cui ti sarebbe piaciuto o ti piacerebbe lavorare?
Il mio concetto di successo è alquanto controcorrente. Per questo mi auguro di non sembrarle estremo se comincerò col dirle che io personalmente credo di essere uno degli artisti di maggior successo che io abbia conosciuto: faccio quello che amo da tempo in un Paese assai poco preparato, lo faccio senza condizionamenti, ero considerato a diciassette anni una promessa della musica e dopo quaranta anni la mia promessa continua a gigliare. Sono molto lieto per chi ottiene ad esempio il consenso di un pubblico assai vasto, che è un risultato desiderabile per tutti, ma temo che l’ansia giunti in vetta sia quella di non retrocedere di posizioni rispetto al numero di persone che esprimono gradimento per te. Per me il processo è contrario, una lenta ma costante crescita, che si accompagna ad una altrettanto lenta ma profonda sintonia con chi incrocia il mio universo. Questo è per me il massimo del successo, e per chi può credermi, non lo cambierei con alcuna vetta di classifica. Dopo questa precisazione, devo dire che ci sono eccome alcuni nomi che mi piacerebbe accompagnare verso una dimensione meno automatica, meno legata al mercato, meno in ansia di imbattersi in un declino dell’attenzione. Per farlo occorre molto lavoro, ma soprattutto occorre cambiare la visione delle cose. In definitiva tutto nella vita è un problema di visione del mondo. Se solo lo guardi dal lato sbagliato, sei sempre e solo in affanno, per quanti siano i risultati raggiunti. Se invece cambi prospettiva, le cose divengono di colpo più tue, più prossime a te, e gli altri cominciano a crederti sul serio, perché cominciano a crederti come persona, e non ciecamente o per meccanismi di identificazione che sono spesso alla base dei successi più larghi. Ma al momento preferisco tenermi solo l’idea di possibili collaborazioni, in attesa che queste divengano realtà, cosa che immagino avverrà.

Il tema centrale di Quantum è appunto l’incontro. Quali sono gli incontri che cambiano la vita ?
Dunque, credo che ci siano una serie di eventi che cambiano le cose nel nostro scacchiere interiore, ma sono tutte una conseguenza dell’unico vero e fondamentale incontro, che è quello con se stessi. Quando ci incontriamo finalmente, cominciamo a vivere con una densità nuova. E anche i nostri limiti divengono risorse, se usate nel modo giusto, esattamente come i rifiuti di una società possono divenire energia nuova che sostenga nuova vita. Purtroppo molti di noi non hanno mai imparato a favorire tale incontro, anzi lo temono, lo evitano il più possibile. La musica è una delle vie più acute e dirette per favorire l’incontro con se stessi. Ma non si deve credere che per musica si possa intendere qualunque vaga organizzazione di suoni, né una via troppo museale e imbalsamata di essa. Ad esempio il pop, che è la forma più diffusa di musica ormai da settantanni, come si è visto, dopo avere sconfitto l’elitarismo culturale di altre forme espressive, ha fallito per altre vie perché mentre svaga, accomuna e mette in contatto potenzialmente milioni di persone, non è però necessariamente una fonte di miglioria. Possiamo anzi notare con un certo sconforto che il modo in cui è stato gestito il diffondersi della musica popolare grazie alle varie tecnologie che tutti sappiamo, ha piuttosto incrementato visioni sbagliate di questa e veicolato messaggi deformati riguardo ad argomenti importanti. La musica può molto per chiunque, ma solo se come un potente ausilio venga approcciata e presa nel giusto modo. E auspicabile dal mio punto di vista che conservatori e accademie lascino presto il posto a luoghi in cui la persona sia accolta nelle sue più profonde esigenze interiori, e aiutata a trovare la propria voce, aiutando a capire che questa voce emerge solo dalla ricerca e dall’ascolto attento anche di tutte le altre voci.

