Coez: «Sono tutto tranne che indie»

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Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Coez ha appena passato una giornata sul set a girare un videoclip ancora segreto. Ci incontra tre settimane dopo l’uscita di Faccio un casino, un disco che ha già riscosso molto successo e segnato uno spostamento decisivo nella sua carriera, in virtù della decisione di ritornare all’autoproduzione e di abbandonare Carosello Records. È proprio da lì che è partita la nostra lunga chiacchierata con lui.

Prima ancora di ascoltare il tuo nuovo disco ci hanno stupito due cose: l’autoproduzione e l’addio senza troppe fratture con Carosello.
Sono una persona fantastica che non litiga mai con nessuno (ride n.d.r). Scherzi a parte, magari fa strano perché artisti in ascesa come me, liberi, non ce ne sono. Non voglio dire che io sia un grande artista, attenzione, però sto andando bene e c’è una crescita di gente che ascolta i miei lavori e che partecipa ai concerti. È una cosa singolare e sono riuscito ad andarmene senza problemi. Poi è ovvio che un minimo di incomprensioni ci sono state, ma credevo di essere capace di lavorare al disco che avevo in mano. Poi non sono stato proprio da solo, perché ho tre persone che hanno lavorato con me e che fanno parte della mia squadra da diverso tempo.

Immagino però sia aumentato il lavoro e soprattutto il senso di responsabilità.
Lavoro tanto di più. In alcuni momenti c’è anche un po’ di pressione, perché anche a livello economico sono solo. Ogni investimento è sulle mie spalle e in alcuni momenti potrebbe portarmi dello stress. Ma sono stato sempre molto sul pezzo sui miei dischi e ho sempre fatto molto di più di quello che dovrebbe fare un artista. Sono dodici anni che faccio dischi e ho iniziato con l’autoproduzione. Dunque so dove mettere le mani. Non sono uno uscito da un talent.

Interrompo un attimo la discussione sul tuo disco perché mi hai dato un assist interessante. Io ho l’impressione che il sistema del talent sia alla canna del gas.
Io penso che i talent siano dei programmi fatti per far fare una carriera ai giudici e non ai ragazzi. I protagonisti sono loro e loro svoltano. Non è musica quella, è televisione. Per quanto riguarda i concorrenti, pochi poi restano in evidenza. Forse solo Mengoni, che secondo me ce l’avrebbe fatta comunque. Ma tutti quelli che escono da lì dovranno iniziare a farsi una gavetta come tutti gli altri. Se sei televisivo, non è detto che tu sia anche un cantante. Io per esempio di televisivo non ho nulla, credo.

Tornando al tuo disco, è una mia impressione o hai fatto poca promozione?
A me è sembrato il solito, forse qualcosa meno. Adesso abbiamo fatto quattro instore e un release party a Roma. Io non ho mai fatto chissà che promo. Non sono mai andato in tante radio e in tante televisioni. Penso rientri tutto nella norma, è ciò che faccio di solito.

E poi sei andato al Mi Ami qualche giorno fa. Com’è andata?
Al Mi Ami è andata bene, era la prima data del tour ed ero un po’ teso per quello. Però il disco è uscito da tre settimane e sapevano già i pezzi a memoria.

Hai preparato qualcosa di particolare per il live?
No, perché è già particolare di suo con questo incrocio tra rap e pop. Poi nel disco nuovo non ci sono chitarre, ma dal vivo avremo un chitarrista. I pezzi usciranno fuori molto più aggressivi e sarà un bell’esperimento.

Ma non è che questa continua mescolanza tra pop e rap inizia a confondere qualcuno che ti segue?
Magari qualcuno sì, ma non mi interessa. Io non devo accontentare tutti. Chi ama entrambe le cose, le apprezza. Chi ama solo una canzone, ne ascolta solo una. Io sono questo. Per tanto tempo ho avuto queste paranoie, te lo confesso, ma ho tanta esperienza in entrambe, mi piacciono entrambe. Perché non dovrei continuare a farle? I profili di Contessa e Sine sono emblematici in tal senso: il primo mi aiuta nella parte più pop e il secondo in quella rap.

Banalizzo il concetto: è che c’è sempre questa esigenza di etichettare qualcuno, di metterlo in uno scaffale come al supermercato.
Cerco di sfuggire a tutto questo. Poi si può sbagliare sempre, eh. In ogni disco ci sono dei difetti, ma cerco sempre di allontanarmi dalle etichette. Non biasimo le radio che non mi passano. Mi tengo un bel rapporto con il pubblico, soprattutto quello che mi ha visto crescere.

Ti hanno pure chiamato indie.
Io sono tutto tranne che indie, anche se ho Contessa come produttore che magari è la persona più indie del mondo. Anche se non so se lui muoia dalla voglia di farsi chiamare indie. Mi rendo conto che ci sia il bisogno di chiamare le cose con un nome per parlarne, ma noi siamo solo gente che fa canzoni.

In alcune canzoni sei stato paragonato anche a Cosmo e Calcutta e ti sei anche un po’ arrabbiato.
Più che a loro, ho sentito di similitudini col flow di Neffa. Che secondo me è una cazzata enorme. Posso avere sbagliato qualcosa nel disco, ma questa storia di Neffa non esiste. Poi di recensioni ne leggo tante e io non sono mai stato troppo coccolato dai giornali; non mi sono arrabbiato moltissimo, però ogni tanto un “vaffanculo” ci vuole secondo me perché i progetti vanno anche capiti e non è che uno deve sentirsi in diritto di dire proprio tutto quello che gli pare secondo me.

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Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell’anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.

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