Dopo Manchester, facciamo rumore

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Dopo episodi come l’attentato di lunedì scorso alla Manchester Arena, che ha provocato la morte di 22 persone, alcune delle quali giovanissime, il primo istinto è quello di chiudersi nel silenzio. Come condivisione di un dolore di fronte a quella che in molti hanno definito la “terza guerra mondiale”: una guerra contro la felicità e la leggerezza.
Non c’è giustificazione alla violenza e la guerra è sempre uno schifo. E tutto questo è l’esaltazione della vigliaccheria: una cattiveria bruta, fine a se stessa, che colpisce indiscriminatamente gente inerte. Che colpisce il cuore della nostra civiltà nel suo principio esplicitato nella sola Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, ma condiviso da questa Europa: il perseguimento della felicità.
La prima risposta di fronte a tutto questo, lo dicevamo, è il silenzio. Il silenzio e la paura. Legittima. Per chi come noi è abituato a seguire i concerti, ma anche per chi semplicemente va a mangiare una pizza il sabato sera o passeggia per il centro della propria città. La paura esiste e negarlo sarebbe da ipocriti. Perché una vita non vale il concerto di Ariana Grande, non vale una festa per il 14 luglio sul lungomare di Nizza e non varrà la finale di Champions. Però vale tutte queste cose messe insieme.
Parlo anche a nome dei miei “colleghi”: gente che ha fatto (o prova a fare) dello spettacolo una ragione di vita. Ma parlo anche a nome dell’insegnante, dell’operaio o del medico che decide di accompagnare il figlio allo stadio o di andare a cena fuori con la moglie. La vita è lavorare, è seguire le proprie inclinazioni. La vita è riflettere, è andare in Chiesa, alla Moschea o trascorrere la domenica mattina a dormire. È fare il segno della croce prima di mettersi a tavola, è indossare la kippah entrando in una Sinagoga. Ma è anche lamentarsi per essere costretti a portare il velo con il caldo di queste giornate, come ho sentito dire a un ragazzina la settimana scorsa a Milano. E vita è anche svago, è divertimento.
E quindi, se il primo istinto è il silenzio – un silenzio fatto di paura e di rispetto – lo scatto successivo deve essere il rumore. Un fragore assordante. Il fragore della vita.

Questa mattina, alle 11, un minuto di silenzio per ricordare le vittime della strage di Manchester. Quindi, una donna ha intonato le prime note di Don’t look back in anger degli Oasis. Quello che è successo dopo lo potete ascoltare di seguito.

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Laura Berlinghieri
Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.