Roger Waters torna dopo 25 anni con “Is This the Life We Really Want?”

L'ex bassista dei Pink Floyd torna con un album di inediti dopo 25 anni che lascerà i fan floydiani divisi a metà: da una parte molti richiami al passato (soprattutto da Wish you were here e Animals), dall'altra un album di quasi sole ballad e nessun assolo di chitarra. Ma, si sa, in un album di Waters quello che conta sono le parole e il messaggio che queste veicolano, e qui di carne al fuoco ce n'è tanta: la nostra recensione track by track con analisi dei testi.

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Roger Waters

Is this the life we really want?
di Roger Waters
2017 (Sony Music)
Voto: 7 e mezzo

Ce ne sono voluti di anni, ben 25, un intero quarto di secolo, prima di poter avere tra le mani un nuovo disco di inediti rock di Roger Waters, genio creativo ed ex bassista dei Pink Floyd. Da quel lontano 1992 in cui uscì Amused to death, infatti, sono stati pubblicati solamente un paio di live (In the flesh e The wall live) e l’opera Ça ira (2005).
Un silenzio strano, sospettoso, per una delle menti più geniali della storia del rock, capace di partorire capolavori concettuali come The dark side of the moon, Wish you were here, Animals e The wall, tutti nell’arco di soli sei anni.
Per questo ritorno Waters si è avvalso di Nigel Godrich nelle vesti di produttore (Radiohead, Paul McCartney, Beck e U2), mentre i musicisti che hanno suonato sull’album sono, oltre agli stessi Waters (voce, chitarra e basso acustici) e Godrich (arrangiamenti, sound collages, tastiere, chitarra), Gus Seyffert (basso, chitarra, tastiere), Jonathan Wilson (chitarra, tastiere), Joey Waronker (batteria), Roger Manning (tastiere), Lee Pardini (tastiere) e Lucius (voce) con Jessica Wolfe e Holly Proctor.

Come ogni suo lavoro non poteva mancare un tema generale a tenere insieme tutto il disco, e in Is this the life we really want?  il filo conduttore è la compassione e, in un senso più ampio, l’amore. O, per dirla con le parole dell’autore “ È un viaggio che parla della natura trascendentale dell’amore. Di come l’amore ci può aiutare a passare dalle nostre attuali difficoltà a un mondo in cui tutti possiamo vivere un po’ meglio”. Ma andiamo ad analizzare questo album e, soprattutto, le sue parole, nella nostra recensione track by track.

Parte l’ascolto e ci troviamo subito catapultati indietro di 44 anni: battiato cardiaco, lancette di orologi, voci registrate. Sembra Speak to me ma è When we were young, immancabile intro che tra una frase e l’altra ci sbatte subito una delle atrocità che stanno alla base del disco: “Perchè i bambini vengono uccisi?”.
E Waters prova a spiegarcelo con la spiegazione più naturale di tutte nella successiva Déjà vu, con un’andatura che ricorda Mother, ma con una tematica completamente differente: immaginando se stesso al posto di Dio, infatti, è convinto che avrebbe fatto un lavoro migliore (e noi abbiamo ben pochi dubbi a riguardo). Ma il culmine emozionale del brano è tutto nella parte centrale, quando nei panni di un drone, tra il crescendo orchestrale e un susseguirsi di esplosioni, l’occhio elettronico vede “Qualcuno in casa / Forse una donna accanto ad una stufa / Cuocendo il riso, o solamente bollendo qualche osso”.
Ma il drone non è umano, non ha sentimenti, e allora… bum!
Come nel più classico dei déjà vu…

E allora a causa dei bombardamenti dovuti all’avidità e agli interessi umani sono tanti a dover scappare dalla propria terra, e The last refugee si apre con delle voci provenienti dalla radio che annunciano le previsioni del tempo per il giorno successivo, come ad aspettare il giorno buono per prendere il mare, cercando di salvarsi dalla guerra per cercare una nuova vita altrove, abbandonando gli affetti e tuo figlio, che ti aspetterà “Lungo la riva / Scavando in cerca di una catena o di un osso / Cercando nella sabbia una reliquia lavata dal mare”.

