“Sgt. Pepper”, il film e la rivoluzione dei Beatles

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Cinquant’anni fa i Beatles pubblicavano “Sgt. Pepper” una delle pietre miliari della musica pop del secondo Novecento. Era il 1. giugno 1967 e solo tre giorni dopo, Jimi Hendrix esordiva in concerto al Saville Theater di Londra sulle note della prima canzone dell’album, davanti a dei lusingati Beatles seduti fra il pubblico. Il rivoluzionario disco tanto atteso era così già  nella leggenda.

In quei tempi felici e creativi, la “swinging London” stava facendo la sua rivoluzione musicale, culturale e piena di colori, sperimentazioni e qualche droga.

L’anniversario è ora celebrato con l’uscita di un documentario a firma Alan G. Parker (“Sgt. Pepper & Beyond”) che descrive con immagini, qualche filmato e molte interviste i dodici mesi che portarono i Beatles a chiudere con i concerti e a “sciogliere” di fatto il quartetto che aveva creato la beatlemania per trasformarsi in una band di studio. Nulla di nuovo ovviamente, se non qualche aneddoto e molte sensazioni raccolte fra chi frequentava per lavoro, amicizia o parentela i Fab Four in quel periodo.

L’intero album è dato per ascoltato e acquisito e resistono solo alcune tracce confuse nel sottofondo sonoro delle interviste. Tra tante curiosità la rivalutazione di Paul come vera guida dei Beatles e del loro lavoro creativo, con il suo interesse per la sperimentazione, l’arte contemporanea, Magritte, Berio, la musica classica del suo tempo e la curiosità per nuove soluzioni tecnologiche. Lennon, sognatore pigro che assorbiva idee come una spugna e le rigenerava, non può smentire. Ma fra segretarie, collaboratori, amici e frequentatori occasionali esce una storia che restituisce memoria di dodici mesi fondamentali nella carriera dei Beatles senza però restituire quasi nulla di ciò che l’album fu, la sua musica, le sue canzoni, il lavoro di studio e l’essenza di un capolavoro, se non il consiglio di ascoltarlo in mono, come era stato concepito, piuttosto curioso nel momento in cui esce la riedizione rimasterizzata e ampliata dell’album in stereo e 5:1.

“Sgt. Pepper”, l’album, è quasi assente da questa rievocazione filmata che ci gira intorno toccando episodi come la morte di Epstein, deluso e messo in disparte dalla decisione dei Beatles di interrompere i tour, qualche curiosità come le medaglie sulle divise, per tutti la MBE a parte Lennon che non voleva mostrare l’onorificenza britannica e chiese a Pete Best, il loro primo batterista “silurato” da Epstein, quelle vere di suo nonno Thomas Shaw, eroe delle guerre anglo afgane, o l’origine di molte canzoni, prendendo spunto da fatti, oggetti, poster, momenti di vita quotidiana.

“Sgt. Pepper” avrebbe dovuto essere un album concept dedicato a Liverpool ma perse subito un paio di pezzi pregiati, “Strawberry Fields” e “Penny Lane”, due capolavori di Lennon e McCartney che furono pubblicati come singolo a due lati A per tacitare le attese e non salirono per la prima volta in cima alle classifiche solo perché le vendite erano divise tra chi comprava l’una o l’altra copia anche se in effetti si trattava di un unico disco.

Nove mesi di gestazione furono un record per tempi in cui i dischi si registravano in poche ore in presa diretta. I Beatles non si ponevano problemi di costi, né i discografici, essendo la spesa per la registrazione di un album poi defalcata dai compensi e dalle royalties degli artisti. “Sgt. Pepper” non fu in realtà il primo album-concept (la priorità  spetta a Frank Zappa, che poi parodiò la copertina di “Sgt.Pepper” in “We’re Only In It For The Money”) e neppure un concept vero e proprio essendo saltato il progetto di legarlo tutto a Liverpool e ai suoi personaggi. Però fu lo stesso una rivoluzione nel mondo della discografia pop, per il valore dato alla copertina, per i testi pubblicati integralmente sul retro rendendo palesi a tutti riferimenti e giochi di parole, per l’uso dell’orchestra e dei rumori, per la registrazione multitraccia (solo 4 comunque), per l’idea di costruirlo come un’unica suite senza tempi morti fra le canzoni.

Era pop art, arte popolare. La fine del beat e del rock’n’roll delle canzoncine adolescenziali brevi e veloci. In questo periodo si cominciò a parlare di rock e non più di pop, di musica giovanile consapevole e controcorrente. “The line it is drawn”, la linea è tracciata, aveva scritto Bob Dylan raccontando dei tempi che stavano cambiando. Dylan, due anni prima di “Sgt. Pepper”, aveva reso il rock’n’roll adulto mettendo strumenti elettrici sotto alle sue parole. I Beatles presero tutto quello che c’era in giro e lo dipinsero a colori vivaci, mostrando che si poteva spostare il limite ancora più in là.

Giò Alajmo

(c) 2017

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Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.