Il disco sviscera in modo davvero forte i temi e i sentimenti più reconditi dell’animo umano, come se non finisse mai di conoscerlo. È un’impressione reale?
È un disco essenziale, nel senso più letterale, è un’opera sintonizzata sul bisogno di scoperta. Quando fare musica non è dimenarsi su un palco pretendendo che centinaia di passivi battano le manine ai tuoi prevedibili quattro quarti perché possa sentirti arrivato, allora ti fai delle domande spontanee ogni volta che prendi in mano una chitarra o che accarezzi la tastiera di un pianoforte o la superficie di un tamburo. Che cosa vogliamo sapere? Che cos’è che ancora non sappiamo e che ci manca tanto? E perché la felicità ci appare sempre così fugace. Perché le cose debbono finire. Chi ride per queste domande ha scordato che sono le stesse che un bambino rivolge in vario modo agli adulti e che ogni vecchio riflessivo si farà sino all’ultimo istante di respiro. Farsi domande essenziali è il nocciolo di ogni vita e di ogni testa sensibile, domande alle quali si può solo rispondere con riflessioni essenziali. Di solito concludiamo certi ragionamenti dicendo che a certe domande non vi è mai risposta e facendo così un gran figurone da saggio, ma non mi trovo d’accordo con questa posizione. Ogni domanda presuppone una risposta, diversamente non si darebbe la domanda. E la risposta io credo sia nel fluire stesso delle cose vitali, che vanno colte nel loro divenire, e occorre lasciarsi andare al fiume degli eventi per sentire quanto ne facciamo parte. Non trovo sensato né proponibile ad esempio concludere che la vita non abbia che una dimensione materiale, e a dircelo è esattamente la materia, che non è mai fine a se stessa, ma contiene un guizzo che non sappiamo definire ma che intuiamo profondamente. Questo io ho imparato a pensarlo come il senso delle cose, quell’impercettibile scampanellio che ci fa intuire l’esistente che sta sotto ogni aspetto materiale, e del quale noi siamo parte. Questo vuol dire saper stare in ascolto, e non è un compito facile, per riuscirci dobbiamo toglierci di dosso ogni enfasi dogmatica o scientista, dunque ogni cieco affidamento a religione da una parte e a scienza dall’altra. “quantum” dice queste cose, e le dice come se te le sussurrasse all’orecchio nell’intimità, oppure le urlasse per te in una piazza vuota.

I testi sono ricchi di metafore e immagini vivide come fossero dei quadri. Vuoi rispecchiare una storia in ogni canzone?
Sì, ogni canzone È una una storia. Ogni canzone che non sia un dispositivo pretestuoso per raggiungere lo scopo del consenso fine a se stesso. In quel caso è un discreto inganno. Se invece una canzone è attraversata da una dose sufficiente e necessaria di vita, allora ti arriva viva, ti arriva fremente, ed è qualcosa in cui tu puoi entrare in risonanza o può risuonarvi anche solo una vaga parte di te. Le canzoni sono creature che accompagnano buona parte della nostra vita, e sono anzi colonna sonora e narrativa del nostro tempo. Un bel guaio quando sono false o pretestuose, quando sono strumenti di persuasione o di imbambolamento di massa. E lo sono tanto spesso. Se vuoi conoscere il grado di evoluzione di una comunità, devi sentire ciò che in fatto di musica viene messo principalmente in circolazione. Ma anche qui, non mi presterò a dire che dunque la nostra società rifletterebbe solo un livello basso di emancipazione, o meglio, dire solo questo sentendosi per ciò liberi da ogni ulteriore impegno di intervento. È facile, è un alibi. Puoi dirti: che idioti, ascoltano robaccia, io invece sì ho capito cosa sia il meglio. Questo atteggiamento ha molto nuociuto nel tempo. Io credo invece in una funzione terapeutica della comunicazione, di cui la musica fa parte. Devi riconoscere che il malato è malato, ma questo non significa che non potrà guarire, significa che devi darti ancora molto da fare. Ed è un po’ più impegnativo, semmai. Il mio essere snob non perde di vista l’impegno di stringere le altre mani, quando è necessario. Il mio disco desidera stringere delle mani.