 

Picture that è il primo (e unico) brano rock del disco, a metà tra Welcome to the machine e altre sonorità Floydiane, soprattutto in stile Animals. Il testo ci snocciola una carrellata di stupidità umane messe a contrasto con gli orrori della realtà, e qui troviamo anche un primo attacco a Donald Trump, che sarà chiamato in causa più volte all’interno dell’album (“Immagina un tribunale senza fottute leggi / Immagina un bordello senza fottute puttane / Immagina un cesso senza scarico / Immagina un leader senza fottuto cervello”).
Con Broken bones si torna all’autoanalisi e agli abissi dell’anima Watersiana, con reminiscenze di Seconda Guerra Mondiale, di quello che poteva essere e non è stato, e di quello che potrebbe ancora essere. Sembra un po’ di risentire il “signora libertà, signorina fantasia” di De Andreiana memoria, e in una citazione sicuramente involontaria Waters ci dice: “Avremmo potuto essere liberi / Ma abbiamo scelto di aderire all’abbondanza / Abbiamo scelto il sogno americano / Signora Libertà / Come ti abbandonammo”. C’è spazio anche per le false ideologie, religiose o meno che siano, che danno vita tanto alle guerre quanto al terrorismo, e non importa che tu sia nato a Shreveport, in Louisiana, o a Teheran, perchè è l’indottrinamento che genera odio, ovunque esso sia praticato (“Devono essere istruiti ad odiarci / A radere al suolo le nostre case / A credere che la loro lotta sia per la libertà / A credere che il loro Dio li manterrà sani e salvi”). Ma non tutto è perduto, la coscienza umana e la volontà possono ancora cambiare il futuro (“Non possiamo riportare indietro l’orologio / Non possiamo tornare indietro nel tempo / Ma possiamo dire vaffanculo / Non ascolteremo le tue stronzate e le tue bugie”). Sicuramente uno dei brani portanti del disco e una gemma nell’intera produzione del bassista inglese.
La title-track, Is this the life we really want? è strategicamente posizionata a metà album e, dopo averci mostrato gli orrori dell’umanità tra guerre, ideologie cieche, ci chiede se è esattamente questa la vita che vogliamo, una vita dove “non basta che arriviamo / Ma abbiamo bisogno che gli altri falliscano”, dove “La paura spinge i mulini dell’uomo moderno / La paura ci fa stare in riga / La paura per tutti quegli stranieri / La paura di tutti i loro crimini”. Ma, si chiede Waters, vogliamo veramente una vita in cui “un giornalista viene lasciato marcire in prigione / Uno stupido diventa presidente”, puntando il dito ancora una volta contro Trump?
E allora più che umani pensanti sembriamo formiche, mute e sempre in fila, “senza abbastanza QI per sapere distinguere tra il dolore che una persona prova o, per esempio, tagliare foglie”. E allora, visto che un uomo non è una formica, da cosa è dovuto questo comportamento? E una domanda punta il dito contro una delle possibili cause della nostra omologazione e trasfigurazione in formiche, perchè “come le formiche siamo semplicemente muti. / È per questo che non proviamo nulla e non vediamo? / O siamo solamente storditi dalla TV?”.
Proviamo a scappare da questa vita, a ribellarci, ma non è possibile, perchè siamo uccelli in gabbia, Bird in a gale. Anche qui la musica ha un richiamo a Welcome to the machine, ma soprattutto ad Animals, con un uso dell’eco ed una parte strumentale che ricorda molto da vicino Dogs.
Ancora una volta lo strazio della guerra ci viene mostrato in The most beautiful girl: “Lei avrebbe potuto essere la ragazza più bella del mondo / La sua vita si è spenta come un bulldozer che schiaccia una perla”. Ma per i committenti, per i signori della guerra non fa differenza, si tratta solo di mettere una spunta all’ennesima missione compiuta, e la bomba è caduta “nel punto in cui i numeri sono iniziati / E l’ultima cosa che hanno sentito era lei che chiamava casa”.
Smell the roses, primo singolo dell’album, all’inizio presenta i suoni di Have a cigar, per poi fondersi con reminiscenze, ancora una volta, di Welcome to the machine e Dogs. Il brano, ancora una volta, è una denuncia della guerra e di come l’uomo sia in grado di distruggere la bellezza per il denaro. La progressione della canzone ci porta dallo svegliarsi la mattina e sentire l’odore dei fiori (“Svegliati e annusa le rose / Chiudi gli occhi e prega affinchè il vento non cambi”) fino all’orrore delle guerre che tramuta quella fragranza nella puzza dei morti (“Svegliati e annusa le rose / Getta una foto sulla pira funebre / Ora possiamo dimenticare la minaccia che rappresentava / Ragazza, sai che non potevi ottenere di più”).

