John Mellencamp: pagliacci tristi, radici e “oh, that voice!”

Ritorno in pompa magna del menestrello dell'Indiana, ormai portabandiera delle radici musicali a stelle e strisce. Senza timore di annoiarsi, tra country, bluegrass, gospel, folk, blues, qualche spruzzo di rock qua e là e una voce da brividi.

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Sad Clowns and Hillbillies
di John Mellencamp
Republic/Universal 2017
Voto: 8

Eh già. Doveva finire così. È lontano il Little Bastard dello spaventapasseri, preistoria il video con i motociclisti di Hurts So Good e lungo e per nulla facile (per scelta) è stato il cammino di John Mellencamp fino a quest’album, più vicino a lavori come Big Daddy e alle camminate nelle radici più pure intrise d’intimismo che vanno da Freedom’s Road (2007) fino a No Better Than This (2010). C’è dentro un po’ di tutto, in Sad Clowns and Hillbillies: un paio di canzoni da Ghost Brothers of Darkland County, il musical scritto insieme a Stephen King (What Kind of Man Am I e You Are Blind), poi Sugar Hill Mountain dal film Ithaca (2015) della sua ex Meg Ryan, cover di (bei) pezzi di altri musicisti pressoché sconosciuti, una bella serie di duetti con Carlene Carter, la figliastra di Johnny Cash, con cui già aveva scritto molto del musical e, cosa più importante: tante belle canzoni.

Impera il folk-rock intriso di country, hillbilly, bluegrass, blues e gospel che da dopo The Lonesome Jobilee ha assunto tratti seminali per il sound del nostro. Pezzi consigliati? Mah, sto riascoltando l’album credo per la quinta/sesta volta, mentre scrivo e tra cover, brani della Carter o a firma Carter/Mellencamp, ancora devo trovare un pezzo che mi annoi, mi dica poco o mi lasci indifferente. Vuoi per le (concedetemelo) superbe voci di Carlene Carter e di Mellencamp stesso, che in What Kind of Man Am I riecheggia e non poco Johnny Cash, vuoi per gli arrangiamenti che sembrano spennellati (altro hobby del nostro) come per magia, canzone dopo canzone, senza una virgola fuori posto o qualcosina di troppo che strida. Certo, non aspettatevi svolte sonore o ardite sperimentazioni con altri generi musicali più moderni. John Mellencamp è da mo’, che ha deciso di suonare solo quello che gli piace, e per questa volta (noi miserelli) ci dobbiamo accontentare di una simpatica enciclopedia di American Music, stomp, ragtime e swing compresi e tante storie, narrate e cantate con il cuore in gola e le tonsille spiegate, inclusa la presa di posizione a prescindere contro Trump. La band è sempre la stessa. L’unico uomo sulla terra che si sia permesso di scambiare i batteristi con John Fogerty, è proprio John Mellencamp. C’è perfino un brano scritto originariamente da Woody Guthrie e arrangiato in chiave country-gospel che ispira lussuria. Demodé finché si vuole, certo. Ma non è che la modernità sia sempre il massimo. O no?

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Fulvio Bacci è nato, vive e lavora a Milano. È appassionato di storia, in particolare medioevo, e musica, cinema, lettura, basket, rugby, Irlanda e Scozia. Canta nella rock band milanese Minshara. Non è sposato e non ha figli. Si diletta di scrittura ma proprio perché non ha niente di meglio da fare. Fumatore accanito. Non ha soprannomi tranne "Ginocchio". Ha amici molto spiritosi.