Gli arrangiamenti sono raffinati e curati e le chitarre in primo piano. È una scelta stilistica? 
Direi che la forma che si dà ad una composizione, riflette il senso stesso della composizione. Per questo difficilmente un brano costruito secondo degli stilemi obbligati da tendenze, mode, stili eccetera non può significare a sufficienza. La forma È il contenuto. Ci sono ragazzi che per esprimere il proprio trasporto per una coetanea si arrampicano su cavalcavia e li imbrattano di di messaggi goffi e, nella loro tenerezza, molto limitati, che non otterranno se non il risultato di apparire una cosa troppo piccola, personale e temporanea per essere significativa per tutti. Questo somiglia alle brutte canzoni d’amore. Ad altri basta lo sguardo per dire molto di più e per esprimere una bellezza che supera ogni genere sessuale e ogni limite di tempo, e chiunque potesse cogliere quello sguardo, saprebbe quanto bene sappia contenere ora e sempre un solo sguardo. Una canzone vuole essere una penetrazione di un altro animo con la sola forza del tuo. La forma delle mie canzoni è legata in profondità alla natura del brano, alla ragione per cui è nato, dunque il vero lavoro è stato quello di setacciare il pezzo sino a giungere a qualcosa il più vicino possibile al suo significato originario, pur assumendo una amplificazione strutturale che la rendesse più rivelata. Non avrebbero lo stesso respiro se le suonassi per sola voce e chitarra per la semplice ragione che in esse trovano risonanza molti diversi livelli. Questa è la ragione per cui rifiuto per me (e sinceramente disapprovo in genere) la definizione di “cantautore”, qualcosa che non mi rappresenta in alcun modo e che semmai, ammesso che voglia dire qualcosa, non rappresenta neppure coloro che credono di identificarsi in tale definizione. Io sono semmai una forma personale di compositore.

Tu sei un artista completo, musicista, pittore e scrittore. Credi che libri e musica siano il connubio perfetto che va a completare un’unica identità?
Penso che tutte le forme espressive si compenetrino. E questo accade da sempre. Noi abbiamo avuto il rinascimento, lo abbiamo avuto noi e non altri, perché si era venuto a creare un clima adatto al fiorire delle arti tutte, nessuna esclusa. Nei secoli abbiamo poi finito per seguire a ruota ciò che accadeva altrove, è stata la storia a decidere che non fossimo più noi i conduttori ma gli imitatori. Così in epoca di specializzazioni come questa, molti credono ancora che si possa essere super-esperto di una e una sola cosa, cosa vera dal punto di vista tecnico ma del tutto falsa dal punto di vista scientifico. Se vai da un medico con un grave malore e quello si dice spiacente di non poterti aiutare essendo “solo” un dentista, o un ortopedico, otterrai un doppio dramma: quello della tua salute e quello della medicina in generale, se un medico non è in grado di considerare un corpo nel suo insieme, ma solo in un limitato dettaglio. Io sono un artista senza specializzazioni, e con l’arroganza di mettere le mani in tutto ciò che accende e muove la mia sensibilità. Sono un vibrante, questa sarebbe la giusta definizione per Onorato: né musicista, né scrittore o pittore. Antenna vibrante. Dalì diceva di avere i baffi come antenne per captare le onde dell’universo, io ho l’intuizione come compagna preziosa e insostituibile.

TRACKLIST QUANTUM
Le belle cose
Il barocco del tuo ventre
Niente di te
La norma dell’attesa
Scintillatori
In grazia
Primavera di praga
Senza gravità
Invocazione alla notte
Il passaggio

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Claudia Assanti
Nata in Calabria, classe '86. Un diploma di Liceo Scientifico che però mi ha portato ad una laurea in Lingue e Letterature straniere. La musica e la letteratura sono sempre state la colonna portante della mia vita in ogni loro sfumatura. Sognatrice ostinata ma realista al punto giusto.