Wait for her è stata scritta da Waters ispirandosi alla traduzione di un anonimo di Lesson from the Kama Sutra (Wait for her) di Mahmoud Darwish ed apre una piccola suite formata dagli ultimi tre pezzi che ci dà una chiave di lettura per la soluzione a tutte le bruttezze e le atrocità narrate in precedenza: l’amore come strumento per arrivare alla salvezza.
Ma in un mondo così atroce la salvezza è difficile da raggiungere, perchè spesso siamo oceani lontani, Oceans apart, e le poche parole di questo interludio ci lasciano presagire il finale: “Lei era sempre qui nel mio cuore / Sempre l’amore della mia vita / Noi eravamo stranieri, oceani distanti / Ma quando i miei occhi sono caduti su di lei una parte di me è morta”.
Ed è proprio Part of me died a chiudere l’album, e come in una sorta di trasfigurazione la morte della donna amata ha portato via tutte le brutture: “La parte che è invidiosa, insensibile e subdola / Avida, maligna, globale, coloniale / Assetata di sangue, cieca, incurante e squallida / Concentrata su confini e macello e pecore/ Sul bruciare libri, radere al suolo case / Incline agli omicidi mirati con i droni / Iniezioni letali, arresto senza processo”. Ecco, tutto questo adesso non c’è più, perchè “silenzio e indifferenza sono il crimine ultimo / Ma quando ti ho visto quella parte di me è morta”.
E l’amore per la donna amata, seppur morta sotto un bombardamento, ci può la forza non di generare odio e vendetta, ma di usare quel sentimento positivo per liberarci dell’indifferenza e gettare le basi per un nuovo futuro.

I fan dei Pink Floyd potranno essere soddisfatti a metà: chi ama le sonorità tipiche della band qui troverà molti richiami, quando non vere e proprie citazioni, ma chi si aspetta assoli di chitarra rimarrà deluso: non ce n’è nemmeno uno. Is this the life we really want? infatti è un album costituito di quasi sole ballad che si basa sul pianoforte, e le chitarre fanno solo da accompagnamento, tranne accennare qualche riff qua e là.
Ma d’altronde quello che si chiede a Waters non è mettere sui suoi album virtuosismi chitarristici (anche se nei suoi album passati hanno suonato Eric Clapton e Jeff Beck), ma darci una storia che ci faccia pensare, riflettere, e che a fine ascolto ci lasci delle domande e faccia trovare a noi delle risposte. Ed in questo Waters, che è un maestro, ha saputo colpire ancora una volta nel segno.

Tracklist – IS THIS THE LIFE WE REALLY WANT?
1. When we were young
2. Déjà vu
3. The last refugee
4. Picture that
5. Broken bones
6. Is this the life we really want?
7. Bird in a gale
8. The most beautiful girl in the world
9. Smell the roses
10. Wait for her
11. Oceans apart
12. A Part of me died

 

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Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): “Senza musica la vita sarebbe un errore”.

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